La Washington Post spara a zero su Singh, ma scopiazzando un vecchio articolo

Dopo il Time magazine anche l'autorevole Washington Post, o meglio ''la'' Washington Post'' come insegnano nelle vecchie scuole di giornalismo, si scaglia contro il povero premier Manmohan Singh, che - nessuno forse se lo ricorda - e'  un semplice ''tecnico'' messo li' da Sonia Gandhi ben otto anni fa.
  In un pezzo in prima l'altro ieri, il giornale lo definisce addirittura una ''figura tragica''  nella storia indiana. Vero. Il declino della popolarita' dell'economista Singh e' in picchiata negli ultimi tempi per via di una serie di scandali per corruzione. Ma guarda caso, piu' si avvicinano le elezioni nel 2014 e piu' aumentato gli assalti al mite sikh dal turbante azzurro che - a essere onesti - e' sempre stato sottomesso agli ordini della potente Sonia.
    Il corrispondente da Delhi della Washington Post, Simon Denyer, ha quindi ragione a criticare. Ma e' scioccante che lo ha fatto copiando da un articolo di un piccolo mensile indiano, Caravan, dell'ottobre 2011!!! Il giornalista e' infatti stato ''pizzicato'' dal portavoce del pm (ovviamente interessato a metterlo in cattiva luce) e la Washington Post e' stata poi costretta a correggere il tiro (vedi qui).
Morale: anche i ''grandi'' corrispondenti, che dopo un paio di mesi in India gia' pontificano davanti a un bicchiere di gin tonic, ogni tanto prendono cantonate oppure scopiazzano da vecchi ritagli. Certo dall'autorevole Washington Post ci si aspetterebbe un po' di piu'. 

India avvia relazioni diplomatiche con ....Niue

    In un comunicato oggi il ministero degli Esteri fa sapere che l'India ha avviato le relazioni diplomatiche con l'isola di Niue durante una visita del primo ministro Toke Talagi. La cosa mi ha ovviamente incuriosita anche perche' non sapevo dell'esistenza di questa nazione che non e' propriamento uno Stato perche' appartiene alla Nuova Zelanda. Ma di fatto conduce una politica estera autonoma tanto che ha allacciato relazioni diplomatiche con New Delhi.
   Che c'entra con il gigante indiano questo isolotto nel mezzo del Pacifico e pieno di coralli, detto lo ''scoglio della Polinesia'' e, di recente, salito alla ribalta come ''nazione WI-FI'' (ma il progetto non e' mai decollato)? Che hanno a vedere i suoi 1.400 abitanti di etnia polinesiana con il miliardo e 200 mila indiani?
   Da una semplice ricerca su internet e' emerso che nel 2005 una societa' mineraria australiana ha detto che la gente di Niue e' seduta sopra un giacimento di uranio che potrebbe essere uno dei piu' grandi al mondo.
   Non ho capito se e' davvero cosi' perche' dopo allora non ho piu' trovato informazioni. Spero tanto che gli isolani non accettino mai di trasformare il loro paradiso in una miniera di uranio. Intanto pero', la diplomazia indiana  - sempre molta attenta alle risorse energetiche - ha annusato l'eventuale affare. Se non sara' cosi', rimane comunque la possibilita' di andaci in vacanza. Ma non tutti insieme per carita'.  

NON SOLO INDIE/Nomadismo, vela e downshifting di Simone Perotti

    Nomadismo e vela. Questa volta sono riuscita a mettere insieme le mie due passioni. Mi sono unita a un gruppo di ''velisti per caso'' in giro per il Mediterraneo guidati da uno skipper-scrittore che ha fatto una scelta di vita molto simile alla mia con la differenza che pero' l'ha fatta in Italia. Ha raccontato la sua esperienza in un libro, ''Adesso basta'', (Chiarelettere) uscito nel 2009. Lui si chiama Simone Perotti, ex manager rampante della RCS che ha fatto conoscere in Italia il ''downshifting'', una parolona inglese per un concetto molto semplice, ovvero riappropriarsi del nostro tempo. E' la vecchissima storia: meglio avere piu' tempo e meno soldi o piu' soldi e meno tempo? Io sono per la prima soluzione e lo vado dicendo ormai da anni con il rischio a volte di emarginazione sociale. Prima di me lo hanno detto quelli che hanno fatto il 1968, non mettendolo poi in pratica.
    Perotti e' invece un baby boomer come me, di quelli che hanno sempre messo la carriera al primo posto perche' cosi' ci e' stato insegnato fin dalla culla. Carriera perche' significava affrancamento dai lavori manuali, soldi per comprare grosse auto e beni di lusso e possedere status symbol. Io ho, quindi sono. Human doing non human being. Cosi' funziona il modello consumistico della nostra societa' che ora - sembra? - entrato in crisi.
    Perotti, che ora fara' anche un programma alla Rai dedicato al cambiamento di vita, forse ha scoperto l'acqua calda e da bravo manager e' riuscita a venderla con successo. Sara'. Ma gli va il merito di aver acceso un barlume di speranza nella nostra malata societa' occidentale. Mentre molti si limitano a lamentarsi per lo stato di cose come gli ''indignados'', che vanno a protestare in piazza, ma poi continuano con lo stesso stile di vita, almeno lui e' coerente. Ha molllato tutto e vive con poco, almeno cosi' dice.

Come diceva il Mahatma, se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo essere noi a cambiare. ''BE THE CHANGE YOU WANT TO SEE IN THE WORLD''.

NON SOLO INDIE – Cara, vecchia e elitaria Europa


 
    Per una serie di ragioni familiari, mi sono ritrovata quest’anno a spasso tra il nord Italia, Parigi e Londra, con toccata-e-fuga finale a Napoli. Era da parecchio tempo che non facevo un tour europeo e abituata ormai ai ritmi e abitudini asiatiche e’ stato per me come sbarcare su Marte.  Non avevo il Suv della Nasa con razzo laser che scorrazza sul pianeta rosso polverizzando le rocce per analizzare il contenuto, ma soltanto una buona dose di curiosita’ e voglia di capire. Mi interessava vedere cosa era cambiato con la crisi.
    La prima scoperta e’ stata  che la vita e’ diventata ancora piu’ cara alla faccia della vecchia legge  economica che quando non c’e’ domanda calano i prezzi.  Appena sbarcata a Malpensa ho avuto la sconcertante sorpresa di dover pagare 2 euro per un semplice carrello bagagli. In altri scali e’ una cortesia ai passeggeri. Una volta nell’aeroporto milanese il deposito veniva restitituito quando si riponeva il carrello, ora non piu’.  A Londra, ho pagato 45 sterline invece per lasciare in custodia i bagagli un paio di ore. Per affittare una bici a Parigi ci vogliono 150 euro di cauzione. La prima mezzora e’ gratis, ma dopo 4 ore la tariffa scatta di quattro euro ogni mezzora! Prenotare un aereo on line con la carta di credito costa oltre 14 euro in commissioni (mi e’ successo con E-Dreams). Non sto parlando di beni di lusso, sto parlando di normali servizi per chi viaggia.    
    Il dramma e’ che sulla Senna o sul Tamigi, o anche nella ex Milano da bere ,  c’e’  un divario crescente tra ricchi e poveri, proprio come qui in India. La fruizione pubblica dei centri storici, dei monumenti, musei e’ diventata molto esclusiva per via degli altissimi costi di ristoranti, alberghi e trasporti. Non dico che vorrei un centro di accoglienza di senzatetto davanti alla torre Eiffel o al London Eye, ma mi duole vedere che e’ difficile trovare una fontanella dove bere. In certi posti a Parigi una mezza bottiglia d’acqua costa la cifra folle di 3 euro. E nessuno sembra accorgersene, cosa che e’ ancor piu’ allarmante.
    I trasporti, a parte la Val di Susa, sono diventati superveloci: cinque ore a Parigi con il TGV e 2 ore e mezza da Parigi a Londra con il mitico Eurostar, che gia’ mostra i segni della vecchiaia per via di carrozze sporche e puzzolenti come certi treni indiani. Ma sono off limits per la maggior parte, penso, come famiglie operaie monoreddito con figli ma anche insegnanti o precari.  Guarda caso pero’ il treno notturno (esistono ancora!) da Napoli a Torino (55 euro) era tutto pieno. Nel binario a fianco partiva il nuovo e fiammante Italo al doppio di prezzo (ma  la meta’ del tempo). Ma allora perche’ non mettere qualche Intercity in piu’ per i vacanzieri che scelgono il treno e rifiutano gli esodi sulle autostrade? I soldi arrivano lo stesso. Pagare meno, viaggiare tutti.
    Ma lo shock e’ stato alla stazione a Napoli (e a Milano anche) quando ho scoperto che l’accesso al bagno costa un euro. Due mila lire vecchie per fare pipi’.  Nella famosa e antica pizzeria Da Michele, quella dove e’ stata inventata la margherita dove si mangia la margherita originale, ho incontrato un affabile signore, direttore di una unita’ sanitaria. Eh si’, il bello del sud dell’Italia e’ che la gente parla ancora agli sconosciuti. Ce l’aveva con l’amministrazione di Napoli, guarda che novita’, e anche con i giovinastri del malfamato quartiere di Secondigliano che – grazie alla nuova metro– arrivano fino al Vomero a delinquere. Forse molti vorrebbero dei ghetti chiusi da altre mura, come certi resort in spiaggia, per impedire la mescolanza con gli sfigati.
   Temo che la crisi non fara’ che aumentare la disparita’ di classi in Europa e anche l’intolleranza verso gli immigrati visibilmente sempre piu’ numerosi, ma sempre piu’ maltrattati. A Napoli, diventata triste e vuota quasi come l’altra ex gloria sabauda di Torino, ho visto un impiegato delle Ferrovie respingere in malo modo un ragazzo di colore in coda alla biglietteria.  In Sicilia un gruppo di vu cumpra’ e’ stato linciato verbalmente da alcuni residenti su un minibus perche’ sono entrati con ingombranti sacchi di mercanzie.  La societa’ multirazziale forse esiste solo a Londra. Al celebre Speaker’s Corner di Hyde Park si sente parlare piu’ arabo che inglese. Ma come si fa a sopravvivere a Londra, con una famiglia e senza uno stipendio d’oro,  e’ davvero un mistero.  O una sofferenza.

CINEMA/''Gangs of Wasseypur'',cinque ore di saga mafioso-comica

    Per fortuna non c'e' solo la commerciale Bollywood in India. Ieri al concorso Osian's Cinefan a New Delhi ho visto l'ultimo film di Anurag Khashyap  ''The gangs of Wasseypur''. Dura cinque ore e pare sia il piu' lungo film in hindi. E' stato a Cannes, ma nelle sale indiane e' uscito solo a luglio (la prima parte), mentre la seconda ''puntata'' e' in programma tra un mese. E' con attori sconosciuti e con un budget irrisorio.
   E' una sorta di ''Padrino'' all'indiana, con molto trash tipo Pulp Fiction e con una quantita' record di parolacce da bettole mussulmane. Che i sottotitoli traducono sempre allo stesso modo com motherfucker ecc, ma immagino che ci siano un'infinita' di sfumature che solo gli indiani capiscono, forse solo quelli che parlano urdu. E' la storia - vera - della faida tra due famiglie mafiose mussulmane di Wasseypur (ora si trova nello stato centrale del Jarkhand) attraverso 60 anni di storia indiana.  Questi clan all'inizio controllano le miniere di carbone e poi si allargano a estorsioni di ogni tipo .
   Ho letto che Khashyap, uno che ha scopero il cinema con ''Ladri di Biciclette'' di De Sica, si e' ispirato gli Spaghetti Western.  In effetti il film e' comico nella sua ferocia. Il pubblico in sala applaudiva e esultava a ogni ammazzamento come fosse un punto a partita i cricket.
   A me ha ricordato un po' un trend gia' seguito nei ''3 idiots'' di Rajkumar Hirani, anche se quest'ultimo rientra nel filone classico di Bollywood ed e' piu' raffinato.
    The Gangs e' invece una vera macelleria, (non a caso uno dei clan sono dei macellai di professione), oltre che uno spaccato dell'India profonda, molto profonda, a tal punto da dubitare che sia reale. Anche la storia personale del regista e' troppo assurda (leggi qui) per essere vera. Pero' in effetti, forse proprio da questo suo passato torbidissimo, ha tirato fuori questo film, che e' un capolavoro, perche' in cinque ore non ti lascia un minuto di respiro.
  

Rivolta indiana all'ambasciata d'Italia a New Delhi?

Leggo oggi di una curiosa, ma allarmante, notizia del Times of India di una rivolta del personale indiano all'ambasciata d'Italia di New Delhi. Come potete leggere qui, i dipendenti locali vogliono fare causa allo Stato italiano perche' si sentono discriminati in termini di salario rispetto ai colleghi italiani che fanno le stesse mansioni. Non sono in grado di verificare le fonti e quindi non posso confermare se e' vero.
Ma - che io sappia - la disparita', per quanto odiosa, c'e' sempre stata almeno da quando sono qui. A tal punto che non solo gli indiani, ma anche gli italiani residenti in India hanno un ''local contract''. Se io, per esempio, voglio fare la bibliotecaria o la segretaria mi propongono un salario equiparato ai ''locali'' ovvero circa 500-600 euro al mese. Cosa che nel mio caso non mi permetterebbe di vivere visto che pago gia' 400 e passa euro di affitto. New Delhi - si sa - e' diventata carissima e io sopravvivo solo perche' stringo la cinghia.
Il problema esiste da tempo e probabilmente esiste anche per le altre ambasciate. Ma ora si e' acutizzato. Perche? Come accenna l'articolo, potrebbe essere una ripercussione del braccio di ferro in corso sui maro' arrestati in Kerala e oggetto di una dura battaglia legale. Le relazioni e l'amicizia tra Italia e India sono  rimastae''intatte'' tutti ripetono. Ma comincio a dubitare.

Blackout bis, ma l'India regge anche stavolta

E' un classico che in India i guasti non si riparino mai al primo colpo.  E cosi' dopo 24 ore il blackout si e' ripetuto. E questa volta con effetto domino sulle altre linee dell'alta tensione che servono Calcutta e gli altri posti del nord est.  I numeri sono stati ancora piu' impressionanti: 600 milioni di persone senza luce, anche se non saprei quanti di questi abbiamo una lampadina in casa. Il piu' grande blackout della storia dell'umanita'. Un record olimpico insomma conquistato dall'India che a Londra ha finora soltanto rimediato un bronzo.
Ovviamente e' facile oggi fare ironie sulla nuova ''super power'' (super potenza) senza ''power'' e sullo sviluppo caotico e disordinato dei giganti asiatici.
Non nego che ''la madre di tutti i blackout'' non abbia portato gravi disagi ai cittadini, pendolari, malati negli ospedali e perfino i poveri minatori di carbone del Bengala bloccati nel sottosuolo e poi tirati fuori soltanto dopo ore.
Ma sono davvero convinta che un guasto del genere, possibilissimo anche nei Paesi avanzati (ricordiamoci cosa e' successo in Giappone con le centrali piu' ''sicure'' del mondo) avrebbe sicuramente creato un caos inimmaginabile con conseguenze tragiche.
Lo ricordo, i blackout fanno parte della vita quotidiana in India, in Pakistan (13 o 14 ore al giorno a volte) , Nepal e Bangladesh. Ce ne sono stati anche di piu' lunghi. Mi ricordo in periferia di Delhi di essere stata tre giorni senza corrente. Per inciso, la Borsa di Mumbai ieri ha perfino chiuso in rialzo.
Miracolosamente (o forse e' normale?) anche i computer e i call center di Gurgaon hanno retto. Dall'outsourcing dipendono le banche della City londinese. Si immagini che succede se vanno in tilt. L'era digitale dipende sempre dalla vecchia elettricita'.
Invece di dare addosso all'India, invece bisognerebbe cominciare a riflettere sulla nostra interdipendenza tecnologica e sulle cosiddette ''criticita'''.  Un guasto in India, polo informatico mondiale, non e' solo un problema d'immagine per New Delhi, ma mette in gioco la sostenibilita' del nostro modo di vivere.

Blackout per 350 milioni in India. E quei 404 milioni che non hanno la corrente?

Il blackout che ieri ha interessato sette stati del Nord dell'India e 350 milioni di persone ha colpito l'immaginario collettivo mondiale. ''L'India al buio'', ''New Delhi come New York nel 2003'' e perfino il corrispondente da New York de La Repubblica, Federico Rampini, che oggi decretava ''L'India in panne'' dopo avere lui stesso qualche anno fa celebrato l'arrivo della nuova ''superpotenza indiana''.

Mi sono ricordata di una cosa: 404 milioni di indiani non hanno la corrente elettrica, ovvero il 36% della popolazione secondo dati 2010 dell'International Energy Organization (qui c'e' un ottimo rapporto sullo stato dell'energia in India). I piu' fortunati hanno forse un generatore diesel, gli altri lampade a olio oppure vanno a dormire con le galline. Questo fa degli indiani i campioni dell'ecologia.
Nella nostra era super tecnologica, i blackout sono sempre uno shock che ci ricordano di quando l'umanita' viveva al ''fresco'' delle caverne. Anche io a New Delhi, come altri 350 milioni , mi sono svegliata nel cuore della notte in un bagno di sudore perche' si era spenta la ventola a soffitto. Rigirandomi nel mio sudario ho aspettato invano che tornasse come succede sempre dopo un'oretta o due. Mi sono poi svegliata dopo le 8 con le voci del vicinato che era allegramente in strada a prendere aria. La famiglia dirimpettaia stava facendo colazione davanti al cancello. Sui tetti delle case piu' abbienti sentivo il rumore dei generatori diesel.
Con quello che restava della batteria del mio laptop ho mandato all'Ansa la notizia dei ''350 milioni al buio'' che averebbe poi accompagnato il risveglio degli italiani e dominato nei TG del giorno.
Poi mi sono messa in strada, facendo attenzione ai semafori spenti, per raggiungere l'ufficio dove c'era ventola e computer accesi grazie a potenti batterie sul pianerottolo. Piu' o meno tutte le case hanno un sistema di back up per sopravvivere alla cronica carenza di energia e agli sbalzi di tensione. Nessun panico quindi e neppure penso un aumento di concepimenti come a New York...

Torna Hazare, il Pannella indiano, ma finora e' stato flop

Tra i misteri dell'India c'e' sicuramente quello di Anna Hazare, una sorta di Pannella indiano, che si e' messo in testa il compito ciclopico di combattere la corruzione e il malgoverno. Non e' chiaro chi ci sia dietro, forse la destra del Bjp, dato che il 75 enne vecchietto con il cappellino alla Nehru e' anche un fustigatore di vizi come alcol e tabacco.
Lo scorso anno era riuscito a sollevare mezza India contro il governo ''ladro'' guidato da Manmohan Singh e da Sonia Gandhi. Sembrava che anche qui ci fosse una ''primavera'' araba guidata per la prima volta dalla classe media. C'era un entusiasmo stile piazza Tahrir nelle strade di New Delhi con i caroselli di bandiere tricolore e gli slogan nazionalisti. Dopo 11 giorni di sciopero della fame, con mega dimostrazioni quotidiane e la gente incollata davanti alle televisioni, il governo ha ceduto e ha promesso una legge anti corrotti. Ma in pratica hanno infinocchiato Hazare e i suoi perche' la legge e' all'acqua di rose.
Ecco quindi che il il leader anti corruzione e' sceso di nuovo in campo con un altro digiuno. Tutto e' stato preparato al Jantar Mantar, davanti all'osservatorio Astronomico di New Delhi: mega schermi, volontari e dirette televisive. Ma...non se l'e' filato nessuno a parte qualche centinaio di fedelissimi. Un flop insomma.
Da oggi, domenica ha iniziato il digiuno a oltranza.  Ma per ora la gente di New Delhi sembra piu' interessata ai Giochi Olimpici o all'aria condizionata dei centri commerciali. Ma gli organizzatori dicono che nei prossimi giorni cresceranno folla e l'entusiasmo. Vedremo anche perche' Hazare rischia anche la pelle stavolta, secondo i medici.     

New Delhi, ecco dove vivono i geni della lampada di Aladino

Ho scoperto dove sono i famosi ''jinn'' di New Delhi, i ''geni'' della lampada di Aladino per intenderci, gli spiriti buoni (o cattivi) secondo la tradizione mussulmana che vivono intorno a noi. Per  lo scrittore William Dirlymple la capitale indiana e' ''la citta' dei jinn''. Nel caotico sviluppo della metropoli, soprattutto negli ultimi anni, e' sempre piu' difficile capire quanto sia legata al suo passato mussulmano. Tutti i monumenti risalgono all'epoca dei sultani e dei mughal. L'anima della vecchia Delhi e' ancora mussulmana. Le vecchie moschee o cosa e' rimasto sono rimasti  luoghi di culto.
A Feroz Sha Kotla, sito della ex fortezza di Ferozabad,  costruita nel XIV secolo, ci sono dei sotterranei sotto una moschea. Sono ex prigioni mi hanno detto. Gli incavi della parete su fondo, sono pieni di lumini, incensi e petali di rosa. Ci sono anche dei biglietti con delle suppliche. Entrarci fa un po' paura per via degli striduli dei pipistrelli. Qui c'e' l'hub'' dei jinn di Delhi. L'atmosfera e' magica come le Mille e Una Notte. Eppure tutto intorni c'e' un groviglio di strade, impianti sportivi, lavori per la metropolitana che piano a piano stanno ingoiando il centro storico. Ma questo posto sembra fuori dal tempo. Sopra la moschea volteggiano anche decine di falchi, che vengono nutriti regolarmente. A lato svetta una colonna di Ashoka, portata qui - chissa perche' -  dal sultano Feroz Shah Tughlaq dal Punjab forse come trofeo di guerra.  La gente entra, si leva le scarpe, e bisbiglia una preghiera davanti a ogni antro buio. Ma mi accorgo che anche fuori, quasi in ogni angolo o ogni anfratto c'e' una candela o un mucchietto di petali secchi. Ci deve essere un vero e proprio affollamento di geni. Capisco anche perche' questo sito non e' nel circuito turistico, pur essendo a fianco di Jama Masjid e del Forte Rosso. E perche' non l'ho mai scoperto. Forse c'e' un tacito accordo a non disturbare i jinn di Delhi?

Spending review? Cominciano ad abbassare l'aria condizionata all'Istituto Italiano di Cultura di New Delhi

Sono andata ieri all'Istituto Italiano di Cultura di New Delhi, esattamente nella sala lettura per sbirciare il Corriere della Sera fotocopiato da internet e messo a disposizione nella biblioteca. E' stato come entrare in un congelatore per via dell'aria condizionata esagerata. In questi giorni a Delhi, c'e' un caldo umido soffocante, e' vero.  Non possiamo certo mettere i ventilatori a soffitto come in certi uffici pubblici indiani e che fanno tanto Terzo Mondo.
Ma la temperatura era davvero troppo bassa a tal punto che non sono riuscita a rimanere piu' di dieci minuti. Avrei avuto bisogno di una giacca e scarpe chiuse.
Sul Corsera c'era scritto che i Comuni non hanno piu' soldi per pagare i dipendenti e che perfino il servizio scolastico e' a rischio. Non so se e' vero, ma questo e' lo scenario da incubo che si ipotizza in Italia. Perche' non iniziare a risparmiare sull'aria condizionata? Una goccia... ma l'oceano e fatto di gocce. E magari esce fuori uno stipendio per un bidello. Non solo e' un risparmio per le casse statali, ma anche per il pianeta.   

La gara degli Underachiever: India-Usa 1-1

Trovo assolutamente geniale la copertina di Outlook in edicola con Obama ''The Underchiever''. Botta e risposta con il Time di due settimane fa che aveva trattato cosi' l'anziano premier Manmohan Singh per il fallimento della sua politica liberalizzatrice. Come sempre gli Usa hanno il giudizio facile come le pistole.  Soltanto che le cose non vanno troppo bene per loro. Sara' un po' infantile la vendetta di Outlook, ma e' la prima volta che osa tanto. Ci ho fatto anche un pezzetto per l'ANSA. (vedi qui).

PERCORSI - Pedalando a Delhi/ da Indira Gandhi ai jinn di Feroz Shah Kotla

Sono una delle poche straniere che va in bicicletta a New Delhi, piu' che per sport, perche' mi piace come mezzo di trasporto. Spesso mi avventuro nella citta' vecchia alla scoperta di tesori che Delhi nasconde. La bici e' ottima in questo senso. A differenza della moto, si ha il tempo di guardarsi intorno e si corre via veloce quando c'e' bisogno, cosa che a piedi non e' possibile. La domenica e' ideale perche' non c'e' traffico e la citta' sembra davvero svelare i suoi lati migliori. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo. Quindi ho deciso di inaugurare una serie di 'Pedalando a Delhi'' con itinerari per chi vuole esplorare la citta' in maniera ecologica e sana.


Tracciato: Da Indira Gandhi ai jinn di Feroz Shah Kotla
Durata: 4-6 ore
Lunghezza: circa 20 chilometri
Difficolta': media

Partenza: Safdarjung Enclave. Si imbocca Africa Avenue in direzione Chanyakiapuri. La strada e' ombrosa e tranquilla perche' a un certo punto costeggia il Nehru Park. Si passa davanti all'Ashoka Hotel e alla residenza del primo ministro di Race Course. Sulla destra c'e' l'ippodromo di Delhi.
Prima tappa: Indira Gandhi Memorial - Safdarjung Road 1.  Piacevole sosta nel bungalow bianco che e' stata la residenza della premier Indira Gandhi e anche il luogo dove e’ stata assassinata nel 1984. In questa villetta vivevano anche Rajiv Gandhi e Sonia Maino con i loro due figli. E' piena di foto e di ricordi della famiglia. Ci sono anche foto scattate a Cambridge quando si sono conosciuti la bellissima Sonia e l’allora pilota di linea Rajiv. Poi scatti di Rahul con gli occhiali spessi da piccolo e di Priyanka con una specie di cappello da bersagliere. C’e’ anche parte del kurta pijama che Rajiv indossava quando e' stato ucciso da un kamikaze. Un po ‘ macabro. Alla domenica, il posto e' pieno di torpedoni di gitanti, di tutte le religioni e caste, e' bello vedere come guardano ammirati le immagini. La casa e’ stata mantenuta con l'arredo originario, penso, con molti pezzi d’arte. Mi chiedo se c’e’ lo zampino di Sonia. In gardino, una passella di vetro segna gli ultimi passi di Indira Gandhi prima di cadere sotto i fuoco di due guardie del corpo sikh. Immagino quella mattina alle 9.30 del 31 ottobre 1984 quando Sonia corre in giardino anora in vestaglia dopo aver sentito gli spari e le grida di aiuto. E' lei che soccorre la suocera e la carica su un Ambassador per portarla all'ospedale. Ma Indira crivellata di colpi era gia’ morta.
Verso Connaught Place. Si passa intorno al grande parco del palazzo presidenziale, il Rashtrapati Bhawan, con il suo muro di cinta decorato e le stalle per il reggimento a cavallo del presidente. Tra un po' cambia inquilino, la presidentessa Pratibha Patil se ne va e arriva Pranab Mukerjee, ex ministro Finanze. Piu' avanti c'e' anche il complesso sportivo di Talkatora ristrutturato dopo i Giochi del Commonwealth dell’ottobre 2010. C'e un bel parco pieno di fiori. Volendo si puo' fare un'altra tappa qui magari per un gelato, ma tiro dritto in Ashoka road dove spicca la bella cattedrale cattolica di Delhi, il Sacro Cuore (Sacred Heart).
Seconda tappa: shopping a Paharganj, mercatino degli hippies. Il posto e' caotico , ma pittoresco. Incensi, borse con stampate foglie di maryuana, prodotti ayurvedici e collanine. E tanti ragazzi stranieri. E' la porta di ingresso alla vecchia citta' di Delhi, lo si sente dagli odori, dalle mucche e dai cumuli di spazzatura.
Cavalcavia verso Ajmeri Gate. Bisogna attraversare la ferrovia, qui c’e’ la stazione di New Delhi. Il cavalcavia non e’ ripido, ma offre un panorama sulla stazione e sugli slum. Di solito e' una delle zone piu' caotiche di Delhi, ma per fortuna alla domenica e' vuoto. Da qui in avanti si e’ nella citta’ moghul di Shahjanabad.
Terza tappa: mercatino della domenica di libri usati e nuovi di Chawri Bazar e Darya Ganj. E’ tempo di scendere dalla sella e di rovistare tra i mucchi di volumi tascabili e, a volte, anche qualche novita' appena uscita. E' una miniera di occasioni, soltanto che in bicicletta non ci si puo’ caricare troppo. Vicino a un vecchio cinema si fa sosta per un rabri-faluda, delizioso dolce al latte servito in un bicchiere con il ghiaccio, tipo granita. Un po’ piu’ avanti proseguendo la grande Bahadur Shah Zafar Road c'e' Jama Masjid, ma la giornata volge al termine ed e' ora di tornare. Inversione a U.
Quarta tappa: Complesso di Feroz Shah Kotla. E' una delle sette citta' di Delhi, Ferozabad, del 1300, ma e' decisamente poco conosciuta e battuta. Una destinazioni per intenditori. Ci sono i resti di un palazzo, una bella baoli e una moschea ancora in funzione che secondo le leggenda era la preferita di Tamerlano quando ha conquistato la citta’. Con l'aiuto di un ottimo e gentile custode, scopro poi una cosa fantastica: nei sotterranei dove c'erano le prigioni, ci sono angoli bui pieni di fiori, candele, incensi e fogliettini. Mi dicono che vengono qui a pregare i ''jinn'', gli ''spiriti’’ (secondo la tradizione sufi islamica) perche’ esaudiscano i loro desideri e problemi. (Leggi qui)‘’La citta’ dei jinn’’ e’ quella descritta da William Dalrymple in uno dei libri piu’ belli dedicati a Delhi. Da allora Dalrymple se ne e' innamorato e non e' mai piu' andato via.
Ritorno. Volendo fare una variazione c’e’ il laghetto del Purana Qila, con i suoi pedalo’, altro forte gemello sulla stessa linea del Forte Rosso e del Feroz Shah Kotla. Tutti (allora) erano sulle sponde del fiume Jamuna. Ma io proseguo perche' preferisco una sosta al Khan Market da Khan Chacha, lo specialista degli spiedini. Mi servono per affrontare l'ultima pedalata a casa ormai all'imbrunire.

Niente paura, a New Delhi ci sono ancora le vacche sacre

Tanto per rassicurare chi come il giornalista Federico Rampini tanti anni fa aveva annunciato la scomparsa delle vacche sacre a New Delhi, ecco questa foto scattata stasera al mercato di Vasant Vihar, i ''Parioli'' della capitale. Una mandria di giovani bovini passeggia davanti alla nuova sede della Yes Bank, che e' anche la mia banca per inciso, in cerca di un po' di spazzatura. Non si vede nello scatto ma a una ventina di metri c'e' il cinema Priya dove era stato messo il tappeto rosso per la prima di un film di Bollywood.
Vero e' che sono diminuite le mucche negli ultimi dieci anni e in particolare sono state fatte sparire durante i Giochi del Commonwealth dell'ottobre del 2010. Ma alcune resistono, anzi forse stanno tornando a dimostrazione di una citta' che non si piega facilmente alla cosiddetta modernita'. 

Bosone di Higgs, particella di Dio o di Satyendra Nath Bose?

Mi rendo conto soltanto ora leggendo i giornali degli scorsi giorni, quanto sono risentiti gli indiani per la faccenda del bosone di Higgs, la famosa ''particella'' di Dio scoperta dal Cern di Ginevra.

   Il fatto e' che il ''bosone'' e' stato scoperto da Satyendra Nath Bose, un fisico del Bengala che ha lavorato con Albert Einsten e che ha appunto dato il nome alla particella. Mentre l'attenzione mondiale e' stata puntata su Peter Higgs che forse avra' anche il Nobel per la Fisica, Bose e' rimasto dimenticato anzi ''invisibile'' come dice Newsweek.
   La stampa e la televisione indiana si sono lanciati a raccontare il personaggio e a celebrare Bose per il suo contributo essenziale alle teorie di Einstein. Le autorita' del Bengala Occidentale hanno deciso di intitolare una strada al loro concittadino morto nel 1974. Si e' poi scomodato anche il governo che ha perfino fatto un comunicato (vedi qui) per ricordare ''l'eroe dimenticato''.  Mentre in questo blog si scomoda addirittura il dio Shiva che - guarda caso - troneggia nella hall del Cern con la sua ''danza cosmica'' :  ecco qui

Back to Delhi, per fortuna non e' come Bangkok

   Sono tornata a Delhi. Come benvenuto il mio taxi, una sgangherata Ambassador, ha tamponato appena fuori dall'aeroporto. Un pazzo aveva attraverso la strada costringendo un altro taxi che ci precedeva a inchiodare di colpo. Non ci siamo fatti male, ma e' stata una bella botta. Il muso dell'Ambassador si e' accartocciato. Ma il tassista e' riuscito con il cric a sollevare la lamiera e a liberare la ruota che era bloccata. Una controllatina ed e' ripartito come se nulla fosse. Non aveva assicurazione. Ognuno paga i propri danni, mi ha detto.
   Back to India, terra dalle mille contraddizioni, ma tenace e paziente come un elefante. Sono contenta di essere tornata. La Thailandia non mi attira. E' un Paese affascinante e ricco di storia come l'India, ma si e' prostituito troppo. Mi sono chiesta piu' volte se davvero mai New Delhi potra' diventare come Bangkok. Perdere i propri ''jinn'' (spiriti) come la capitale thailandese ha ormai perso i suoi ''pii''. Spero tanto di no, anche se sembra che i palazzinari indiani non vedano l'ora di asfaltare tutto e sradicare inutili alberi. I nuovi shopping mall, i palazzoni, le mega strade fatte solo per le auto, sembrano suggerire che Delhi insegua il modello consumistico di Bangkok. Mi auguro davvero che non sia cosi', che scoiattoli e uccellini continuino a vivere davanti alle case.
Bangkok - Sexy shop ambulante davanti a negozio di materiale elettrico  
   Di sicuro non diventera' mai un bordello low cost per i vecchi sporcaccioni europei che vengono qui a cercare sesso e finti sentimenti. Invece di fare i nonni e stare con i loro nipotini e cercare di recuperare una briciola di valori umani nei loro Paesi, vengono a spendere le loro ricche pensioni (le ultime...) con le puttane thailandesi. Le quali ovviamente stanno al gioco e si attaccano come sanguisughe ai vegliardi rincoglioniti fingendosi pure innamorate. In tre settimane purtroppo ho visto molte scene patetiche di questi ''fidanzatini''. Mi e' stato detto che e' normale per le ragazze cercare guadagni alternativi anche se non sono povere in canna come le indiane. Come e' possibile che le famiglie thai permettano alle loro figlie di prostituirsi con vecchi bavosi e pieni di Viagra? Tutto e' iniziato con i bordelli per i reduci Usa in Vietnam, ho letto. Ma non mi basta come spiegazione.
   Girando per Sukhumvit, il popolare quartiere commerciale e residenziale, alla ricerca della casa di Terzani, ho visto decine di lupanari (i saloni di massaggio) con le ragazze fuori, sorridenti e ammiccanti. Non e' la zona a luce rosse, ma ormai l'intera citta' e' trasformata in un puttanaio, almeno sembra. C'erano anche degli occidentali soli, gli ''ex baby boomers'' miei coetanei, seduti fuori nei bar o sulle terrazze degli hotel inglobati nei centri commerciali. Mi sento ancora addosso lo sguardo laido e schifoso di alcuni di loro, abituati ormai a vedere ogni donna che gli passa davanti come un oggetto per il loro piacere. Probabilmente imbottiti di Viagra, o sex alcholic come si dice, sono forse l'esempio concreto del declino morale (e economico?) dell'Occidente. Forse esagero, ma questa e' stata la mia sensazione.

Non solo Indie 9 - Thailandia, la casa di Terzani a Bangkok c'e' ancora!

    Ebbene si', anche io sono andata in pellegrinaggio alla Turtle House di Tiziano Terzani. Dallo scorso anno e' diventato un ristorante, Lal Thai ("Thai Cuisine & Art Gallery'' recita il biglietto da visita),  ma senza perdere l'aspetto familiare di abitazione. E' davvero incredibile come un posto del genere, una villetta in legno con davanti uno stagno e una vegetazione lussureggiante, sia rimasto pressoche' intatto tra i palazzoni e i bordelli di Sukhumvit. Davvero un miracolo.
    Purtroppo  ci sono arrivata di lunedi', giorno della pausa settimanale. Ma penso sia diventato ormai meta di pellegrinaggio per i fans di Terzani. Vedendomi sostare fuori dal cancello,  alcuni hanno chiamato il giardiniere  (ma e' davvero ancora Kamsingh, di cui parla Terzani in un ''Indovino mi Disse''?) e come se fosse la cosa piu' naturale mi ha aperto la porta e mi ha fatto fare il giro dello stagno. Purtroppo non parlava inglese, ma mi sembra di aver capito che mi dicesse di chiamarsi Singh o qualcosa di simile... Ho visto perfino la tartaruga, ma era piccola, non quella enorme di Terzani. E' stato lui a batezzare la casa dove ha vissuto, credo dal 1990  fino al 1994, come ''Turtle House''.
    Ma non c'e' neppure un riferimento o un ricordo allo scrittore. Basterebbe soltanto una piccola targhetta o una fotina. Penso che uno dei gazebi dove vedo una tavola apparecchiata sia stato il suo studio (in un Indovino scrive: ''Essendomi costruito una stanza per lavorare dall'altra parte dello stagno, ero uno dei pochi abitanti di Bangkok che aveva bisogno solo di pochi secondi per andare da casa all'ufficio''). Mi sarebbe piaciuto cenare nella casa ''fatata'', peccato che il giorno avevo l'aereo per Delhi.

PS Arrivata a casa ho subito riletto le pagine di ''Un indovino Mi Disse'' dove parla della Turtle House. Il libro e' del 1995 e descrive le vicende del 1993, e' quindi probabile che sia stato scritto proprio qui ''....nella casa piu' bella e fatata in cui abbiamo mai vissuto, un'oasi di vecchio Siam in mezzo all'orrore del cemento''.
   La casa, con il suo ecosistema, e' anche oggetto di una saggia riflessione: ''Le vicende dello stagno, del giardino e degli animali erano una grande distrazione, ma anche la continua constatazione di quanto e' importante per l'uomo aver attorno a se' un po' di natura, osservarla, impararne la logica e goderne" . E poi va avanti a denunciare l'urbanizzazione eccessiva e come l'Asia ''pensa solo a diventare come l'Occidente, sta facendo terra bruciata intorno alla sua gente''.  Parole sacrosante.  


Non solo Indie 8 - Thailandia, 1.272 gradini per avvicinarsi a Buddha


    In una giornata di caldo umido mi sono fatta i 1.272 gradini del Wat Tham Sua, il tempio della ''grotta della tigre'', che sorge vicino a Krabi, e che e' uno dei piu' curiosi del sud della Thailandia. I monaci, ancora ora, vivono in spelonche in un anfratto di giungla che sembra uscito da Jurassic Park. Il tempio e' meta obbligata per i turisti di Krabi ed e' infatti frequentatissimo. Ma io ero da sola nella tremenda salita verso su un picco dove c'e' una ''orma di Buddha'' oltre che a un panorama mozzafiato e a una mega statua dorata del Buddha contornata da antenne dei telefonini (VEDI FOTO). Divinita' e operatori telefonici ormai sono una cosa sola.
    La scalinata e' mostruosamente ripida con gradini che a volte sono alti mezzo metro. Lentamente, contandoli uno per uno, ce l'ho fatta. E' stata come una lunga via crucis. In cima ho trovato un gruppetto di occidentali e una coppia di indiani. Dopo un po' - era il tramonto - e' arrivato anche un simpatico monaco (non ce ne sono molti di simpatici) a svuotare le cassette delle offerte. Mi sono chiesta se lo facesse tutte le sere. Anche con le nuvole il panorama era esaltante. Era come essere sull'aereo. Una panorama a 360 gradi l'avevo visto solo dai monasteri delle ''meteore'', quelle del nord della Grecia o forse dalla Sacra di San Michele, all'imbocco della Val di Susa. I monaci  stanno in alto per essere piu'  vicini al creatore?      
   Secondo la leggenda una caverna di questa fitta giungla,  nascosta da pareti verticali di roccia ricoperta di vegetazione, viveva una tigre. Come in altri templi della zona, si pratica diverse ''vipassana'' e altre forme di meditazione che prevedono un completo isolamento dal mondo. Per me e' bastata la salita a mettermi alla prova.

Non solo Indie 7 - Thailandia, gli eco mostri di Railay Beach

Me lo avevano detto di evitare Railay Beach, a Krabi, perche' devastata, non dallo tsunami, ma dall'aggressiva cementificazione. Io ci sono voluta andare lo stesso ed e' stato uno shock. Il problema non e' il sovraffollamento dei turisti che sbarcano ogni giorno con le ''tail boat'' da Ao Nang oppure dal piu' discreto e meno caro porticciolo di Nam Mao.
   Il problema vero sono i resort che ricreano a loro uso e consumo piccoli e brutti paradisi artificiali distruggendo i grandi e fantastici paradisi creati dalla natura. 
   Mi sono quasi messa a piangere vedendo il marciapiede di cemento che si snoda sull'arenile e tra le mangrovie di Railay Est (VEDI FOTO), dove sono arrivata con la barca, per circa mezzo chilometro fino a raggiungere un eco-mostro sull'estremita' della baia. L'insenatura e' circondata da un impenetrabile anfiteatro di rocce carsiche ricoperte da una folta vegetazione tropicale. Sull'altra estremita' invece dopo ristoranti e negozi (c'e' anche un ottico!) c'e' un enorme cantiere, come se dovessero tirare su' un grattacielo.
   Railay e' una penisoletta, una lingua minuscola di terra, a cui si arriva solo in barca e che si attraversa da lato a lato in due minuti. E' un vero bijou di Madre Natura, forse uno dei posti piu' affascinanti della Thailandia, per gli scogli, le grotte nascoste, la sabbia bianca e il mare cristallino. Una classica cartolina insomma. Cosa da mettere in un museo come fosse la Gioconda o il David di Raffaello.
   Invece per arrivare alla spiaggetta di Railay West, quella piu' scenica, con le rocce da arrampicare e la famosa grotta della principessa  indiana Phra Nang  (legata a una  leggenda popolare e piena di simboli fallici del dio Shiva), bisogna passare lungo un alto muro di cemento, per fortuna ricoperto di bambu', dell'enorme e invadente resort Rayavadee. Non contenti dello scempio, l'hotel ha pure costruito un brutto un muretto in spiaggia per separare i preziosi clienti dalla plebe che grazie-a -Dio ha ancora il diritto di usare il litorale. Un diritto che spero nessuno mettera' mai in discussione.

Ma la cosa piu' assurda sono i rumorosi trattori diesel con rimorchio che entrano in mare (dove forse c'erano i coralli!!!!!) per deporre i turisti sulle barche senza che si bagnino i piedi (VEDI FOTO).  Manca infatti un pontile e le imbarcazioni non possono arrivare a riva quando c'e' bassa marea. Non potevo credere ai miei occhi. 
Ancor piu' drammatico e' che nessuno si rende conto dello scempio generale di Railay, anzi ho perfino trovato dei cartelli   che inneggiano alla sostenibilita' ambientale in mezzo al delirio di cemento. Che tristezza.  

Non solo Indie 6 - Thailandia, famiglia francese in giro del mondo!

    Stasera mi trovavo al ''night market'' di Krabi, quello davanti al fiume, quando ho visto una famigliola di francesi, una coppia e due bambini con degli amici. Erano in attesa di un pancake alla nutella da un ambulante. Il tipico e buonissimo ''street food'' di cui vado pazza a tal punto che dopo due settimane di Thailandia non ho ancora messo piede in un ristorante.
    Aspetto il mio turno, ordino anche io un pancake, lo prendo, pago e mi metto a mangiarlo seduta sul motorino in strada. E' li' che vedo i francesi entrare in un grande camper Laika posteggiato proprio di fianco a me. Su una fiancata c'era un disegno di una famiglia con la scritta ''Akili family world tour''. Poi l'indicazione di un website (che ho cancellato ora, il 20 aprile 2023, perche'Google mi ha detto che contiene virus...). 
 
    Li' per li' pensavo fosse una marca di un tour operator. Poi per curiosita' ho controllato sul web con il telefonino e ho scoperto di aver incontrato una famiglia in tour mondiale per tre anni. Straordinario!!! Peccato davvero non averci parlato. Prima che realizzassi che era davvero la famiglia che avevo visto, erano gia' partiti... L'unica cosa che ho fatto e' di scrivere loro una mail e chiedere di ricevere la loro newsletter!