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LA CITAZIONE/La profezia di Farenheit 451 mezzo secolo prima dei social

Scuola di Atene - Raffaello Sanzio - Figura attribuita alla filosofa Ipazia

 Los Cristianos (Tenerife), 9 settembre 2020

"Riempila (la gente) di informazioni innocue, rimpinzala di tanti ¨fatti¨e si sentira´intelligente solo perche' sa le cose. Loro crederanno di pensare, avranno l'ímpressione del movimento anche se non si muovono affatto. E tutti saranno felici perche´ i fatti di quel genere non cambiano. Non dargli armi sdrucciolevoli come filosofia, sociologia o altri strumenti per collegare le cose, e´piu´felice di chi cerca di calcolare, misurare l`universo, che naturalmente rifiuta di farsi calcolare e risolvere senza aver prima trasformato l'uomo in una belva disadattata". 

Capitano Beatty in Farenheit 451 - Ray Bradbury (1953) 

COVID19/Diario di una quarantena in barca 7 - Tre letture mirate

Gran Canaria, 11 Aprile 2020

In questo periodo circolano molti consigli di letture. Anche io contribuisco nel mio piccolo. Si tratta di libri non legati alla vela, ma al momento particolare che stiamo vivendo di limitazione delle libertà individuali, di grande paura per il futuro e di claustrofobia quotidiana.
Paul Furst, Il dottor Schnabel (medico della peste nel XVII secolo a Roma).
La Peste di Albert Camus (1947), che ho scoperto e' tra i più letti, e' un must, perché ci ricorda che le epidemie hanno generato in passato sentimenti e inquietudini molto simili a quelle che stiamo vivendo ora. Quante similitudini ci sono con la pestilenza che sconvolge la cittadina algerina di Oran, le restrizioni ai movimenti, l'affollamento degli ospedali, il dramma dei cimiteri pieni e le fosse comuni...       
"Molti speravano sempre che l’epidemia si sarebbe fermata e che loro, con la famiglia,
sarebbero stati risparmiati. Di conseguenza, non si sentivano ancora obbligati a nulla. Per essi la peste non era che una spiacevole visitatrice, che doveva andarsene un giorno, com’era venuta. Spaventati, ma non disperati, non era ancor giunto il momento in cui la peste gli sarebbe apparsa come la forma stessa della loro vita e in cui avrebbero dimenticato l’esistenza che avevano potuto condurre prima del morbo".

   La seconda lettura e' il famoso Racconto dell'Ancella della canadese Margaret Atwood (1985), diventato il simbolo dell'oppressione (in quel caso maschilista) e di una umanità controllata e messa al servizio della classe dirigente.     
“Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell'anarchia, c'era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.”

    Ultimo suggerimento e' un grande classico che ho scoperto solo ora, La novella degli Scacchi del dissidente austriaco antinazista Stefan Zweig (1941), illuminante per le profonde riflessioni del Dr B. nella sua cella di isolamento prima di sfidare il campione di scacchi sul piroscafo da New York a Buenos Aires.   
“Ma persino i pensieri, per quanto possano essere privi di sostanza, necessitano di un punto d’appoggio, altrimenti cominciano a roteare e a girare senza senso su se stessi; anch’essi non riescono a sopportare il nulla. Aspettavi che accadesse qualcosa, da mattina a sera, e non accadeva niente. Continuavi ad aspettare, ancora e ancora. Non succedeva niente. Aspettavi, aspettavi, aspettavi, pensavi, pensavi, pensavi finché le tempie non ti facevano male. Non succedeva niente. Rimanevi solo. Solo. Solo."

LIBRI/ L'"altro lato" del Pakistan che non fa paura agli indiani

Gran Canaria, 13 marzo 2020
    Ho ricevuto una richiesta dalla sede di Penguin Random House di New Delhi di recensire un libro del giornalista indiano Sameer Arshad Khatlani, “The Other Side of Divide. A journey Into The Hearth of Pakistan” (Eburi Press by Penguin Random House India 2020, 264 pagine).
   Il saggio contiene un ricco excursus nella storia, cultura e tradizioni dei due eterni rivali, India e Pakistan, “separati” in casa dopo la sanguinosa divisione del subcontinente indiano alla fine del colonialismo britannico nel 1947. La “partition” ha generato finora quattro conflitti armati e un fronte costante di guerra nel Kashmir, la regione himalayana a maggioranza mussulmana contesa dalle due potenze nucleari.
    Khatlani - che ha lavorato per i più prestigiosi quotidiani indiani in lingua inglese, dal Times of India all’Hindustan Times dove si trova ora – arriva proprio dalla valle del Kashmir e conosce bene il fardello di vessazioni quotidiane e restrizioni a cui è sottoposta la popolazione kashmira. “Kashmir have been the proverbial grass that has suffered in the elephants fight” scrive nel secondo capitolo dove ricorda anche un episodio della sua gioventù, quando a 19 anni fu fermato dalla polizia davanti a un famoso stadio di cricket di Jaipur, in Rajasthan, soltanto perché voleva scattare una foto della leggendaria arena sportiva.
    Il saggio ruota attorno a un suo viaggio a Lahore, nel dicembre 2013, per partecipare al “World Punjab Congress”. Dopo aver ottenuto l’agognato visto pachistano (della durata di una settimana e ristretto solo a Lahore) e scampato alla nebbia che d’inverno spesso blocca l’aeroporto di Delhi, il giornalista si trova ad attraversare con una certa trepidazione il valico di frontiera Wagah, a pochi chilometri dalla città sacra ai sikh di Amritsar per andare, dall’”altro lato” .
   Tuttavia “l’altro lato” del confine esiste solo nell'immaginario dei pachistani, ma non in quello degli indiani abituati a vedere i loro cugini separati con la lente del terrorismo e dell’estremismo islamico purtroppo dominante nel “Paese dei Puri”: “There is no other side to Pakistan. It is different to the other way around. India “soft power”, the reach and impact of Bollywood, helps offset anti-India sentiments in Pakistan. It humanizes India among Pakistani masses”. (pagina 2).
La tradizionale cerimonia al valico di frontiera di Wagah (Maria Grazia Coggiola) 

    Il tentativo dell’autore è appunto di trovare un “altro lato" del Pakistan, oltre gli stereotipi dominanti in India, spulciando meticolosamente ogni episodio storico, aneddoto, leggenda o personaggi le cui vite sono sospese tra i due lati della frontiera. Il tutto densamente farcito con un continuo richiamo ai giorni del massacro e dell’esodo di proporzioni bibliche che seguì la Partition. Un quarto della popolazione di Delhi, ben 3.3 milioni di mussulmani, furono costretti a fuggire a causa delle violenze etniche e religiose. Ma furono molti anche quelli che scelsero di rimanere in India, come il padre dello suocero di Khatlani, Sadiq, che si ritrovò come sfollato ad occupare gli immensi i campi profughi montati davanti al Forte Rosso.
   Per i mussulmani indiani, la colpa di tutto ciò è di Mohammed Ali Jinnah, il raffinato e sempre elegante leader musulmano che volle una nazione separata per i musulmani.”Jinnah, however, continues to remain a convenient punching bag; the main villain” (pagina 6)”.
   Centrale nell’intero libro è la città di Lahore, ex capitale dell’impero Mughal (prima di Agra e Delhi) e polo culturale (e laico) del Pakistan. Lahore è la gemella di New Delhi. I suoi monumenti, come la moschea Badshahi o il Forte Rosso, i bazar e ora anche i nuovi shopping mall frequentati dalla erudita ‘middle-class’ del Punjab, hanno una loro ‘copia’ a Delhi.
   Le conoscenze di Khatlani, basate su una ricchissima bibliografia di saggi e articoli, conducono il lettore alla scoperta di Lahore, dei suoi simboli e dei suoi tesori nascosti. Come un bravissimo cicerone, snocciola una serie impressionanti di aneddoti curiosi e anche divertenti come quelli su Cyril Radcliffe, il giurista britannico che tracciò la linea di separazione tra i due nascenti Stati chiuso per cinque settimane in un bungalow di Delhi “struggling with heat and humidity”.
    Nel capitolo 5 “Beyond The Walls” dedica alcune pagine a una disquisizione sui raffinati bordelli di Heera Mandi e dalla generalessa Rani, amante e musa del dittatore Yahya Khan (1969-1971). Non può mancare una tappa alla terrazza del ristorante Cooco’s Den, di cui traccia la storia del suo proprietario Iqbal Hussain, figlio di una prostituta e ora artista affermato.
   L’appartenenza comune alla regione del Punjab, il sincretismo tra la religione sikh e quella sufi, la ricca eredità dei mughal, il cinema di Bollywood e i suoi idoli, il cricket… la lista delle connessioni e parentele con l’India è lunghissima. Alcuni statisti come l’ex premier Atal Bihari Vajpayee, del partito della destra del Bjp oggi al potere, e anche lo stesso generale Pervez Musharraf hanno sperimentato in diverse occasioni la diplomazia del “people to people” e sono anche riusciti a generare momenti di reciproca simpatia. Ma puntualmente i loro tentativi sono stati vanificati dagli attacchi terroristici dei talebani e dei gruppi estremisti islamici come quello agli hotel di Mumbai del novembre 2008.
    Durante il suo soggiorno a Lahore , l’autore è quasi spiazzato dall'ospitalità e dalle attenzioni che gli vengono riservate. Così come è meravigliato di trovare nella libreria Liberty una ampia scelta di scrittori indiani, tra cui l’attivista Arundhati Roi.
   Nel capitolo 8, “Down Memory Lane” racconta del nonno, Abbaji, che studiò medicina tradizionale a Lahore negli anni 1930 e che conobbe il famoso poeta Iqbal. I ricordi sono intrecciate a lunghe divagazioni sul carattere cosmopolita della città. Prima dell’esodo degli hindu e dei sikh durante la Partition, Lahore era una vibrante città multiculturale e multireligiosa: “ The markers of Lahore’s multi religious past are strewn all over the place” . E tra questi ci sono anche i luoghi frequentati da Rudyard Kipling, il cannone Zam Zammah (ruggito del leone), all'ingresso del museo, citato in “Kim” e il Panorama Shopping Center, dove aveva il suo ufficio.
   Grazie ai suoi contatti, molti dei quali coltivati negli anni a Delhi, Khatlani riesce anche farsi invitare a un fastoso party natalizio a casa di una famosa attrice e star di Youtube, Juggan, dove può osservare da vicino l’alta società di Lahore. È un’occasione per affrontare un argomento delicato, quello dell’alcol, a cui dedica diverse pagine piene di divertenti aneddoti su dittatori e statisti abituati ad alzare il gomito. In Pakistan ufficialmente vige il proibizionismo, ma solo per i mussulmani. Ma c’è un ricco mercato nero e anche una fiorente distilleria, la Murree, appartenente a una famiglia parsi, che produce whisky di grande qualità. Da Jinnah a Zulfikar Ali Bhutto, sembra che molti fossero stati dei forti bevitori. Il divieto fu introdotto nel 1971 su pressione dei partiti conservatori che poi appoggiarono il dittatore Zia al Haq.
   Soltanto nell’ultimo capitolo, the Last Day, c’è un accenno alla stagione del terrore culminata con l’attacco al bus dei giocatori di cricket dello Sri Lanka nel marzo 2009, che ha colpito al cuore lo sport più amato in Pakistan (e anche India). I sanguinosi attentati sono soltanto tratteggiati marginalmente nel libro, così come non compare nulla sull’arsenale nucleare segreto che tanto preoccupa gli Stati Uniti.
   Il libro di di Khatlani si distingue proprio perché tratteggia un’immagine del Pakistan diversa dalla comune narrativa di Paese che ha dato rifugio ai talebani e a Osama Bin Laden. È un tentativo di raccontare la gente, in particolare l’intellighenzia di Lahore e quel cordone ombelicale con “l’altro lato” del Punjab che non si può e mai si potrà mai recidere.

LIBRI\ Internet e clima visti da due scrittori::Baricco e Gosh

Madrid, 11 aprile 2019
   Mi sono trovata per caso a leggere due libri di scrittori famosi che trattano di due questioni di urgente attualita’. Uno e’ The Game di Alessandro Baricco sulla rivoluzione di internet e l’altro e’ La Grande Siccita’ di Amitav Ghosh sul cambiamento climatico. Due corposi saggi scritti da due romanzieri. E due altrettanti corposi soggetti che di solito sono di pertinenza della scienza e non della letteratura.
Ma se e’ vero che ‘lo scrittore non e’ una persona che risolve i problemi ma che li pone’ (Cechov citato da Murukami Haruku in 1Q84) allora non c’e’ nulla di anomalo, anzi direi che ci stanno bene.
   Le trasformazioni sociali di internet e quelle ambientali causate dall’inquinamento sono forse le piu’ grosse sfide che l’umanita’ si trova a dover affrontare all’inizio del terzo Millennio.
   Ci siamo dentro e le stiamo vivendo ogni giorno, e proprio per questo e’ difficile avere una visione chiara della loro portata. Un romanziere, abituato a raccontare le storie e a scavare negli animi, ha forse qualche elemento in piu’ di comprensione e riesce meglio a spiegare eventi di portata rivoluzionaria come questi due. Almeno cosi’ mi e’ sembrato, considerando che non si tratta di scrittori ’impegnati’ nel sociale, soprattutto l’indiano (emigrato negli Usa) Amitav Ghosh, studioso dell’epoca coloniale e autore di una famosa trilogia ambientata nell’India britannica. Entrambi mi hanno sorpreso per la mole di ricerca e lo sforzo di vedere ‘oltre’ la narrativa dominante su questi due temi.
   In ‘The Game’, Baricco scrive che la rivoluzione digitale non e` solo tecnologica, ma e’ mentale, ha la capacita` di 'generare una nuova idea di umanita`. Ed e’ proprio questo che ci fa paura. E’ la paura di essere di fronte a ‘una mutazione radicale, la generazione di un uomo nuovo scaturito casualmente da una trovata tecnologica irresistibile’. Ipotizza quindi che l’era digitale e‘ una evoluzione darwiniana dell’umanita’, addirittura una ‘modificazione genetica’, in perenne ricerca di innovazioni e che opporre resistenza e’ quindi inutile. Non bisogna avere paura, dice, e bisogna agire in fretta, perche’ nel frattempo in California ‘altri’ stanno ‘inventando il nostro futuro’.
   Anche se preferisco schierarmi dalla parte di chi resiste al cambiamento, non sono del tutto convinta sugli effetti benefici della rivoluzione digitale in futuro. Il ‘gioco’ si e’ fatto davvero pesante perche’, come scrive, il cambiamento in corso e’ culturale. Come ipotizza negli ultimi capitoli ’autore di Sapiens, Yuval Noah Harari, siamo a una svolta determinante in cui l’uomo che ne uscira’ sara’ irriconoscibile, proprio come lo e’ oggi per il primitivo Neandertal.
   Sul piano del cambiamento climatico, invece, Amitav Ghosh, figlio di ‘rifugiati ambientali’ dal Bangladesh quando ancora non esisteva la definizione, offre una visione diversa, di uno che appartiene a un Paese emergente, l’India, dove il 40% non e’ connesso alla rete elettrica e dove il 90% non possiede un auto (ma entro pochi anni non sara’ piu’ cosi’).
   Il suo punto di vista ‘non occidentale’, capovolge le responsabilita dell’Occidente che non solo hanno inquinato per primi il pianeta con l’espansione della economia fossile ma hanno anche impedito che le nazioni povere si sviluppassero (e paradossalmente inquinassero) mantenendo il monopolio sulle tecnologie inquinanti dell’industrializzazione e quindi della ricchezza.
   Nel suo libro di non fiction “La Grande Cecita’ – Il cambiamento climatico e l’impensabile” si chiede se "l’imperialismo abbia forse ritardato l’avvento della crisi climatica tenendo a freno l’espansione delle economie asiatiche e africane".
    E’ paradossale ma e’ vero. Solo pochi hanno avuto quindi il “diritto” a inquinare. Interessante poi il raffronto che fa Gosh tra l’Accordo di Parigi, un “capolavoro di vertiginoso vituosismo”, come lo definsce e la Enciclica del Papa, Laudato si’, dove si criticano apertamente alcuni paradigmi, come la crescita infinita o illimitata, che sono alla base del problema ambientale.
   Problema che nel 1928 il Mahatma Gandhi (in Young India) mise a fuoco con queste famose parole ” Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se una intera nazione di trecento milioni di persone dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse. Il mondo ne resterebbe spogliato come da una invasione di cavallette”.