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UEFA20 /Campioni d'Europa, il tricolore svetta su Maneki

 La Gomera (Canarie) , 13 luglio 2021

    Non avendo un balcone, ho esposto il tricolore sull'albero della mia barca a vela Maneki dopo la vittoria dell'Italia al campionato EUFA20. Nel mio ancoraggio, a Valle Gran Rey (sud ovest de La Gonera), uno dei miei preferiti, sono la sola italiana. Ero quasi da sola anche a vedere la finale nel bar Cacatua, strapieno di tedeschi, che pero' facevano il tifo per gli Azzurri.  La Gomera e' una enclave turistica tedesca, ma prima del Covid e della Brexit c'erano anche inglesi. 

   Non trovando bandiere italiane, mi sono ingegnata un po' con del cartoncino e colla. L'ho issata con la drizza della randa e con un po' di vento stava dritta, visibile da tutti i miei vicini di barca, tra cui ci sono francesi, russi, tedeschi, israeliani e sudamericani, un vero vicinato internazionale. Nella baia, davanti alla spiaggia di Argayall e circondata da una imponente falesia, ci sono una decina di barche all'ancora e un po' piu' distaccato un lussuoso panfilo. Il grande tricolore e' stato salutato da tutti, compresi i pescherecci in entrata e uscita nel porticciolo di Vuelta.  

Fermo immagine dalla rete tedesca ZDF

DIARIO - Viaggio nell'Italia post Covid

   Un viaggio nell'Italia post Covid, tra i vaccinati che ritrovano la libertà e la speranza che potrebbe essere finita, nell'Italia che tornando alla cosiddetta 'normalità', con il traffico, i miasmi della spazzatura in strada, le code agli uffici postali e il tutto pieno ai ristoranti. A distanza di quasi un anno sono tornata in patria e pensavo di trovare un'altra Italia. Invece è la stessa, anzi peggio, perché la crisi sanitaria ha messo in luce la realtà che prima non si voleva vedere. Che il Paese sta invecchiando velocemente, è sempre più fragile, chiuso sul 'particulare', intollerante e aggressivo nei confronti degli 'altri' e miope di fronte agli evidenti segnali di insostenibilità economica e ambientale. E non mi sembra per nulla pronto a beneficiare della pioggia i miliardi che presto arriveranno da Bruxelles.

Milano Malpensa, 29 maggio

   Tamponata e in possesso della EU Digital Passenger Locator Form (dPLF), obbligatorio da pochi giorni per chi viaggia in Europa, sbarco a Malpensa dopo le 23, ovvero dopo che scatta l'orario di coprifuoco anti Covid. Ma da quanto ho letto i dati sulla pandemia sono in netto miglioramento giorno dopo giorno, quindi confido nella tolleranza delle autorità. Di fatti nessuno controlla il tampone negativo, non vedo personale sanitario e neppure doganieri. Mia figlia, neopatentata, mi è venuta a prendere con l'auto della nonna. Fa caldo, quello estivo della pianura padana, scendo in T/shirt, ma lei ha un cappottino leggero, mi dice che nel pomeriggio pioveva e faceva freddo.  Lungo il tragitto per Vigevano,  scavallando tra Piemonte e Lombardia, non c’è nessuno. 

Piazza di Vigevano

   Esco per colazione con la stessa t-shirt, ma mi accorgo che tutti sono ancora con abbigliamento invernale nonostante il sole caldissimo. Sembra che l'estate sia arrivata con me e nessuno ha ancora cambiato il guardaroba. La piazza di Vigevano, che si dice disegnata nientepopodimeno da Leonardo Da Vinci, è sempre uno spettacolo. Da stare a bocca aperta per la bellezza. Peccato che Vigevano, paesone nell'hinterland di Milano, che ha fatto la sua fortuna sulle scarpe, non la meriti per il livello un po' scarso di cultura esistente. Lo scrittore Lucio Mastronardi, l'unico prodotto culturale di Vigevano, aveva tracciato una descrizione impietosa dei suoi concittadini. Da quando ho letto le miserie del Calzolaio di Vigevano non riesco a guardare quella bella piazza con occhi neutrali.


E'  sabato e c’è uno struscio incredibile per le vie del centro, c’è chi arriva con una carrozza trainata da cavalli in piazza, alcuni sfilano con coppie di cani pregati, appena usciti dalla toelettatura, i bar traboccano di spritz e ogni ben di Dio. Hanno i anche tirato fuori dai garage le vespe e moto d'epoca. Insomma se non fosse per le mascherine, sembra un weekend pre Covid, forse anche con più ostentazione dopo la forzata clausura.  Di sicuro non è un atmosfera da crisi sanitaria, economica e ambientale.  La Lombardia è ancora arancione. Per contrasto, al 'Museo internazionale della Calzatura Pietro Bertolino', nelle belle sale del castello Sforzesco, ci sono solo pochi visitatori. Per fortuna ha riaperto, ma la visita è deludente. La collezione ha pezzi rarissimi, come calzature dell' epoca rinascimentale e pure uno stivale del Duce, ma manca un approfondimento sull'artigianato, forse qualche video ci sarebbe stato bene, visto che  Vigevano hanno inventato il tacco a spillo. Insomma va bene glorificare gli stilisti, ma due parole su chi le faceva le scarpe?

Covid e Natale/ il dilemma dell'emigrato: torno o non torno?

La Gomers (isole Canarie), 15 dicembre 2020

   In questi giorni migliaia di emigrati italiani come me vivono il dilemma del "torno o non torno". Rinuncio a passare le festivita´ di Natale con genitori o figli oppure metto a rischio la mia (e loro salute). Il coronavirus ci mette di fronte a questo bivio. Un dilemma inedito che e´piu´morale che sanitario.
   Nel primo lockdown il problema non si poneva perche´ i governi avevano deciso di chiudere le frontiere bloccando centinaia di migliaia di cittadini italiani all'estero. Ora l'emergenza e´piu´o meno la stessa, ma non ci hanno piu´privato delle nostre liberta´individuali come prima. La scelta ricade su di noi, liberi se correre il rischio o meno di contagiarsi e contagiare il prossimo. Non so cosa sia meglio.
Il "pensieroso" -
 Ritratto di Lorenzo de Medici duca di Urbino   


   La Farnesina nel suo sito esteri.it scrive che "considerato l'aggravarsi della situazione epidemiologica in Europa, la Fanesina raccomanda a tutti i connazionali di evitare viaggi all'estero se non per ragioni strettamente necessarie¨ minacciando poi che potrebbe essere non facile rientrare in patria. Nel mio caso si tratta di rientrare in Italia (ho gia´un volo il 20 dicembre)  e ripartire dopo le vacanze natalizie il 7 gennaio. Quali sono le mie "ragioni strettamente necessarie"? Passare il Natale con i miei genitori ultraottantenni e con mia figlia. Si puo´ definire "necessario" questo bisogno di rispettare una tradizione religiosa che prevede la famiglia riunita intorno al panettone? O questo bisogno di rapporti affettivi si puo´ rimandare in un'altra occasione, per esempio a Pasqua (incrociando le dita)? Chi potrebbe pronunciarsi su questo dilemma morale: il premier Giuseppe Conte o il Papa?
   Vorrei invece che mi si dicesse chiaramente quali sono i rischi di contagio nel viaggiare, quanto sicuro e´il tampone obbligatorio 48 prima del viaggio e se e´ sufficiente la protezione della mascherina. E che mi si dicesse chiaramente se la zona dove vado, nel mio caso il Piemonte, e´ancora a rischio o meno soprattutto ora che e´ stata declassata al colore giallo.
   Se veramente c'e´il pericolo  di una terza ondata, che nel periodo invernale si sommerebbe alle influenze stagionali gia´di per se letali, allora perche´non chiudere di nuovo le frontiere? Tanto il turismo e' gia´morto. Perche' creare ulteriore confusione con minacce velate di nuove restrizioni? Se e´ "strettamente necessario" che non ci si muova per andare a festeggiare in Natale in famiglia basta dircelo.

Come vivere in barca a vela alle Canarie (e non essere ricchi)

La Gomera (arcipelago delle Canarie), 11 Dicembre 2020

   Complice la crisi economica e ora anche l’emergenza sanitaria si recente sto ricevendo molte richieste di informazioni sulla mia decisione di vivere in barca a vela. C’è molta curiosità sul come riesca a vivere senza lavorare, quanto spendo e dove scelgo di vagabondare per mare. Mentre, soprattutto in Italia, alcuni anni fa la mia scelta di vita era considerata “fuori dal coro” oppure riservata a miliardari annoiati, ora sono in molti a capire che a volte il tempo è più prezioso dei soldi e che con un piccolo abbassamento dello standard di vita e di consumo, si può vivere più felici. 
   Il lockdown ci ha fatto molto riflettere per fortuna su come fermare quella che gli inglesi chiamano la diabolica “rat race”. Come si suole dire: Chi ha soldi non ha tempo, chi ha tempo non ha soldi. A voi la scelta, basta non pentirsi troppo tardi.
Claude Monet, 1885 - Foto del Museo Marmottan Monet di Parigi 
   Il teorico del downshifting in Italia è stato Simone Perotti, scrittore marinaio, che nel 2008 ha lasciato la sua carriera da manager. Il suo libro “Adesso Basta” mi ha ispirato e incoraggiato. Perché alla fine penso ci voglia anche coraggio e un pizzico di follia a mollare tutto e trasferirsi in barca. 
NON SONO RICCA E NON SONO PENSIONATA
   Tuttavia le mie motivazioni sono differenti. Io non ho lasciato nessuna carriera, ma lavori precari malpagati. Il mio mestiere, il giornalismo, è una passione, la passione della mia vita. “Avrei fatto il giornalista anche gratis: meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti” era il ritornello di Enzo Biagi (1920-2007). Per Luigi Barzini junior invece “era sempre meglio che lavorare”. Ho iniziato a fare la giornalista a 17 anni e ho smesso soltanto quando mi sono accorta che il mio mestiere era sparito o meglio era così tanto cambiato che non lo riconoscevo più. La rete e i social hanno fatto sì che chiunque potesse diventare un reporter da ogni angolo del mondo e trasmettere immagini in diretta facendo impallidire anche la Cnn che è stata pioniere delle live news. In Italia si preferisce tradurre i pezzi di testate straniere (vedi il successo de L’Internazionale) e non c’è più posto per corrispondenti o inviati dall'estero. Se non c'erano catastrofi immani, tipo terremoti o stragi terroristiche, il mio lavoro da free lance all’ANSA di New Delhi era davanti a uno schermo. Quindi aggiungo io: “L’avrei fatto gratis se era ancora un lavoro da giornalista”.
   Insomma, per finire lo sfogo, io arrivo da una vita di briciole, per cui stare in India era l’unica scelta perché in Italia (o in Occidente) non avrai mai saputo mantenermi con le collaborazioni giornalistiche.   
Quindi non ho lasciato nessun posto fisso e tanto meno una carriera. Anzi mi piacerebbe ancora lavorare, ho risposto a molti annunci e inviato in giro il mio cv. Ma ormai il mercato è saturo e inflazionato.
PERCHÉ LE CANARIE
    Ci sono arrivata per caso rispondendo a un annuncio su Findacrew, dove uno skipper austriaco cercava equipaggio. Avevo deciso di praticare la vela dopo aver fatto un corso alla scuola di Caprera, in Sardegna. In India non ne avevo la possibilità, è praticamente inesistente come sport. Non ero mai stata alle Canarie e pensavo come molti che l’arcipelago spagnolo fosse un buen retiro per anziani e comunque molto turistico, lontano quindi dai mie ideali di viaggiatrice.  
   Tuttavia ho dovuto ricredermi perché dal punto di vista strettamente velistico le Canarie sono perfette. Da Cristoforo Colombo in poi tutti i grandi navigatori sono passati da qui. Perché è l’ultimo bastione prima di attraversare l’oceano Atlantico. La piccola isola di Hierro nell'antichità era il meridiano zero, le invalicabili colonne di Ercole, dopo le quali “hic sunt leones”, in realtà non erano a Gibilterra ma qui alle Canarie.
   Quindi mi sono ritrovata in un ambiente marinaro estremamente stimolante, molto diverso da quello italiano e in generale del Mediterraneo. Non voglio generalizzare ma penso che in Italia la barca a vela sia ancora considerata un lusso da praticare insieme al golf o all'equitazione. Le barche sono dei giocattoli che stanno nelle marine. Si esce ai weekend con gli amici, qualche veleggiata d’estate oppure per qualche regata, ma la barca non è vista come un luogo dove vivere per lunghi tempi magari con la famiglia. Lo spirito di avventura che ho riscontrato tra i francesi, tedeschi o britannici, che arrivano qui con bambini e animali domestici a bordo delle loro barche (e alcuni ci stanno per anni, altri attraversano l’Atlantico e vanno ai Caraibi) non è lo stesso che tra gli italiani. Ne ho incontrati davvero pochi che viaggiano a vela.
   Quindi è naturale aver trovato qui alle Canarie barche attrezzate per viverci (per esempio con pannelli solari, cucina, ecc) e per fare nomadismo velico. La mia barca Maneki è un Jeanneau Folie Douce del 1974, nove metri per tre, vecchiotta, gli interni sono un po’ fatiscenti, le vele rattoppate, il boma un po’ ammaccato, un po’ di osmosi latente. Non è certo di lusso, è come un alloggio di una casa popolare. Ma è quanto potevo permettermi per le mie economie e anche per le mie abilità di principiante skipper. E poi il vantaggio delle Canarie è il clima, l’eterna estate e anche l’avere a disposizione un mare calmo (nel sud delle isole) e tante baie tranquille dove stare alla fonda. Se poi uno vuole provare il brivido di un mare Forza 7 basta che attraversi lo stretto tra Gran Canaria e Tenerife dove il divertimento è assicurato grazie alle famigerate “accelerazioni” che si formano tra i massicci montagnosi delle due isole.
PERCHÉ DA SOLA
   Mi piace viaggiare da sola perché mi sento più libera, senza ormeggi che mi legano al mio mondo e anche aperta a fare nuove conoscenze. Siccome per me la barca è un mezzo di trasporto ne consegue che sono una solitaria. Non è un dogma, quando serve imbarco equipaggio, però sono orgogliosa di portare la mia piccola Maneki da sola e da un anno a questa parte anche di fare le traversate tra le isole. Prossimo passo sarà di allontanarmi un po’ più in la, magari l’isola portoghese di Madeira a nord o l’arcipelago di Capoverde a sud, o il Marocco, a est. Lo scorso anno ho fatto con uno skipper e la sua barca di 11 metri la traversata dell'Atlantico fino alle Antille, conosco quindi la strada anche per i Caraibi.
QUANTO MI COSTA
Ecco la risposta che tutti cercano. Presto detto, la barca mi è costata 13 mila euro più 500 euro di riparazione del motore che perdeva olio dai cilindri. Era pronta per vivere, ci ho trovato tutto, dai piatti e posate alla canoa che uso per andare a riva quando sono all'ancora. Era dotata di tutti gli strumenti, il pilota automatico, scialuppa di salvataggio, pannelli solari, cucina ad alcol e frigo (solo 220v, quindi lo posso usare solo quando sono in porto). Non ha pero' il salpa ancora, quindi faccio un po' fatica a salpare dagli ancoraggi.
   Da quando l’ho comprata nel 2017 ho fatto carena un paio di volte (500 euro una volta perché’ ho passato io l’antivegetativo, 800 euro la seconda volta comprese la riparazione alla boccola dell'elica). Ho fatto fare dei cuscini per il pozzetto (400 euro), una catena nuova (350 euro), batterie nuove (300 euro), un secondo blocco di carrucole e scotte per la randa (250 euro). Cambiare olio e filtri costa meno di una macchina di sicuro. Ogni tanto si rompe qualcosa, ma come in tutte le case. Quello che posso faccio io, così risparmio. Poi ci sono i corsi, finora ho speso circa 3 mila euro e sto terminando il Coastal Yacktmaster RYA).
Le marine: quando ero a Mogan (Gran Canaria), pagavo un posto privato (senza elettricità e davanti a un muro) a circa 7 euro al giorno. Negli ultimi 9 mesi non ho più un contratto di “affitto” in marina. La maggior parte del tempo sono all'ancora. Se vado in porto, quando c’è maltempo, mi costa tra i 9 e i 15 euro al giorno, dipende dove sono e per quanto tempo.
Come si fa? Innanzitutto bisogna essere in buona salute (e quindi ringraziare Dio ogni giorno) e ovviamente non avere persone a carico. Poi basta abbassare un po’ il tenore di vita, cosa a cui mi sono già abituata in India. Non posseggo un auto, non ho molte spese fisse a parte il wifi (45 al mese). Ho appena disdetto la mutua privata perché non me la posso più permettere. Sono iscritta nel registro dei residenti all'estero Aire, quindi non ho sanità in Italia, mi sembra però che esista una tessera europea, per le emergenze.
   I miei consumi sono ridotti al minimo non solo per risparmiare ma anche perché non voglio più inquinare. Sto scrivendo un manifesto, che ho chiamato il “Pensiero verde” di come si può cominciare a vivere in modo più’ spartano, consumare di meno e riciclare di più, scoprire che siamo circondati da un mare di cose inutili e purtroppo anche da un mare di plastica. Sono convinta che solo comportamento individuale può portare a un cambiamento globale. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” diceva il Mahatma Gandhi. Ma questo sarà l’argomento dei mio prossimo blog.

Slow Travelling/ Alla scoperta della via Emilia


Parma, 28 luglio 2019

   Ammetto di conoscere poco l’Italia, di sicuro ho viaggiato più in Tamil Nadu che nell’Emilia Romagna. Ma la mia passione per lo ‘slow travelling’ fa sì che qualsiasi posto che attraversi, anche la parte più industrializzata della Pianura Padana, si trasformi in una affascinante scoperta di luoghi e di persone.

   Si prenda la via Emilia, per esempio. Una delle famose strade consolari romane che va da Piacenza a Rimini. Già contraddice il famoso detto “tutte le strade portano a Roma” perché inizia dall’avamposto romano di Ariminum (Rimini), dove finisce la Flaminia, che è di qualche decennio prima. E poi, a leggere la storia, sembra essere stata determinante per il successo dell’impero romano perché’ ha segnato la conquista del bacino del fiume Po, quello che era la Gallia Cisalpina. Il che ha significato terra fertile e acqua in abbondanza per l’espansione colonialistica di Roma.
   Sto leggendo in questi giorni “Prisoners of Geography” del giornalista Tim Marshall, dove la storia del successo (o insuccesso) degli Stati viene letta attraverso la lente della geografia, cioè della presenza di montagne, fiumi o terre fertili. E si capiscono molte cose del mondo di oggi.
   La stessa lettura la si puo' applicare alla arteria fatta costruire nel primo secolo avanti Cristo dal console Marcus Aemilius Lepidus. L’anno di completamento sarebbe stato esattamente il 187 AC. In quella data sono state fondate anche le principali città lungo la strada, come Imola, Bologna, Modena, Reggio nell'Emilia, Parma, Fidenza e Piacenza Come è ben noto, i romani spedivano coloni a prendere possesso delle nuove terre, o semplicemente ci mettevano i soldati che le avevano conquistate, dopo aver costruito le infrastrutture di base, ovvero strade, ponti e acquedotti.
    La via Emilia, che sullo stradario e' la SS9, ancora oggi ripercorre lo stesso tracciato per 260 km. Tutta in pianura, costeggia l’Appennino, attraversa diversi affluenti del Po. C’è ancora un ponte in piedi, il ponte di Tiberio a Rimini, mentre un altro, il ponte di Teodorico, è venuto alla luce durante scavi in una via di Parma.
    Dopo 2 mila anni il tracciato della via Emilia è servito per costruire nell’Ottocento la ferrovia Milano-Bologna e poi l’autostrada A1. Il territorio che attraversa, l’Emilia Romagna, è la più ricca regione italiana insieme alla Lombardia. Ed e' anche una mecca eno-gastronomica. Chissà se una analoga strada consolare tra Salerno e Reggio Calabria avrebbe potuto cambiare i destini del Meridione.
   Oggi nessun automobilista o motociclista si sogna di percorrere tutta la via Emilia quando con l’autostrada di fianco si risparmia tempo e anche le multe degli autovelox dei centri urbani. Io l’ho fatta in moto alla media di 50-60 km all’ora, nei picchi dell’ondata di caldo africano di questi giorni, fermandomi a ogni bar Sport per una sosta rinfrescante, ed è stato abbastanza avventuroso. Oltre che affascinante per l’idea di percorrere fisicamente su due ruote un pezzo di storia millenaria.

SENTIERI PERDUTI/La mulattiera da Bracchiello a Ceres


Val d’Ala (Torino), 15 luglio 2019

   Sono anni che sento il solito ritornello  che “le mulattiere della valle di Lanzo sono abbandonate” e che la ‘montagna stava morendo”. Sara’ la crisi oppure un moto d’orgoglio del Cai piemontese, fatto sta che i percorsi sono stati ora riaperti e ripristinati a beneficio degli escursionisti.  

   Ho percorso il sentiero 261, riaperto questa estate dagli alpinisti del Cai di Lanzo, che va da Bracchiello a Ceres (in realta’ da Monti Di Voragno diventa 241). Circa un paio di ore andando piano, quasi tutto al medesimo livello, eccetto quando si scende da Monti di Voragno (973 metri) a Ceres (730 m). Si tratta di una passeggiata facile, ma che in alcuni tratti richiede un po’ di attenzione in quanto si costeggiano dei dirupi e il sentiero a volte è occupato da grossi tronchi caduti da sopra.
   Per la maggior parte si cammina in un fitto bosco di castani, dove la luce filtra a mala pena, che si apre di tanto in tanto su degli alpeggi dove si trovano diverse baite. Con mia ulteriore sorpresa, e per sfatare il ritornello di cui sopra, molte sono state ristrutturate e pare ci abiti qualcuno.

 Il villaggio di Monti di Voragno (990 m) per esempio, sembra una cartolina. Una vecchia grangia, l’Aran, è abitata da ragazzi. E poi piu’ o meno a meta’ si trova una meravigliosa scala intagliata nella roccia. Quando quelle montagne erano ancora produttive era stata forse stata realizzata dai pastori o agricoltori che usavano il sentiero come via di comunicazione, non a scopo ricreativo come ai giorni nostri.
Lungo il percorso si trovano anche altre curiosità come una cava di calce. A quanto pare fino a pochi anni fa l’estrazione della calce era una attività lucrativa da queste parti.
   Prima di arrivare a Pian di Ceres si trova la cappella degli Appestati, detta così perché si riunivano i valligiani all’epoca dell’epidemia. All’interno c’è un bell’affresco di una Madonna e di un Cristo in croce realizzato da un frate dell’abbazia di Novalesa. Lì vicino c’è anche una vecchia grangia restaurata sempre dal Cai Lanzo.

    Volendo con il sentiero 241 si sale al Monte di Santa Cristina (1342), dove sorge un santuario dedicato alla santa martirizzata a Bolsena. Il 24 luglio si tiene la processione lungo la mulattiera a gradini.

Slow Travelling, il kebab di Parma

Parma, 30 luglio 2019

    Nel mio lento viaggio lungo la via Emilia mi sono fermata a Parma per la notte. Non c'ero mai stata. Nel mio immaginario da emigrata, Parma avrebbe dovuto essere una 'top destination" per il palato.  Il prosciutto di Parma, il parmigiano...la genuinita' piu' assoluta. E' pure la sede dell'Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa). Mi aspettavo salumerie traboccanti di prosciutti e formaggi.  Un profumo di 'crudo' appena tagliato che pervadeva le strade. Insomma appena ho visto il cartello stradale "Parma" mi e' venuta subito l'acquolina in bocca.
    Ho parcheggiato la moto nelle vicinanze della stazione, che e' a due passi dal centro storico pedonale.  E li' ho cominciato ad accorgermi della grande fregatura. Di prosciutto manco l'ombra, neppure in foto. Ho visto solo fast food di kebab e pizza al taglio. Quelli che si trovano in ogni citta' del mondo.  Almeno a Genova vendevano la focaccia genovese. Invece qui solo kebab e al massimo pollo. Nessun ristorante tipico e assolutamente nessuna salumeria.
    Per carita' non ho nulla contro le kebaberie. Mi sono fermata a mangiare un panino e ho avuto una piacevole conversazione con il gestore tunisino sul caldo africano. "Manco in Africa c'e' questo caldo" mi ha detto ridendo. Poi sono entrati altri clienti, africani e asiatici, un gruppo di turisti russi che voleva a tutti i costi delle birre, mettendo in imbarazzo il gestore, probabilmente un pio mussulmano oppure semplicemente senza licenza per le bevande alcoliche. Ero a mio agio in questo ambiente internazionale fino a quando non mi sono ricordata che ero a Parma...la Parma delle mie fantasie gastronomiche.
    Che e' successo? ho chiesto a chi ci abita. "Parma e' da tempo in degrado" e' stata la laconica risposta.  Anche nel centro storico, dove c'e' l'iconico battistero di Domenico Antelami (ingresso a pagamento), non ho visto nulla che richiamasse le ghiottonerie per cui la citta' e' famosa nel mondo. Ma era domenica e per di piu' pioveva. In un bar sotto i portici ho preso un cappuccino e una brioche. Su un muro c'era un cartello che avvisava i clienti di non tenere l'unico giornale (La Stampa)  per piu' di 15 minuti. E manco un salatino con il famoso prosciutto.

Maro', si avvicina l'ora della verita'. Corte arbitrale si riunisce l'8 luglio all'Aja

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 26 giugno 2019

E' arrivata l'ora della verita' per i due maro' coinvolti sette anni fa in una complessa vicenda giudiziaria in India scaturita dall'uccisione di due pescatori scambiati per pirati al largo delle coste del Kerala e sfociata in una gravissima crisi diplomatica tra Roma e New Delhi.
   La Corte arbitrale italo-indiana, creata nel 2015 all'Aja per dirimere la disputa, si riunira' a partire dall'8 luglio per decidere sulla giurisdizione del caso avvenuto al di fuori delle acque territoriali indiane. I giudici dovranno stabilire a chi tocchera' celebrare il processo a carico dei due Fucilieri italiani accusati di omicidio. Se ho ben capito la Corte avra' fino a sei mesi di tempo per emettere la sentenza una volta che si e' chiuso il dibattimento. I lavori della prima giornata in cui le due parti esporanmo le proprie ragioni sono in diretta streaming (vedi qui il comunicato pubblicato ieri in francese e inglese sul sito della  Pca) a partire dalle 9 del mattino ora locale. Poi le udienze si terranno a porte chiuse.
   La Corte arbitrale era stata formata nel settembre 2015 in seguito alla strategia di "internazionalizzazione" del caso decisa dall'allora governo Renzi con il ricorso alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che da' la possibilita' agli Stati membri di ricorrere alla Corte Permanente dell'Aja per risolvere le dispute relative agli incidenti che avvengono in acque internazionali.
   E' composta da un giudice nominato da Italia (il professore Francesco Francioni), un giudice indiano (Pemmaraju Sreenivasa Rao), dall'attuale presidente del Tribunale Internazionale del Mare (Ilos), il sudcoreano Paik Jin-Hyun, e due arbitri, il giamaicano Patrick Robinson, ex presidente del Tribunale per i Crimini nella ex Jugoslavia e il russo Vladimir Golitsyn, ex presidente Itlos.
L'udienza era attesa nell'autunno del 2018, ma la morte del giudice nominato da New Delhi ne ha causato lo slittamento.
   Nel caso in cui la Corte decidesse che tocca all'India giudicare i due militari italiani, in teoria Latorre e Girone dovrebbero tornare in India. Ora sono entrambi in una sorta di 'liberta' provvisoria' in Italia, Hanno l'obbligo di firmare regolarmente la loro presenza ai Carabinieri, non possono vedersi e non possono viaggiare. Latorre lavora a Roma e di recente si e' risposato, mentre Girone e' a Bari.
Se invece l'arbitrato stabilisce che la competenza e' italiana, entrambi dovreanno essere processati in Italia da un tribunale militare e da uno civile.
   Comunque vada sarebbe la fine di una sfiancante attesa per i due Fucilieri e finalmente una normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. 

Bla Bla Car e i nostalgici del Duce

Londra, 15 gennaio 2018
   Una volta, per noi giornalisti, per capire l``umore` di un Paese bastava parlare con il primo tassista che ti capitava sottomano, adesso ci sono i driver di Bla Bla Car
   Di recente anche io sono diventata una affezionata utente del popolare servizio del `car pooling`. E` veloce, costa meno di qualsiasi altro trasporto, piu` comodo perche` arriva ovunque, anche sotto casa, e anche piu` divertente (per me che sono una chiacchierona).
   Un paio di giorni fa ho fatto un viaggio fino da Torino a Malpensa con un simpatico lombardo sulla cinquantina insieme ad altri due passeggeri. Dopo i primi convenevoli, il discorso e` finito immancabilmente sulla politica. In Italia non si parla di altro che del voto del 4 marzo. Franco (nome fittizio) e` uno dei tanti disillusi dai partiti, convinti che non cambiera` nulla perche` e` il sistema che e` marcio fino alle ossa. Anche se c`e` qualche mela buona, secondo lui, immancabilmente finira` per corrompersi perche` questo e` il prezzo della carriera politica. ”Se vuoi arrivare a certi livelli, devi rubare anche tu” e` la sua convinzione. Ho pensato che Franco fosse quindi un potenziale elettore del M5S o della Lega, invece no, anche loro, ”sono come tutti gli altri”. Insomma e` pessimismo cosmico alla Leopardi.
   “Ma ci deve essere una via di uscita, non basta dire che tutto va male” sbotto io mentre usciamo dal casello della To-Mi. Franco mi elenca altre ragioni del suo negativismo per qualche decina di chilometri, poi in prossimita` di Malpensa trova il coraggio e mi dice quello che pensa: “Ci vorrebbe un dittatore, uno che sia in grado di rimettere in sesto le cose, magari solo per un po` di anni...”. Gli ricordo che i regimi autoritari difficilmente se ne vanno, anzi c`e` il rischio che peggiorino con conseguenze disastrose per la liberta`.
   Purtroppo la conversazione finisce li` perche` siamo arrivati. Entro in aeroporto rimuginando sulle sue parole, il fascismo e` nato sul qualunquismo, su una sfiducia totale nelle istituzioni simili a quella di Franco, se ben ricordo. E se la prossima volta che torno in Italia mi trovo un nuovo Duce?

Bikaner, la tomba (in degrado) dell’indologo Luigi Pio Tessitori

Bikaner, 28 agosto 2017
   Non avevo uno straccio e una ramazza, se no una ripulita l’avrei data io alla tomba di Luigi Pio Tessitori, il famoso indologo di Udine, studioso del Rajasthan, che visse e poi morì nel 1919 a Bikaner.
   Nel centenario della sua nascita, nel 2005, l’Italia si ricordò di questo suo cittadino e ci furono delle celebrazioni. L’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi ci ha pure dedicato la sua sala multimediale con tanto di targhetta dorata. Ma poi è calato il silenzio e sono cresciute le erbacce sulla sua tomba, in un piccolo cimitero, dietro una chiesa costruita dagli inglesi.

   Mentre scattavo le foto che pubbilco qui  mi venivano in mente i celebri versi del Foscolo, ‘All’ombra dei cipressi e dentro l’urne, confortate di pianto, è forse il sonno della morte men duro?’ 
I sepolcri servono ai vivi, appunto, per tenere viva la memoria. Non si può pretendere che un addetto cimiteriale di Udine venga qui a Bikaner a ripulire la tomba di Tessitori...si farebbe prima a mandare qualche indiano. Il cimitero sembra incustodito ma c’è un cancello con un lucchetto aperto. Mentre ero intenta a fotografare è entrato un ragazzo che ha messo su una tomba del becchime per i volatili e poi una mucca (avevo lasciato il cancello aperto). Ho cacciato la mucca con un bastone e poi sono uscita dopo aver mormorato una preghiera.

   Tra le città del Rajasthan, Bikaner è quella meno attraente. Dei fasti antichi rimangono il Junagar Fort nel centro della città e il maestoso Lalgarh Palace, oggi un super hotel e parte residenza della stessa famiglia reale. Il resto è una baraccopoli, nel senso letterale del termine, sventrata da continui lavori in corso e oscurata dalle fumaiole della spazzatura bruciata per strada.
   Però Tessitori è una sorta di eroe cittadino. Tutti lo conoscono. Non mi è stato difficile trovare il cimitero. Li’ vicino c’è anche un giardinetto pubblico, un fazzoletto arido di terra tra due strade, a lui dedicato.
   Il museo archeologico, il ganga Golden Jubilee Museum, creato nel 1937, purtroppo è chiuso per lavori. Ospita diversi oggetti trovati dallo stesso Tessitori nella regione di Kalibangan, a 250 km più a nord, che risale al 3000-2000 AC, ovvero tarda civiltà della valle dell’Indo, quella di Harappa (invasione ariana). La scoperta di questa città preistorica si deve proprio allo studioso italiano giunto in India nel 1914 per conto degli inglesi e del maharaja locale per studiare degli antichi manoscritti in dialetto  rajasthano. Peccato che non abbia potuto vedere i reperti archeologici, spero che dopo i lavori di riammodernamento trovino una degna collocazione.

   E’ incredibile la mole di ricerca svolta da Tessitori in pochi anni, prima che morisse a 32 anni di ritorno da un viaggio in Italia. Leggo su Wikipedia che si era ammalato di spagnola sulla nave da Venezia a Mumbai. Pare che diversi suoi studi sulla mitologia indù siano ancora inediti.
   Davanti al museo c’è un busto di marmo con una sua citazione che sembra in polemica con i suoi datori di lavoro britannici (nonché alleati del maharaja Shhri Ganga Singh).
    L’Archivio di Stato del Rajasthan, che è nella stessa area che ospitava l’amministrazione britannica, più verde e ordinata rispetto al resto della città, ha dedicato a Tessitori una sala con diversi oggetti personali, lettere, libri in italiano, e molte fotografie anche della sua vita privata. Dall’album di famiglia ho trovato una foto di lui 23enne soldato a Milano e un'altra molto bella su un cammello nel deserto, probabilmente durante una spedizione archeologica.

Quando i pomodori costano più che in Europa (e dicono che l'inflazione non c'è)

New Delhi, 3 agosto 2017

   Ufficialmente in India l'inflazione è contenuta e di fatti ieri la Banca centrale ha tagliato i tassi di interesse. Ma oggi io a New Delhi ho comprato i pomodori alla cifra record di 100 rupie al chilo (circa un euro e mezzo), che é più o meno quello che si paga in Italia per dei semplici pomodori da sugo. E non  li ho comprati da un fruttivendolo al Khan Market, il mercato degli stranieri e dei ricchi indiani dove gli affitti sono come sulla Fifth Avenue, ma sul carrettino sotto casa in un quartiere popolare. E non sono quelli di Pachino, ma dei pomodorini striminziti.
   Pare che il motivo di questo rincaro sia il maltempo, ma come spesso accade anche da noi, forse è semplice speculazione.  
   Non solo i pomodori, ma tutti i prezzi dell'ortufrutta sono alle stelle. Sono appena tornata dall'Europa e sono scioccata. Decisamente è meno caro fare la spesa a Milano. Veramente non so come facciano gli indiani a sostenere certi costi per il cibo. Probabilmente hanno eliminato i pomodori dalla loro dieta.  Ma anche le cipolle, onnipresenti sulla tavola degli indiani, fanno piangere il portafoglio. Per non parlare della frutta, in questa stagione solo pere e qualche mela, sulle 200 rupiee. Meno male che ci sono sempre le papaye e le banane.
    Eppure il governo di Narendra Modi, che quando era all'opposizione attaccava il Congresso dei Gandhi per il caro cipolle, continua a dire che non c'è inflazione...
    Non sono beni di sussistenza, ma anche i prezzi dei visti gli stranieri in India sono saliti. Da giugno c'è stata una impennata fino al 50% per alcune categorie. Il mio che è un  J-visa (journalist) è passato da 7000 rupie a 10 mila rupie. In cambio però all'FRRO gli impiegati ti offrono le caramelle.        Insomma l'India si sta lentamente adeguando alle condizioni occidentali, a torto o a ragione, lo si saprà solo in futuro. 

Ritu Dalmia, la chef degli italiani in India, oggi sul Corriere

Milano, 20 luglio 2017

   Sorpresa! Oggi in prima pagina delle cronache di Milano del Corriere della Sera campeggiava Ritu Dalmia, la chef indiana che da anni cucina per gli italiani a New Delhi, e in particolare per i diplomatici. Gestisce infatti un ristorante all`Istituto italiano di Cultura, nel compound della sede diplomatica, che e` molto frequentato da stranieri dell`enclave diplomatica di Chaniakyapuri.  La Dalmia ha anche un altro ristorante di cucina italiana, Diva, che e` uno dei migliori della capitale e primo di una catena. Adesso come informa il Corsera aprira` a settembre un locale a Milano, in un posto storico, dove servira` cibo indiano `come si fa a casa`, il che che significa con meno peperoncino e spezie. Si chiamera` Chittamani.
   Nell`intervista al Corriere la Dalmia parla anche liberamente della propria omosessualita`, non penso che avrebbe fatto lo stesso con un giornale indiano, dato che in India le relazioni gay sono reato.

Post-maro`/ L`Italia ritorna in India

New Delhi, 5 aprile 2017

   Ho visto oggi su The Hindustan Times questa pubblicita` della grandezza di un quarto di pagina, su una delegazione di imprenditori italiani in arrivo a Delhi e Mumbai il 27 e 28 aprile. Si tratta della prima visita ufficiale da circa 5 anni, ovvero da quando e` scoppiato il caso maro`.
    E` vero che la data scelta e` un po` infelice perche` coincide con il periodo` piu` caldo, anche oltre 40 gradi. Ma il business preferisce l`aria condizionata, quindi non penso sia un problema. L`evento e` promosso da due ministeri, Confindustria, Ice, Abi, Camere di Commercio ecc e` in collaborazione con gli industriali indiani. Vedo che sono rappresentati i settori della meccanica e tecnologie verdi, due campi ad alto contenuto hi tech di cui gli indiani hanno molto bisogno. Quindi, Italia welcome back to India. 

Kashmir, il piu` lungo tunnel stradale dell`India parla Italiano

New Delhi, 31 marzo 2017

  La prossima settimana il premier Narendra Modi inaugurera` un tunnel stradale in Kashmir, la regione a maggioranza mussulmana contesa con il Pakistan, che e` il piu` lungo mai costruito in questa parte di Himalaya e che - guardate un po` - e` stato disegnato da italiani.  Il traforo Patnitop di 9 km sulla autostrada che va da Jammu a Srinagar permettera` un notevole risparmio di tempo.
Il progetto e` stato realizzato con il contributo della societa` di ingegnerisica Geodata che tra l`altro sta lavorando anche alla ferrovia sempre in Kashmir e ad altre opere pubbliche sotterranee in India. Leggo sul sito dell`azienda torinese che l`appalto (2010-2014) da 375 milioni di euro riguardava il `detailed design, including Geotechnical Monitoring, MEP system design, and Construction Follow-up`.
    Mi piace scrivere questo per sottolineare come gli ingegneri italiani non abbiano perso il loro primato nella progettazione di infrastrutture e per fortuna sono quindi ancora competitivi.
   Peccato che ai media italiani non interessi per nulla raccontare di queste collaborazioni e dello sviluppo infrastrutturale che sta trasformando l`India delle vacche sacre. Preferiscono scrivere o meglio scopiazzare su internet storie di tribu` dove comandano le donne o di statue che celebrano pseudo eroi anti mussulmani come a Mumbai, perche` questi sono gli argomenti che vanno `di moda` e soprattutto non si fa fatica a fare i titoli. Ma l`India (e anche l`Italia) e` un`altra storia. 

Sorpresa, le nuove 500 e 2000 rupie sono stampate su carta Fabriano

New Delhi, 28 marzo 2017

    Ho scoperto leggendo questo articolo su The Indian Express che le nuove banconote da 500 e da 2000 rupie in circolazione sono stampate su carta Fabriano. La storica e famosissima cartiera italiana, ora del gruppo Fedrigoni, e` infatti tra le fornitrici della Reserve Bank of India (Rbi). E` tra le nove societa` straniere selezionate a dicembre per fornire alla Zecca indiana 20 mila tonnellate della speciale carta filigranata e con il filo di sicurezza. In effetti le nuove banconote mi ricordano un po` l`euro, che arriva dalla stessa cartiera.
   Non molte aziende al mondo sono in grado di produrre questo tipo di carta e evidentemente in India non ce ne sono. Leggo sul sito di Fabriano Security, che produce questo tipo di carta per passaporti, bolli e banconote, che la fibra deve essere al 100 per cento di cotone per garantire la resistenza. Poi c`e` l`aspetto sicurezza, immagino che saranno arrivati interi aerei in India. Probabilmente negli stabilimenti di Fabriano avranno lavorato notte e giorno per la maxi fornitura. Il governo ha dovuto sostituire in poche settimane l`85% della liquidita` in circolazione. Stiamo parlando di un Paese da 2,2 miliardi di persone, non sono bruscolini. Non so quanti euro ci sono in circolazione, ma penso che la quantita` di rupie sia maggiore. Per mesi la Zecca ha stampato in continuazione, mentre gli indiani erano in coda ai bancomat. Adesso non ci sono piu` problemi di liquidita` e  il premier Narendra Modi e` stato pure `premiato` alle elezioni regionali in Uttar Pradesh.    Rimane il mistero delle banconote da mille che non esistono.... Ma penso che presto saranno introdotte e allora ci sara` altro lavoro per Fabriano. A meno che non finisca travolto dallo scandalo sollevato da Indian Express. Il rappresentante indiano della cartiera sarebbe infatti coinvolto nei Panama Papers come evasore fiscale. Non c`e` alcuna connessione con la fornitura di carta, ma qui in India quando si parla di business italiano c`e` sempre il sospetto che ci sia corruzione. Vedasi gli elicotteri di AgustaWestland.
    E` l`eredita` del vecchio scandalo del mediatore Ottavio Quattrocchi,  rappresentante dell`allora Snam Progetti a New Delhi e amico di Sonia e Rajiv Gandhi, accusato di aver veicolato  mazzette per l`acquisto di cannoni svedesi Bofors. Quattrocchi, che era scappato a Kuala Lampur, ora e` morto, ma il suo spetttro continua ad agitare il mondo della politica indiano. 

Italian National Day all`ambasciata di New Delhi.

New Delhi, 18 marzo 2017

Ieri sera si e` tenuta la celebrazione dell`Italian National Day nel giardino-uliveto dell`ambasciata d`Italia a New Delhi. Come avevo spiegato in questo post si tratta del ritorno alla `normalita`nelle relazioni con gli indiani dopo cinque anni di `gelo` a causa della crisi dei maro`.
Per l`occasione e` stata invitata a esibirsi l`Orchestra di Mantova che si trova in tournee in India. L`ambasciatore Lorenzo Angeloni ha fatto gli onori di casa e ha annunciato che ad aprile arrivera` una delegazione governativa e di imprenditori dall`Italia.  L`ospite d`onore era il Minister of State (una sorta di viceministro) alla Scienza e Tecnologia Y.S. Chowdary, il quale nel video che allego qui sotto, inconsapevolmente ha svelato l`arcano, Il National  Day si tiene il 17 marzo (anniversario dell`Unificazione, data importante certo) e non il 2 giugno, perche`....in quel mese fa troppo caldo, 

Il 'National Day' italiano torna il 17 marzo in grande stile

New Delhi, 6 marzo 2017

   Colpo di scena. L'ambasciata d'Italia a New Delhi ha deciso di celebrare la Festa nazionale il 17 marzo, anniversario dell'Unificazione, ritornando a una vecchia abitudine che risaliva a prima dell'incidente diplomatico con i marò del 2012.

   In realtà, anni fa, il National Day si festeggiava il 15 marzo, costringendo molti diplomatici a cercare il significato storico di quella data che ancora oggi rimane misteriosa. Mi sono sempre chiesta cosa c'era di male a celebrare il 2 giugno, Festa della Repubblica, come nelle altre sedi diplomatiche. A quanto pare a Delhi a giugno fa troppo caldo per tenere una reception nel parco dell'ambasciata.
   Negli ultimi cinque anni la Festa nazionale è stata sospesa o tenuta sottotono per via della crisi dei marò. Adesso che per fortuna le relazioni stanno lentamente tornando alla normalità, l'attivissimo ambasciatore Lorenzo Angeloni ha deciso di festeggiare la ricorrenza con una reception in grande stile. Vedo dall'invito che mi è stato recapitato a casa che ci sono una trentina di sponsor, da Ferrero a Campari (assenti Fiat e Piaggio). Immagino che di questi tempi non sia stato facile tirare sù così tante adesioni per finanziare il cocktail che si tiene nella residenza dell'ambasciatore.
   Per colmare la mia ignoranza sono andata a cercare informazioni sulla data del 17 marzo che nel 2011 è stata al culmine delle celebrazioni del bicentenario dell'Unità d'Italia. E' quando Vittorio Emanuele II ha proclamato al palazzo Carignano di Torino la nascita del Regno d'Italia (e si è autonominato re d'Italia). Certo è stata determinante per la nostra storia, ma io avrei preferito il 2 giugno anche con la canicola.

Nel 1943 un piroscafo italiano affondo` a Goa...

Panjim (Goa), 13 febbraio 2017

   Ho scoperto per caso che nel 1943 un piroscafo italiano, Anfora, di proprieta` del Lloyd Triestino, e` affondato nel porto di Mormugao, a Goa, dopo un`operazione clandestina anti spionaggio dei britannici. La storia, che ho letto qui, e` bellissima. Tant`e` che ha ispirato un libro e poi anche un film del 1980 con Gregory Peck e Roger Moore, `Sea Wolves` (In italiano `L`oca selvaggia colpisce ancora`).
     Leggo sul Times of India di oggi (leggi qui) che le autorita`goane vogliono recuperare alcuni relitti di vascelli affondati, tra cui le navi tedesche Ehrenfels e Braunfels, anche queste obiettivo della missione segreta. Sorpresi nell`oceano Indiano dallo scoppio della guerra nel 1940, i mercantili si erano rifugiati nella colonia portoghese di Goa, in quanto zona sicura (il Portogallo era neutrale). Ma  pare che a bordo di una nave tedesca era rimasta attiva una ricetrasmittente che aveva trasmesso delle informazioni di spie indiane (anti britanniche)  alle potenze dell`Asse che avevano permesso l`affondamento di molte unita` navali nell`oceano Indiano.   
    Non e` chiaro se le navi sono state incendiate dai sabotatori giunti da Calcutta oppure se sono state autoaffondate per paura che fossero catturare dai nemici. Oltre 30 persone dell`equipaggio, italiani in maggior parte, sono stati poi incarcerati dai portoghesi nella fortezza di Aguada.
   L`intera storia e` stata tenuta segreta fino al 1978, quando ormai i portoghesi erano stati caacciati da Goa e il governo indiano poteva rivelare la verita` sulla violazione della neutralita`.
    Il Mormugao Port Trust intende recuperare quattro relitti, le due navi tedesche e altre due vascelli affondati di recente, Pare che al largo di Goa ci siano decine di relitti, alcuni risalenti a diversi secoli fa, quando la regione era l`avamposto della potenza navale portoghese in Asia.
   Ma per quanto riguarda l`Anfora non e` chiara la sua sorte dopo l`incendio. Nel link citato sopra leggo che il relitto e` stato recuperato nel 1948 e poi demolito a Mumbai. Ma dal Times of India potrebbe sembrare che e` ancora nelle acque poco profonde del porto.Chissa`, mi piacerebbe andare a vedere, magari in compagnia di qualche sub.

Referendum e italiani all'estero/ "Caro governo ti scrivo..."

New Delhi, 26 novembre 2016

    Come tutti gli italiani all'estero ho ricevuto anche io la lettera di Matteo Renzi in cui si invita a votare sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. Sul frontespizio compare il premier che ride con il presidente Usa uscente Barack Obama, mentre sul retro c'è la missiva "Cara italiana, caro italiano...".

   Onestamente mi fa piacere che qualcuno del governo mi scriva e mi chiami pure "cara Italiana" perché a parte gli appuntamenti elettorali in 20 anni che sono all'estero non ho mai ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dal mio Paese. Purtroppo gli italiani all'estero esistono solo quando serve un voto.
    In estrema sintesi, la lettera descrive l'Italia come un Paese deriso e umiliato all'estero a causa della sua instabilità politica e della corruzione: "Un Paese instabile, che cambia Presidente del Consiglio più spesso di un allenatore della nazionale. E tra noi, ahimé, possiamo dircelo: questo luogo comune non è così distante dalla realtà".  Ma mi raccomando, che rimanga "tra noi"...
   Il sì al referendum riduce i costi della politica ed elimina il bicameralismo paritario, che è - cito la lettera - "un sistema che esiste solo in Italia". Peccato che ci sia anche in India e Usa, rispettivamente la più grande e la più vecchia democrazia al mondo.
   L'approvazione della riforma costituzionale avrebbe il potere di trasformare l'Italia in "un Paese credibile e prestigioso".  Mentre in caso negativo "torneremo a essere quelli di cui all'estero si sghignazza, quelli che non cambiano mai, quelli famosi per l'attaccamento alle poltrone e azzuffate in Parlamento".
Già, l'Italia di cui si "sghignazza" proprio come nella foto del frontespizio.