Visualizzazione post con etichetta balene. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta balene. Mostra tutti i post

AZZORRE / Le isole degli ultimi balenieri (e delle ultime balene)

"Non pochi di questi marinai delle baleniere sono delle Azzorre, dove le navi di Nantucket si fermano spesso lungo il viaggio d'andata per ingrossare gli equipaggi coi forzuti paesani di quelle coste di pietra....Perché non si sa, ma pare che gli isolani risultano i balenieri migliori".
Hermann Melville
Moby Dick o La Balena (1851) Traduzione di Cesare Pavese

Horta, 2 maggio 2021
   Non si puo' pensare alle Azzorre senza ripercorrrere la storia della caccia alle balene. L'arcipelago portoghese, nove isole nel mezzo dell'Atlantico a meta' strada tra Europa e Usa, ha una ricco passato legato all'industria baleniera. Per un secolo, fino al bando internazionale del 1985, la cattura, macellazione e lavorazione del grasso di balena per la estrazione di olio e vitamine e' stata la principale atttivita' delle isole di Pico e di Faial. Insieme all'altrettanto redditizia presenza delle compagnie mondiale di servizi telegrafici e posa dei cavi sottomarini sul fondo dell'Atlantico, ha contribuito alla prosperita' di queste sperdute ma strategiche isole vculcaniche.
Non sono passati che 30 anni fa da quando i balenieri delle Azzorre, i 'migliori' in circolazione secondo Melville, appesero gli arpioni al chiodo. E' rimasto tutto intatto: gli attrezzi dell'arte baleniera, le scialuppe nei porti e le grandi fabbriche dove si sventravano i cetacei appena catturati per estrarne il prezioso olio e altre sostanze usate sia nella nascente rivoluzione industriale che nell'alimentazione grazie alle sue proprieta' nutritive. Si' perche', come e' descritto magistralmente nelle pagine di Moby Dick, il grasso di balena era come il petrolio dell'era moderna. Era preziosissimo e non stupisce che le balene sono ora in via di estinzione.
'Bota' nel Museu dos Baleeiros / Lajes de Pico

   Nei principali porti di Faial e Pico le tracce della scomparsa industria baleniera sono ovunque. Le fabbriche sono state trasformate in musei che documentano l'arte baleniera in tutti i dettagli con fotografie e documentari dell'epoca. Alle Azzorre la caccia alle balene era di tipo stanziale, nel senso che non c'erano navi baleniere che solcavano gli oceani come il Pequod del romanzo di Melville. Non c'era bisogno perche' i capodogli, i branchi di cetacei 'dentati' piu' preziosi per il loro olio chiamato spermaceti, erano una presenza costante al largo di Faial, Pico o Sao Jorge, le tre principali isole delle Azzorre Centrali.
   A Pico, dove c'era la maggior concentrazione di balenieri, ci sono ben due musei. Uno sorge a Lajes de Pico nell'ex officina dove i fabbri forgiavano arpioni, lance e altri attrezzi per la lavorazione. Nel 'Museu dos Baleeiros' si puo' assistere alla proiezione di un raro documentario del 1969, "Gli Ultimi Balenieri", che testimonia ogni fase di questo mestiere allora gia' in declino per via dei lubrificanti sintetici.
'Vigia da Baleia', la sentinella delle balene


   Era la "sentinella delle balene", nella sua torretta chiamata in portoghese "vigia da baleia" a dare il segnale agli uomini dell'isola con razzi o quando fu disponibile con il telefono. Gli spruzzi dei cetacei sono visibili anche a grande distanza, ma bisognava fare in fretta per cattturare le prede. Le squadre dei balenieri correvano al porto e mettevano in acqua delle eleganti scialuppe, dette 'bota', gia' attrezzate con tutto l'occorrente per la caccia, compreso un barile con 300 metri di corda sapientemente arrotolata. E' la fune che la balena, una volta arpionata, porta negli abissi dell'oceano  trascinando con se la barca dei balenieri fino a quando non si stanca. Proprio come nel 'Vecchio e il Mare' di Hemingway, ma con la differenza che il 'mostro', quando affiora, viene colpito ripetutamente dalle lance affilate dirette ai polmoni e al cuore fino a quando soccombe. Il documentario mostra un combattimento cruento, sembra quasi una 'corrida'. Ci vuole una grande abilita' a anche una buona dose di coraggio. Anche se verrebbe da tifare per la povera balena agonizzante in una grande chiazza di sangue.
   Negli anni d'oro i balenieri di Pico arrivavano a cacciare due balene alla settimana. Le grandi caldaie, usate per estrarre l'olio dal grasso, sono ancora visibili nell'ex stabilimento di Sao Roque, Pico, diventato ora il 'Museo da Industria Baleeira'. Creata nel 1941, questa fabbrica serviva per la produzione di olio e di tutti i derivati del capodoglio poi destinati all'esportazione. Era la piu' grande e importante industria baleniera delle Azzorre, come si puo' vedere oggi dai suoi macchinari e tecnologia che all'epoca era di tutto rispetto, soprattutto per una remota isola in mezzo all'Atlantico.
Oltre al grasso, dal capododoglio proveniva anche l'avorio dei denti e ossa.  Ne e' derivato un prezioso artigianato, un po' come quello delle zanne di elefante in Asia: da semplici utensili, come pomelli o monili, fino a diventare una specifica arte dei balenieri, quella delle incisione e pittura su denti di balena nota come 'screenshaw'. 

CANARIE/Una zona protetta per le balene tra Tenerife e Gomera

San Sebastian de la Gomera, 20 marzo 2020

   Il tratto di mare tra l’isola di Tenerife e la Gomera, largo circa 80 chilometri, è uno dei più suggestivi dell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Non solo per la maestosità del vulcano Teide di Tenerife (3.715 m) che si specchia nel blu dell’oceano, ma anche per la presenza di delfini e balene. Lo scorso gennaio, un’associazione britannica nata nel 2015 che si chiama World Cetacean Alliance (WCA) ha riconosciuto la fascia di mare davanti alla costa occidentale di Tenerife come “Patrimonio per la Salvaguardia delle Balene”. È il primo luogo di questo genere in Europa dichiarato dalla WCA e il quarto al mondo (dopo Hervey Bay in Australia, The Bluff (Sudafrica) e Dana Point (Stati Uniti) (leggi qui).


   Nei 20 chilometri di costa tenerifina che va da punta Teno al porticciolo di La Galleta vivono circa 200 esemplari di “balena pilota” o globicefalo, un grosso delfino (5 o 6 metri), di pelle scura e con pinne corte. I “calderon”, come vengono chiamati in spagnolo, sono creature un po’ bizzarre. Stanno immobili sulla superficie, in larghi gruppi, con la massiccia testa a “uovo” fuori dall'acqua. Non hanno paura delle barche, non si spostano anche quando si è molto vicini. Poi improvvisamente scendono negli abissi a mangiare molluschi cefalopodi rimanendo sotto per lunghissimo tempo.
   Da anni sono una delle principali attrazioni turistiche nel sud di Tenerife e anche una buona fonte di reddito per decine di barcaioli che organizzano i tour di avvistamento balene (1,4 milioni di turisti nel 2019). Il globicefalo non è una specie rara da proteggere, a differenza di altri tipi di cetacei che popolano o che transitano nel canale tra Tenerife e La Gomera. L’attività di avvistamento è già regolamentata dalle autorità locali per non disturbare troppo i branchi che pacificamente “pascolano” nel tratto di mare. Ma non sempre sono rispettate le distanze di sicurezza, si spera che ora con questo riconoscimento ci sia più attenzione. Di sicuro, con la pandemia e il crollo del turismo, i “calderon” possono ora stare tranquilli. Devono solo fare attenzione ai ferries che collegano Tenerife e Gomera.
   L’area era già entrata a fare parte delle “zone speciali di conservazione”, secondo le direttive della Ue, e quindi è esclusa dal traffico dei cargo. C’è chi vorrebbe una vera e propria riserva marina con divieto di pesca e anche del passaggio degli traghetti superveloci che connettono le isole e che talvolta travolgono le pigre balene pilota sulla loro rotta.