Gibilterra, dove regna la Giarrettiera (stemma del Regno Unito)

Gibilterra, 27 Ottobre 2018

   “Honi soit qui mal y pense” . Questa scritta, che in francese suona più o meno così, `sia svergognato chi pensa male’, è incisa nel bronzo di un cannone che ho visto nel giardino botanico della Rupe di Gibilterra. Le parole sono parte integrante dello stemma reale del Regno Unito, uno dei più antichi d`Europa, che è raffigurato anche sui passaporti dei cittadini di Sua Maesta`.

   Incuriosita dalle bizzarre parole, ho cercato di capirne il significato. Il motto appartiene all’Ordine cavalleresco della Giarrettiera, un esclusivo club nobiliare fondato nel Medioevo e che tuttora continua a esistere anche se molti ne hanno dimenticato le origini storiche. Fu infatti istituito nel 1343 dal re Edoardo III in seguito a un curioso episodio accaduto durante un ballo di corte in cui una contessa perse niente meno che una giarrettiera. All`epoca non c`erano i collant e le calze erano sostenute da nastri di seta o di pizzo diventate poi sinonimo di biancheria sexy. Accorgendosi dell`incidente, si narra che il re si offrì per aiutare la signora a rindossare la giarrettiera (o secondo un`altra versione se la legò a un ginocchio). A sua giustificazione il monarca pronunciò poi la fatidica frase, `Honi soit qui mal y pense`, probabilmente per mettere a tacere le male lingue o forse per scherzare, chissà. In francese perché questa era la lingua parlata dalla nobiltà europea.

   Da qui non è ben chiaro come sia nata l`idea di creare un `club` di cavalieri della Giarrettiera, una idea che sembra più una goliardica trovata di bontemponi che un’ associazione di potenti teste coronate come è poi diventata nei secoli . Leggo che dell`Ordine fanno parte 24 `cavalieri` e `cavallerizze` (stranamente l`Ordine è aperto alle donne) scelti direttamente dalla Regina. Il loro simbolo è appunto una giarrettiera azzurra listata d`oro e sormontata dalla celebre frase. Ne fanno parte d’ufficio i membri della famiglia reale e in seconda battuta i più potenti monarchi del mondo. Gli ultimi arrivati sono Felipe VI di Spagna e il giovane re d`Olanda, Willem Alexander.
   Lo stemma dell`Ordine della Giarrettiera, come appare sui cannoni di Gibilterra fusi nel 1734 come vedo dalla data impressa sulla coda, è anche l`emblema ufficiale della Regina e dell`esercito inglese, e sottolineo `inglese` perché’ gli scozzesi ne hanno un altro. Il motto dell`Ordine, anche questo in francese e anche questo sui passaporti, è `Dieux et mon Droit ` (Dio e il mio diritto), che in pratica sancisce un diritto divino a governare, pure questo mutuato dai sovrani francesi dell`epoca pre illuministica.
    Probabilmente pochi britannici conoscono la storia dello stemma impresso nel loro passaporto e il significato delle parole in francese. L`ho chiesto a un amico di una certa età e non lo sapeva. Chissà se dopo Brexit lo stemma sarà tradotto…
   Ogni pietra di Gibilterra trasuda di storia. La Rupe, una delle due mitiche colonne di Ercole che costituiscono la porta d`ingresso del Mediterraneo (l`altra è collocata nella città autonoma spagnola di Ceuta), ha subito indenne ben 14 assedi, tra cui il Grande Assedio del 1779 durato oltre 3 anni e con perdite immense. A questo assedio è dedicato un museo all`aria aperta, con dei `tableau vivant`, dopo l`ingresso della Rupe (che è a pagamento, 6 euro per salire a piedi). Qualcuno conta come quindicesimo assedio quello imposto dal dittatore Franco nel 1969 e che durò fino al 1982 quando furono riaperte le frontiere con la Spagna.
   Secondo una superstizione popolare, Gibilterra resterà britannica fino a quando ci saranno le scimmie sulla rupe. I famosi macachi, ufficialmente le uniche scimmie `europee`, una delle attrazioni turistiche della colonia, sono meno aggressive dei loro consimili indiani, ma io ero lo stesso terrorizzata a scavalcare le madri che allattavano i piccoli distese sulla scalinata che porta alla cima. Le scimmie sono nutrite dai guardia parco, ma sono sempre in cerca di cibo e pronte a saltare sui malcapitati turisti che però sembrano divertirsi.
   Al di sotto della Rupe la vita scorre lenta, come in un villaggio della campagna inglese. Tutti si conoscono e hanno un forte senso di appartenenza dovuto a secoli di resistenza contro nemici esterni. La Spagna non ha mai rinunciato a rivendicare la sovranità su Gibilterra che sarebbe stata ceduta agli inglesi in virtu` del Trattato di Utrecht del 1713. È una disputa dormiente o meglio dimenticata che potrebbe però ritornare in auge presto con le conseguenze della Brexit. Il confine è quasi inesistente. Dopo una certa ora di sera è perfino sguarnito. Mi è capitato di attraversare la pista di atterraggio, che divide Gibilterra dalla città spagnola di La Linea senza che nessuno mi controllasse i documenti.
   Il traffico stradale e pedonale viene bloccato ogni volta decolla o atterra un aereo, più o meno 4 o 5 volte al giorno. È l`unico `passaggio a livello` al mondo su una pista di decollo ed è abbastanza divertente per certi versi. C`è un progetto di costruire un tunnel sotto lo scalo, ma è stato bloccato. Effettivamente l`aeroporto rappresenta un`ottima barriera territoriale.
   Un altro piano, decisamente più futuristico, di una galleria di 14 km tra Spagna e Marocco, è stato accantonato o non è mai stato preso seriamente in considerazione dato il costo elevato e la difficoltà di realizzazione per via delle forti correnti e del fondale. I collegamenti con i ferry (sia con la spagnola Ceuta che con la marocchina Tangeri, poi sono ottimi e quindi non si vede lo scopo di una maxi opera del genere tra le colonne di Ercole.

Gran Canaria, quando Dio si e` mozzato un dito

Agaete (Gran Canaria), 20 luglio 2018

    Sono passati quasi 13 anni dal suo crollo, ma per la gente del posto, El Dedo de Dios è sempre qui a Puerto de Las Nieves puntato verso l`alto, un po` irriverente, si direbbe, per una divinita` celeste. Ci sono perfino ancora le indicazioni stradali che guidano il turista verso la celebre attrazione, mentre i negozi di souvenir continuano a vendere le cartoline, sempre più ingiallite, con il famoso spuntone di roccia vulcanica che era il gioiello di Agaete, cittadina nel nord di Gran Canaria. 
    A mozzare il dito a Dio è stata una tempesta tropicale chiamata Delta nel novembre del 2005. Un rarissimo fenomeno atmosferico per le Canarie che vantano il clima più stabile del mondo. Sembrerebbe un puro atto di autolesionismo della divinita` stessa.
   A ricordare che il Dito di Dio non c`è più, per i turisti che arrivano qui a cercarlo, c`è un piccolo murales su una casa di un pescatore che molto probabilmente ha assistito alla catastrofe. Un vento di 130 chilometri all`ora - leggo le cronache dell`epoca - ha abbattuto il `dito`, un monolite di roccia basaltica alto 6 metri che si era formato negli ultimi 300 mila anni.
   La zona di Agaete è infatti, secondo i geologi, una delle più antiche dell`arcipelago atlantico nato dai vulcani. C`è anche una grande necropoli, Maipes, dell`epoca pre ispanica. Non ho capito se il `dito` è rimasto intero o si è frantumato nel crollo. La base (la `mano`) è rimasta intatta e c`è chi aveva proposto di ricostruirlo, ma le autorita` locali hanno preferito di no dopo lunghi dibattiti. 
È prevalsa la teoria che se la `natura lo ha fatto e la natura lo ha distrutto`, almeno così si dice in paese. Pero` e` rimasto nell`immaginario collettivo come simbolo dell`isola. Un artista ne ha fatto una copia in cartongesso in una bella vallata panoramica (foto qui sopra).
    A soprannominarlo El Dedo de Dios pare sia stato uno scrittore canario che ha dedicato dei versi alla bizzarra roccia, alta in tutto circa 60 metri, nota prima di allora come Roque Partido.
Oltre che per il monumento roccioso, Puerto de las Nieves è famoso anche per la cappella, la Ermita de Nuestra Senora de las Nieves, che ospita un trittico del pittore fiammingo Joos Van Cleve. La chiesetta è meta della festa religiosa più grande delle Canarie, la Bajada de la Rama (la `discesa dei rami`, 4 agosto), nata da una vecchia tradizione pagana degli aborigeni Guanci e dedicata a invocare la pioggia.

VELA/ Come impedire che la drizza si attorcigli sui gradini dell`albero

Gran Canaria, 20 luglio 2018

   Sembra un problema di poco conto e invece non lo e`. L`albero di Maneki e` dotato di scalini in alluminio, triangolari e abbastanza sporgenti. Sono una bella comodita` per chi naviga da solo. Li ho usato in molteplici occasioni, per pulire l`anemometro per esempio oppure perche` si erano sfilate le cime che reggono il lazy jack (o meglio il lazy bag perche` io ho una sacca che contiene la randa).
   Pero` quando si issa la randa e magari c`e` un po` di vento, oppure non la si issa velocemente, finisce che si ingarbuglia dietro i gradini. E la situazione non e` piacevole per chi sta all`albero e tenta disperatamente di sganciarla scuotendola o con dei colpi di frusta. Mi e` successo, magari non ero perfettamente nel letto del vento, non lo so, ma e` stato spiacevole.
   Quindi, su suggerimento del mio istruttore Keith, ho tirato del nylon trasparente da pesca da ogni gradino alla sartia di dritta e a quella di sinistra, come si vede da questa foto. Ho fatto una piccola gassa intorno alla sartia e poi ho fissato l`altro capo al gradino con il nodo che - penso - si usa per attaccare gli ami. In barca ho trovato una scatola piena di materiale per la pesca, quindi ero provvista di filo di nylon.
    Non so quanto dura perche` non sono riuscita a tendere bene i fili, soprattutto quelli a sinistra, perche` avevo solo la mano sinistra per fare i nodi (con la destra mi tenevo all`albero), pero` funziona.
   Per evitare altri `ingarbugli` ho poi deciso si abbassare il lazybag e relative cime prima di issare la randa cosi` che la vela va su` libera in un solo colpo senza rallentamenti.
Potevo metterci delle cime, ma dal punto di vista estetico mi sembrava un obbrobrio...gia` lo sono i gradini, mentre il filo di nylon e` invisibile e anche troppo piccolo per ospitare i piccioni quando si e` in porto.  

Valparaiso, il `'puerto loco' di Pablo Neruda

Valparaiso (Cile), 26 maggio 2018

    È difficile trovare degli aggettivi per descrivere Valparaiso, la città portuale cilena nota come il `gioiello del Pacifico`. Raramente ho visto un posto più folle, anche visivamente per i suoi palazzi colorati e totalmente ricoperti di graffiti. È talmente un ammasso di stili architettonici e di arredi urbani che non si può che stupirsi di fronte a tanta confusione. Non ti lascia neppure il fiato per respirare quando ti inerpichi su per le sue 42 colline in un saliscendi di scale variopinte e funicolari diroccate che ti sembra di essere in un luna park abbandonato. E decadente Valparaiso, sporca come tutte le città di porto, fracassona, godereccia al limite della volgarità e costantemente in movimento per via dei terremoti. Ma proprio questa miscela ti affascina e ha affascinato l`Unesco che nel 2003 l`ha inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità.

    A circa 140 km dalla capitale Santiago – ci si arriva attraversando i migliori vigneti del Paese – Valparaiso ha un passato glorioso che si vede nei volti della gente, immigrata dall`Europa a fine secolo, quando la città era una tappa commerciale importante sulla rotta dall`Atlantico al Pacifico. Prima che aprissero il canale di Panama, nel 1914, le merci e le persone transitavano dallo stretto di Magellano. Sulla costa pacifica, Valparaiso era la prima ad accoglierli. Oggi il porto non è più così importante come allora, attraccano forse più navi da crociera più che cargo, tuttavia Valparaiso si è inventata un nuovo ruolo come capitale culturale del Cile. Ha tutti i numeri, è sede della più antica biblioteca e del più antico giornale al mondo in lingua spagnola, El Mercurio di Valparaiso (1827), nonché` penso uno dei più longevi quotidiani sul pianeta. Questo perché - va detto – è riuscito a navigare indenne attraverso golpi e controgolpi. È stato il giornale del regime di Pinochet e nonostante questo è oggi uno dei più letti in Cile.

LA FOTO/ Perle di saggezza a Valparaiso


Valparaiso (Cile), 1 giugno 2018 

   Ho trovato questo cartello davanti a una scuola di Valparaiso: "Il Mondo e` come un libro e quelli che non viaggiano leggono solo una pagina"



Sette Anni in ....Argentina, il Tibet e` sulla Cordigliera delle Ande

Uspallata (Argentina) – 21 maggio 2018
   Mi ricordo ancora quando dopo aver visto Sette Anni in Tibet, il capolavoro di Jean-Jacques Annaud, mi e` venuta voglia di andare a scoprire le immense montagne dell`Himalaya. Une delle mie preferite regioni in India è appunto il Ladakh, il 'piccolo Tibet', la zona a maggioranza buddista inaccessibile per molti mesi all`anno e una vera e propria sfida per chi soffre di altitudine. Pensavo -  ingenuamente - che gli aspri paesaggi del Ladakh fossero davvero unici al mondo.

   Invece assolutamente no. Sulla cordigliera della Ande, esattamente sotto l`Aconcagua, al confine tra Argentina e Cile, c`è una copia esatta del Ladakh, senza ovviamente i `gompa`, le prayer flags colorate e gli yak, particolare non del tutto trascurabile.
   Tant`è che – è stata la mia scioccante scoperta – la maggior parte delle riprese di `Sette Anni in Tibet` sono state girate sulle Ande e in particolare nei dintorni di Uspallata, una cittadina sulla strada per il Cile, famosa in passato per le miniere degli inglesi e ora punto di partenza di diversi trekking sull`Aconcagua. A Uspallata, fino a 30 anni fa, passava anche un trenino, il Ferrocarril Trasandino, che collegava Mendoza a Los Andes in Cile. Parte della ferrovia è ancora visibile lungo il passo di confine, anche se è quasi completamente danneggiata.

    Ho letto che ben il 70% delle scene del film con Brad Pitt sono state girate nelle montagne di calcare e arenaria giallo-viola intorno a Uspallata. Le riprese avvenute alla fine del 1996 sono durate tre mesi e, come si può immaginare, la piccola e sonnacchiosa cittadina è stata completamente invasa dal circo di Hollywood. Per l`occasione sono stati anche portati degli yak dalla California, che poi sono finiti negli zoo dell`Argentina. Il regista Annaud ha detto in una intervista che tuttavia nel film che uno spezzone di Tibet c`è, di qualche minuto, girato in gran segreto alle autorita` cinesi.  .
    Basta uscire dal centro abitato per rendersi conto della somiglianza con il Ladakh. Ho fatto un trekking di un giorno verso una collina chiamata `Cerro de Los Siete Colores`, la cui roccia è multicolore per la presenza di minerali e magma uscito dalle eruzioni di chissà quanti anni fa. Il paesaggio è secco come una tundra, le rocce si sgretolano sotto i piedi e il sole scotta. Qua e la` ci sono cactus e cespugli profumati, di un tipo che sull`Himalaya non c`e`. A differenza del Tibet l`altitudine è qui di appena 2000 metri.. Per trovare un simile paesaggio in Ladakh bisogna salire a 4-5 mila metri, con evidenti difficoltà logistiche se si vuole girare un film.

    Ma penso che la decisione di `creare` il Tibet in Argentina, dall`altra parte del mondo, sia stata dettata anche dalla difficoltà di ottenere i permessi in India (o peggio ancora in Cina). A tutt`oggi il governo di New Delhi è molto restio a dare il visto a documentaristi o registi nelle zone di confine.
   La mia passeggiata in `Ladakh` è terminata nella zona archeologica del cerro di Tunduqueral, dove ci sono delle iscrizioni rupestri di una popolazione indigena risalenti a prima della conquista spagnola.
    A  circa 70 km verso il confine con il Cile ho poi fatto sosta al Parco nazionale dell`Aconcagua, che con quasi 7 mila metri , è la cima più alta delle Ande. Anche qui il paesaggio è desertico e molto simile dal punto di vista geologico all`altipiano tibetano, ma senza i monaci del Dalai Lama, quindi molto meno fascinoso. Devo confessare che questa parte della Cordigliera, quella centrale, è abbastanza deludente, non c`è nulla di andino, manco un lama (intendo l`animale...). 
     Dopo il passo (Paso de Los Libertadores, 3200 metri), e il tunnel del Cristo Redentore, che segna il confine con il Cile, la strada si snoda in una impressionante spirale, con una trentina di tornanti a U. A vederla fa paura, ma a percorrerla non è così difficile, ovviamente in buone condizioni meteorologiche. Se c`è neve il passo viene chiuso.
    Il Cile è così stretto che appena scesi dalla Cordigliera si arriva in un paio di ore sulla costa del Pacifico. Si è gia` nel distretto di Valparaiso, il porto amato da Pablo Neruda. Sarà la mia fertile immaginazione, ma mentre scendevo con la moto sul lato cileno mi sembrava di sentire già l`aria umida e molle dell`oceano.

FAKE NEWS/Quando i giornalisti diventano `fact checker`

Gran Canaria, 5 maggio 2018

    Ho appena concluso un corso on line gratuito sulle `fake news` messo a disposizione dal Knight Center for Journalism in the Americas (Universita` del Texas), una fondazione statunitense che si occupa di promuovere eccellenze nel giornalismo, in particolare digitale. Il corso si intitola "Trust and Verification in the Age of Misinformation" (questo il link) ed e` tenuto da un `cacciatore` di fake news che si chiama Craig Silverman, che lavora per BuzzFeed News, sito di informazione americano che vende contenuti alle piattaforme. E` l`uomo del momento in  materia di `fact checking` e `debunking`, due attivita` che stanno andando per la maggiore negli ultimi tempi, soprattutto negli Stati Uniti.
    Le `fake news`, salite alla ribalta dell`attenzione con la presidenza Trump, sono al centro del dibattito sui media negli Usa oltre a essere una reale minaccia alla democrazia, come si e` visto nella campagna elettorale e anche recentemente con lo scandalo di Cambridge Analityca/Facebook.
    Quindi negli Stati Uniti se ne fa un gran parlare e si cerca anche di correre ai ripari creando nuove figure professionali, i `fact checkers` come Silverman, che passa le proprie giornate al desk a spulciare foto, video e website e a cercare i falsi account sui Facebook e Twitter.
    L`oggetto del corso era infatti di dare ai giornalisti degli strumenti (open source e perfettamente legali)  per controllare l`autenticita` di tutta la marea di informazioni che passano sullo schermo. Sono tools usati anche per fare investigazioni private. Si tratta di verificare l`identita` di nomi o indirizzi mail sul web, soprattutto Facebook o Twitter, vedere cosa e come postano, smascherare bot e algoritmi.  Tra i suggerimenti ci sono Inteltecnique.com, Peekyou, Webmii e altri dedicati a Twitter o Linkedin. Li ho provati, ma ho riscontrato grossi limiti, primo bisogna essere iscritti a Facebook e secondo sono efficaci per lo piu` per ricerche di gente che vive negli Usa.  Molti poi sono a pagamento, quindi e` gia` nato un businss intiorno alla fake news.
    Altri strumenti sono invece dedicati a controllare se foto o video sono stati truccati o manipolati. Per esempio una extension di Google Chrome, InVid, offre tutti i tools su una piattaforma per risalire all`originale di una foto o vedere dove o quando e` stata pubblicata .
   Una altra extension di Chrome, CrowdTangle, permette invece di vedere da chi e quante volte una pagina e` stata condivisa su Facebook.
    Insomma il corso e` stato utilissimo perche` mi ha aperto gli occhi su una realta` che finora avevo solo osservato da lontano, come se non mi appartenesse.  In Italia poi non ci si pone manco il problema, i media italiani sono sempre piu` ripiegati su se stessi a causa della crisi e delle redazioni che sono sottodimensionate. Allo  Spiegel hanno una redazione di 70 `fact checkers` (leggi qui), noi non abbiamo manco piu` i correttori di bozze.
   Se e` stato utile per aggiornarmi su cosa succede nel mondo del giornalismo, d`altro canto mi sono speventata a pensare alle conseguenze di questo nuovo ruolo della stampa. Nel caos generale dei social media, fake news, propaganda politica, bot, hacker russi, ecc, c`e` piu` che mai bisogno di recuperare i `sani` valori del giornalismo e di riallacciare un rapporto di fiducia con i lettori che oggi vanno su Facebook a informarsi.
   Questo percorso di recupero della `funzione` giornalistica passa sostanzialmente attraverso il `fact cheking`.  Il giornalista e` oggi chiamato a `rovistare` dentro la melma del web e cercare di capire cosa e` vero e cosa e` `fake`.  Ecco un esempio di lavoro che Craig Silverman fa nella sua redazione (leggi qui)
   Un giornalista oggigiorno e` quindi colui che mette i bollini rossi o verde, falso o vero, su notizie che circolano sul web. Un lavoro immane tra l`altro data la vastita`di pagine c he ogni secondo vengono caricate in rete. Certo ci vuole qualcuno che mette ordine al caos e che - in teoria - sia qualificato a farlo (un giornalista appunto che ossrve un codice deontologico) , pero` se questo e` il futuro della professione sono molto perplessa e soprattutto non sono pronta a trasformarmi in una `fact checker`.  

”Buscar el levante por el ponente”

Gran Canaria, 30 Aprile 2018

   Di solito a scuola si studia che il viaggio di Cristoforo Colombo per la scoperta dell`America è iniziato da Palos, in Spagna, il 3 agosto 1492. Ma in realtà il viaggio verso l`ignoto è iniziato dalle Canarie, avamposto a Sud Ovest della Spagna, ben dopo le Colonne d`Ercole. Colombo, che gli spagnoli chiamano Cristobal Colon, si è fermato a Las Palmas per riparare la Pinta e per fare rifornimenti.
    A Las Palmas l`Ammiraglio sta un mesetto; si può vedere nel quartiere storico di Vegueta la casa dove ha soggiornato, trasformata in un bel museo di arte marinara. Poi il 2 settembre parte per la Gomera dove aveva una tresca, si racconta, con la governatrice Beatriz Peraza y Bobadilla, una “nobile, bella, sofisticata e di temperamento caldo” (cito “Colombo. Diario del Viaggio che ha cambiato il mondo” di Antero Reginelli, che ho appena letto). In realtà a La Gomera, che è la più verde delle Canarie, le caravelle hanno anche fatto rifornimento d`acqua.
    Da li` il 6 settembre Colombo salpa per il mare sconosciuto convinto che il Giappone , che lui chiamava Cipango, si trovasse a una distanza di sole 4.500 miglia. Il suo obiettivo era appunto di “buscare el ponente por el levante’. Nel primo secolo AC, Eratostene aveva calcolato che la Terra misurava 40 mila chilometri di circonferenza. Quindi, forse in cuor suo, lo sapeva che era impossibile raggiungere la `rotta delle spezie` di Marco Polo, ma l`ambizione e le potenziali ricchezze lo avevano  accecato a tal punto da fingere di non conoscere la realtà`. E comunque obiettivamente nessuno sapeva cosa si trovasse a Est della Cina.
    Mentre da qui guardo la linea dell`orizzonte, immagino le tre caravelle con le vele spinte dal vento di Nord Ovest, che qui è costante, essendo le Canarie sul lembo dell`anticiclone delle Azzorre. Sono i cosiddetti `trade winds`, noti anche come alisei, che hanno portato i navigatori a scoprire nuove rotte commerciali, soprattutto dopo che la `via della seta` era diventata pericolosa per la disintegrazione del regno mongolo.
   Leggendo il diario di bordo di Colombo, o meglio la ricostruzione perché l`originale è andato perduto, ho scoperto alcune curiosità. Per esempio che l`Ammiraglio teneva due registri di bordo, uno segreto con le leghe realmente percorse ogni giorno e un altro pubblico in cui dimezzava o riduceva drasticamente le distanze per non spaventare la sua ciurma. Gestire un equipaggio di una barca è già complesso quando si sa dove si va, figuriamoci quando non si conosce la meta, o meglio la si conosce ma non si sa dove è.
   Per calmare gli animi della ciurma sempre più spaventata dalla vastità dell` oceano usava la leva del denaro e ricordava le ricchezze che avrebbero guadagnato al termine della missione. La Regina Isabella di Spagna aveva promesso una pensione vitalizia al primo che avesse avvistato la terra. Alle due di notte del 12 ottobre 1492 il marinaio andaluso Rodrigo de Triana, sulla Pinta che era la prima in quanto più veloce, rompe il silenzio con il grido “terraaa”. Erano a circa 12 chilometri dall`isola di san Salvador, nelle Bahamas.
   Per gli spagnoli Rodrigo de Triana è un eroe, c’è anche un monumento in suo onore a Siviglia. Ma il fortunato marinaio rimase a bocca asciutta perché` al ritorno in patria Colombo rivendicò il diritto a riscuotere il premio in quanto disse che aveva visto qualcosa brillare all`orizzonte già alle 10 di sera dell`11 agosto, ma l`avvistamento non era stato confermato dai suoi ufficiali che non videro nulla.
   Le descrizioni che fa Colombo dei  luoghi dove approda sono idilliache, scrive di non aver visto mai una natura più rigogliosa e delle acque così tranquille e accoglienti. Della gente ripete continuamente che sono pacifici e “a digiuno di guerra, come le Vostre Altezze si renderanno conto di persona vedendo i sette che condurrò  con me in Spagna per insegnarli la nostra lingua e, poi, riportarli nel loro paese per usarli da interpreti, a meno, che non decidiate di trattenerli in Castiglia e farne degli schiavi, insieme agli altri, nell`isola in cui vivono”.  Cosa avvenne in seguito purtroppo lo sappiamo bene.



VADEMECUM/ Come scegliere una barca (per vivere e navigare)

Gran Canaria, 20 Aprile 2018 

    C`e` una massima che circola negli ambienti nautici: "Ci sono due momenti di massima felicita` nella vita di un marinaio, quando compra la barca e quando la vende". Mi dispiace smentire i vecchi lupi di mare, ma non penso sia valida per tutti.

    Nel mio caso quando ho comprato Maneki (un Jeanneau di 9 metri del 1974) ho avuto piu` paura che gioia. Paura di non saper gestire l`enorme complessita` che una barca presenta. Ancora oggi non so neppure se riesco a portarla da sola in quanto causa guasto motore non sono ancora uscita dalle tranquille acque del porto. L`ex proprietario di Maneki, un francese che come me ci viveva sulla barca, poi non era cosi` al settimo cielo nonostante abbia spuntato un buon affare. Non lo faceva vedere ma era cupissimo quando ha deciso di vendere la sua `creatura`. Ancora adesso mi manda dei messaggi in cui mi dice che `le manca`. Deve essere stata una lacerazione separarsi da qualcosa che era parte della tua vita e con cui hai condiviso gioie e dolori. tanto. Ne so qualcosa quando ho dovuto lasciare la mia moto in India.

Come quindi scegliere una barca?. 
   Innanzitutto si escludono le barche nuove, in giro c`e` cosi` tanto usato e a cosi` poco prezzo che non merita davvero.
Dove iniziare? 
    La scelta del posto e` essenziale, grosso modo intendo, tipo Mediterraneo, Atlantico, Caraibi, Australia…vero e` che poi si naviga ma ci vuole una base di partenza. Io ho escluso l`Asia perche` non c`e` molta scelta. Nel Mediterraneo invece ci sono migliaia di barche, la maggior parte ferme nei porti perche` i proprietari sono anziani (la popolazione europea sta invecchiando sempre piu`) oppure sono stati colpiti dalla crisi economica. Ci sono quindi buone occasioni, ma nel caro e vecchio Mare Nostrum – secondo me il mare piu` bello del mondo - bisogna tenere conto di due fattori: la stagione invernale che dura minimo sei mesi e il costo degli ormeggi (anche se questi sono diminuiti al pari passo con gli affitti delle case).
Alle isole Canarie, le `Maldive` dell`Europa, c`e` il vantaggio di una estate infinita con zero (o quasi) giorni di pioggia piu` vento costante. Da Cristoforo Colombo, che e` partito da qui, in poi e` un paradiso per i navigatori.
Agenzia o tam tam?     Si puo` dare una occhiata ai siti di annunci come Subito.it o altri specializzati per avere una idea. Ormai non ci sono quasi piu` annunci sulle bacheche delle marine, e` tutto on line.  Si puo` poi cercare nei porti le barche che espongono il cartello `In Vendita`, soprattutto quando uno ha una idea precisa di dove ci si vuole stabilire.
Ma funziona anche il tam tam. Nel mio caso ho `messo in giro` la voce che ero interessata a comprare un piccolo veliero e dopo un po` mi si sono presentate delle occasioni. Nello specifico, ho trovato Maneki grazie al mio insegnante di vela. Io sono arrivata al Puerto di Mogan per fare la scuola di vela Aistrac, gestita da un irlandese che ha una vasta esperienza non solo di navigazione, ma anche di manutenzione delle barche. Mi sono quindi affidata al suo occhio (piu` esperto del mio) per scegliere.
Poi entra in gioco anche la sorte come in molti casi della vita. Posso tranquillamente dure che Maneki e` arrivata a me, non sono io che l`ho cercata. E come prova tangibile mi basta guardare l`immagine del Ganesh, il dio elefante, che l`ex proprietario ha affisso nella cabina. Quale migliore coincidenza per me che arrivo dall`India!

Quanti metri?     Questo e` veramente una questione personale. Da soli si possono portare barche di 15 metri, conoscono molti velisti che sono arrivati qui alle Canarie da soli dai Caraibi o dal Mediterraneo con barche ovviamente attrezzate per una navigazione in solitaria. Diciamo che si va dai 9 metri (o 30 piedi) che e` il minimo per viverci a un massimo di 15 metri. Io, che sono principiante e anche con poche risorse, ho preferito il minimo necessario. In effetti ho gli spazi che mi servono, la cuccetta a prua dove dormo, il salotto con tavolo, l`angolo cucina e il tavolo da carteggio dove ho installato il mio ufficio e dove sto scrivendo ora.

Che cosa serve a bordo?    E` importante che la barca sia ben attrezzata non solo per navigare (vele, strumenti, scialuppa salvataggio, cordame, ecc) ma anche per viverci. Quindi deve essere autosufficiente per quanto riguarda elettricita` (pannelli solari o generatore eolico), acqua (serbatoio capiente), fornello, frigo, armadietti, ecc) e possibilmente avere un canotto o un kayak come nel mio caso. Tutte queste cose se non ci sono vanno comprate con quindi ulteriori spese. Io ho trovato praticamente tutto quello che serviva dal mio predecessore. Quando sono arrivata ho comprato solo il cibo, mi ha lasciato tutto, piatti e lenzuola comprese. Maneki ha un pannello solare collegato a due batterie che mi permettono di alimentare delle luci led, i caricatori dei computer e telefoni, la radio VHF e altri strumenti come il pilota automatico. Non posso attaccare il frigo che pero`, per adesso, ne faccio a meno e in verita` non sento molto la mancanza. Sono in porto e vado tutti i giorni al supermercato dove compro cose fresche.
 Occhio a motore e scafo    In una barca di medie dimensioni il motore e lo scafo fanno la parte del leone. Sono le parti piu` care e quindi da valutare con attenzione. Un motore nautico diesel viene sui 6 mila euro. Uno scafo corroso, da ruggine o da osmosi (se e` vetroresina) richiede tempo e soldi. In entrambi i casi la barca va levata dall`acqua. Anche le altre parti strutturali, albero e boma, sono importanti, ma e` piu` facile controllare il loro stato.
Pur avendo ben chiaro questo avvertimento, ho comprato una barca che ha problemi con motore. Non e` grande cosa, si tratta di sostituire delle guarnizioni del cilindro che perdono olio, ma il lavoro e` lungo e complesso. Sto aspettando che si liberi un meccanico. Non molti vogliono fare un lavoro che e` lungo e che richiede anche pazienza perche` bisogna lavorare dentro un gavone del pozzetto, in spazi ristrettissimi. Il mio motore e` un Vetus di 20 CV, mi e` stato detto che a parte la perdita e` in buono stato…speriamo. E` l`unica `pecca` che ha Maneki. Lo scafo, in vetroresina, e` stato trattato due anni fa e dipinto di arancione, un colore che non mi piace, e che cerchero` di cambiare quando sara` ora. Le vele e il cordame sono buone.
Gli strumenti base ci sono (bussola, windex e profondimetro). Il GPS portatile ha uno spinotto rotto e non si puo` collegare alla radio. Il pilota automatico che si collega alla barra e` di buona qualita`.

Quale bandiera?     Ho scoperto un sacco di cose a questo proposito. Primo e` che la bandiera segue il proprietario e se il nuovo padrone non ha gli stessi requisiti, per esempio la residenza, occorre ri-registrare la barca. Nel caso di Maneki non ho potuto mantenere la bandiera francese in quanto non residente in Francia o cittadina francese. In teoria potrei avere la bandiera italiana, ma mi e` stata vivamente sconsigliata. L`Italia ha infatti una procedura complessa e costosa che richiede anche dei controlli assidui e delle stringenti normative di sicurezza. Quindi mi sono messa a cercare dove era piu` facile e conveniente sfruttando il fatto che per un cittadino dell`Unione Europea e` possibile registrare una barca anche non nel proprio Paese di origine.
Di sicuro la nazione piu` `friendly` per chi va per mare e` il Regno Unito che ha istituito un registro delle piccole barche (inferiori a 24 metri). La tassa e` di appena 25 sterline e la licenza dura cinque anni. Ma bisogna essere cittadini o residenti nel Regno Unito e dimostrare non solo che si ha un indirizzo, ma che si e` `inseriti` ovvero si ha un lavoro o una societa`.
Olanda e Belgio, due piccoli Paesi ma con grandi tradizioni marinare, invece non hanno obblighi di residenza e la procedura e` facile . Di fatti sono molto gettonati. Ci sono agenzie su internet che promettono una bandiera olandese o belga in pochi giorni con 300-400 euro. Io ho provato a fare domanda on line al registro olandese, ma ho visto che quello belga e` ancora piu` facile, almeno sembra perche` ho appena inviato la domanda di registrazione. A questo proposito faro` un aggiornamento magari con piu` dettagli, visto che sono diventata una esperta in materia.

Infine, come chiamarla?    Si sa l`ambiente marinaro e` molto superstizioso. Una delle credenze e` che non bisognerebbe mai cambiare nome alla barca. Io un realta` mi ero ripromessa di battezzare la mia prima barca “Garbino”, un vento da Sud Ovest tipico dell`Adriatico, poi pero` ho cambiato idea. Maneki, il mio Jeaunneau, deriva il suo nome dal giapponese Maneki Neko, il gattino che saluta con la zampa e che e` un talismano diffusissimo in tutta Asia. Potevo forse rinunciare a tale portafortuna? No ovviamente, ecco quindi che Maneki e` rimasta tale.

Puerto de Mogan, la `Costa Smeralda` delle Canarie

Puerto de Mogan (Gran Canaria), 10 Aprile 2018

   Ci sono dei posti, quando si viaggia, che ti incantano fin dal primo sguardo, che senti che possiedono un qualcosa di speciale nel paesaggio, nell`architettura o semplicemente nell`aria che si respira. Uno di questi e` Puerto de Mogan, nel sud della Gran Canaria, a 40 km dalla capitale Las Palmas.  E` un piccolo porticciolo creato negli anni Ottanta che le guide turistiche spacciano per `Little Venice`. Ma di Venezia non ha nulla a parte alcuni ponticelli di legno.
   E` stato invece, anche se per poco tempo, un pezzo di Costa Smeralda, un avamposto della Dolce Vita sull`Atlantico e l`ultimo sogno di uno stravangante personaggio che ha creato l`esclusivo Porto Rafael, davanti all`arcipelagio della Maddalena, ritrovo per magnati e le loro corti stile film Grande Bellezza.  E` ormai un capitolo chiuso della storia italiana, che sembra lontanissimo, tanto sono cambiati i tempi.
   Il personaggio in questione si chiama Rafael Neville, aristocratico spagnolo, figlio dello scrittore Edgar Neville, che all`epoca faceva parte del jet set della Sardegna e dell`Agha Khan.
Siamo negli anni in cui nasce la Costa Smeralda e il suo mito. Neville, un concettualista e creativo, si direbbe oggi,  aveva gia` ideato come architetto un paio di progetti in Spagna, Torremolinos e Marbella.  Pero` poi si innamora di una spiaggetta (che gli era apparsa in sogno) in Sardegna dove si stabilisce e che diventera` Port Rafael (questo documentario  racconta il suo sogno).
   Sono gli anni del capitalismo turistico. Un suo amico, Paolo Riccardi, che e` l`avvocato e braccio destro dell`Agha Khan che nel 1982 `fiuta un altro affare` proprio qui a Puerto de Mogan, dove non c`era nulla a parte un grande bananeto come si vede da una foto dell`epoca affissa vicino alla torre di controllo della marina.
   Non so se questo e` un altro `sogno` di Neville  (il cui motto era `sognare e` vivere`) ma tra il 1983 e il 1984 nasce il porto turistico e il villaggio intorno dove oggi ci sono ristoranti, negozi e appartamenti. La piazzetta centrale, dove c`e` una rosa dei venti sul pavimento, e` stata dedicata a lui. Sul lato orientale sorge una spiaggetta orientale, mentre sul costone della montagna sorge il vecchio villaggio che era dei pescatori e agricoltori.
 Siccome Puerto de Mogan sorge allo sbocco di una sorta di canyon dove sono stati scoperti degli insediamenti archeologici e delle necropoli, per fortuna lo sviluppo edilizio non e` stato cosi` massiccio come in altre parti della costa meridionale della Gran Canaria.
   Il porticciolo ha conservato l`aspetto che probabilmente era stato concepito dalla raffinata mente di Neville, conte di Berlanga di Duero, che e` morto nel 1996.  L`intenzione era di attirare il jet set che pullulava negli anni Ottanta sulla Costa Smeralda e che di inverno non sapeva dove andare...ma pare non sia mai decollato.
   Negli anni Novanta, infatti, si sa come e` andata a finire, la gloria dell`Aga Khan e conseguentemente di tutto il suo entourage si e` appassita e Mogan e` stato inglobato nei progetti di investimento di mezza Europa. Oggi il porticciolo e` visitato da centinaia di gitanti  che fanno le escursioni dell`isola, oltre che essere uno dei tanti posti dove svernano pensionati tedeschi, britannici, francesi e anche italiani. Non c`e` nulla che ricordi l`esibizione di ricchezza e la bella vita della Costa Smeralda, i ristoranti chiudono alle 11 e non ci sono locali notturni e, ahime, neppure gallerie artistiche o ritrovi culturali.
   La sua affascinante storia resta nelle facciate colorate del piccolo borgo pieno di gatti e di bouganville.





Veleggiando verso le Indie, ma quali Indie?

Gran Canaria, 5 Aprile 2018
   Dopo 17 anni ho lasciato l`India, nel senso che ho deciso di non abitare piu` e lavorare stabilmente a New Delhi, ma di viaggiare con una barca a vela partendo dalle isole Canarie. Detto cosi` sembrera` a molti una pazzia, invece e` molto piu` facile di quello che sembra.
   Un paio di premesse. Innanzitutto non ho lasciato veramente l`India e per questo ho deciso di non abbandonare questo blog ma di allargarlo alle mie esperienze velistiche. Come ho letto da qualche parte, `non sei tu che trovi l`India ma e` l`India che trova te`. Quindi l`India e` dentro di me e viaggia con me.

   Secondo, citando l`Ecclesiaste, “per ogni cosa c`e` il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”. Il mio momento e` venuto e non ho fatto altro che seguirlo. In realta` erano gia` anni che mi ero staccata da New Delhi, una citta` che ho amato molto ma che negli ultimi anni ho visto deteriorarsi cosi` tanto a causa dell`inquinamento, dell`edilizia selvaggia e non da ultimo anche dall`indifferenza dei suoi abitanti per la sua storia e i suoi monumenti.
   Negli ultimi tre anni ho viaggiato molto nel resto dell`India e in Asia. A tal punto da non riconoscere piu` la mia casa. Mi sono resa conto dell`inutilita` di avere una casa piena di cose, quando tutto quello che mi serviva era chiuso in uno zaino e in un marsupio. Il mio appartamento a New Delhi era diventato un museo di ricordi familiari, un po` come quello di Orhan Pamuk a Instanbul. Ho impacchettato quelli piu` preziosi e li ho spediti in Italia a casa dei miei genitori. Apriro` un museo comune con i loro ricordi. Per adesso voglio vivere il presente.
   Gia’ il presente. Sembra una storia parallela a quella di Simone Perotti, lo scrittore e marinaio che anni fa ha lasciato il suo lavoro di manager a Milano e si e` trasferito in barca (e` stato un pioniere del cosiddetto `downshifting` e lo ha raccontato nel libro Adesso Basta). Ma non e` proprio cosi`. Il mio lavoro da giornalista e` in realta` una passione che mi ha sempre permesso di vivere a modo mio. Purtroppo da alcuni anni il mio mestiere e` in crisi profonda, forse e` addirittura sparito. Il modo con cui si fa giornalismo oggi, parlo delle cronache dall`estero, non mi piace piu`. E di fatti sto pensando di cambiare mestiere o meglio di `impararne` finalmente uno prima che sia troppo tardi. Come non ricordare qui la celebre battuta di Luigi Barzini jr che fare il giornalista `e` sempre meglio che lavorare`?.
   L`obiettivo di questo blog rimane sempre lo stesso, raccontare delle storie di viaggi `lenti` e di persone che incontro. Le Indie, il titolo del mio blog, rappresentavano le mille sfaccettature dell`India e le sue contraddizioni. Ma le Indie sono anche quelle che ho qui davanti. A Las Palmas, la capitale,  c`e` la casa di Cristoforo Colombo, che gli spagnoli chiamano Colon, partito proprio da qui alla ricerca dell`India. Sappiamo come e` andata a finire... ma mi piace l`idea che davanti a queste isole ci siano le `altre` Indie.  
   Vorrei anche usare questo blog per fornire consigli pratici sulle barche a vela, su come viverci e come andare per mare, una guida di sopravvivenza senza grosse pretese perche` sono ancora una principiante, ma con un punto di vista femminile e senza tutta la prosopopea e la retorica delle grandi imprese velistiche.

8 MARZO / La ministra Swaraj tra le ambasciatrici e giornaliste

New Delhi, 8 Marzo 2018
   La ministra degli Esteri Sushma Swaraj,  una delle poche donne nel governo di Narendra Modi e molto apprezzata per assistere i cittadini indiani all`estero,  e` tornata a organizzare quest`anno il ricevimento dell`8 Marzo dedicato alle donne giornaliste, parlamentari  e ambasciatrici. Lo scorso anno la ministra era assente per convalescenza dopo un trapianto di reni. Adesso e` tornata in grande forma come si vede da questa foto.
    L`appuntamento tutto al femminile, nel prato del centro conferenze a Janpath, ha visto la presenza anche di un corpo di polizia `rosa`. di una percussionista di ghatam (anfore) e di un gruppo di `tamburine`. La maggior parte delle diplomatiche proveniva da Paesi africani, pochissime le corrispondenti straniere donne, forse per disinteresse o forse perche` sono davvero poche.
   Conosco Sushma, 66 anni avvocato, della destra moderata,   perche` era una delle interlocutrici nel caso del maro`. E` stata lei ad annunciare l`ammorbidimento della posizione del governo Modi ed e`lei che ha avviato il disgelo andando a Roma.
   Curioso che alla fine del ricevimento quando ho preso commiato, mi da chiesto `come era il cibo?`. Forse immagina che per gli italiani gli affari della tavola spesso vengono prima di quelli esteri. Oppure era solo un gesto da premurosa padrona di casa.  

La guerra delle statue, da Giorgio V a Lenin

New Delhi, 7 marzo 2018
   Da alcuni giorni in India e` caccia alle statue da vandalizzare o abbattere con le ruspe. Come da sempre nella storia, chi vince una guerra o una rivoluzione, distrugge i simboli visivi del potere precedente. Mi ricordo ancora quando nel 2003 la statua dii Saddam Hussein e` stata tirata giu` in una piazza di Bagdad dopo l`invasione Usa. Tra l`altro, l`iracheno che l`ha presa a mazzate si e` pentito del suo gesto in una intervista alla BBC. `Adesso – ha detto amaramente – abbiamo mille Saddam`.

   Dopo la vittoria elettorale della destra del Bjp nello stato nord orientale di Tripura, roccaforte `rossa` da ben 25 anni, i fanatici si sono scatenati e hanno buttato giu` con le ruspe due statue di Vladimir Lenin. Il dittatore russo e` mal visto in tutto il mondo, e penso che solo in India, e forse in Nord Corea o in America Latina sopravviva ancora nelle piazze e nei parchi. A New Delhi per esempio, pochi lo sanno, c`e` una sua statua a Nehru Park (VEDI FOTO), bersaglio degli escrementi dei piccioni, salvo il Primo Maggio in cui viene ripulita e inghirlandata.
   Dato il nuovo trend, temo anche per questa statua. Non mi stupisco che alcuni fanatici della destra indu` la demoliscano con i bulldozer, come gia` successo in Tripura.
   Non e` solo Lenin nel mirino degli estremisti. Leggo oggi su Times of India che anche un busto di Ambedkar, leader dei dalit (gli `intoccabili`) e` stato danneggiato in Uttar Pradesh. E per vendicare Lenin, una effige del fondatore del Bharatiya Jana Sangh (una organizzazione della destra indu`) e` stata macchiata con inchiostro a Calcutta.
   Nel frattempo si costruiscono nuove statue, gigantesche e costosissime. Quella dell`indipendentista Vallabhbhai Patel, che stanno erigendo in Gujarat, detta la Statua dell`Unita`, 182 metri, sara` la piu` alta del mondo, dicono, ed e` inserita in un mega parco con lago di 12 chilometri. La fara` (320 milioni di dollari) la Larsen & Toubro. Un`altra di Shivaji, il guerriero anti mussulmani del Maharashtra, e` in cantiere al largo di Mumbai e costera` ancor di piu`.
   Erigere le statue a futura memoria o distruggerle per cancellare il passato. Sono le tipiche azioni dei regimi fascisti o dittatoriali. Per questo sono preoccupata dalle notizie di questi giorni.
   Il premier indu nazionalista Narendra Modi ha condannato gli incidenti e cosi` anche lo hanno fatto altri esponenti del suo partito promettendo di punire i responsabili dei vandalismi. Ma temo che le frange estremiste indu`, che sono risorte dalle ceneri dopo la vittoria del Bjp sul partito famiglia dei Gandhi alle elezioni del 2014, siano difficilmente controllabili. Il genio (cattivo) e` fuori dalla lampada, lo si e` visto in questi tre anni con gli episodi di intolleranza verso le minoranze religiose, organizzazioni non governative e anche giornalisti.
   E` un fenomeno allarmante e anche contrario ai principi su cui poggiano le fondamenta della civilta` indiana. Il premier Modi ama spesso ricordare un famoso detto in sanscrito (dalle Maha Upanishad) , Vasudhaiva Kutumbakam, `Il mondo e` una unica famiglia`, che sintetizza secondo me lo spirito di fratellanza universale e di pacifismo.
   Quando sono partiti gli inglesi nel 1947, dopo la pacifica battaglia del Mahatma, sono state rimosse le statue dei sovrani britannici. Ma il neo governo indiano di Jawaharlal Nehru non le ha distrutte, le ha semplicemente messe in disparte. Sono tutte in un giardino pubblico, chiamato Coronation Park o Memorial, nel nord di Delhi, che ricorda il luogo dell`incoranazione di George V nel 1911. C`e` anche una sua grande statua che se ben ricordo era a India Gate su un piedistallo che ora e` vuoto (non mi stupirei se un giorno non ci mettano una statua di Modi).
   Il posto e` abbandonato e in completo degrado, in questo caso sara` il tempo a cancellare il passato, non i nuovi padroni.

LA FOTO/ Il fruttivendolo e l`economia `cashless`

New Delhi, 28 Febbraio 2018

   Uno degli obiettivi del governo di Narendra Modi e` la `cashless economy`, un`economia che non usa piu` il contante, ma solo transazioni digitali piu` controllabili e sicure della moneta cartacea.
   Anche i fruttivendoli ambulanti, come questo fotografato in una strada del sud di New Delhi, si stanno adeguando alle nuove tendenze accettando pagamenti elettronici da Paytm, una app che offre la possibilita` di pagare le merci con lo smarthphone.

Godhra, ecco il treno che ha causato i pogrom del Gujarat nel 2002

New Delhi, 10 febbraio 2018

   Tornando da Mumbai in treno, non con il `superveloce` Shatabdi, ma un `express` che si ferma quasi ovunque, ho fatto una scoperta interessante.  Una delle fermate previste e` la stazione di Godhra, in Gujarat, piu` o meno a meta` strada verso Delhi, una stazione minuscola in mezzo a un paesaggio brullo.
   Quando ho visto il cartello giallo con la scritta `Godhra`, la `terra delle mucche`, mi si e` acceso un campanello. Questo nome e` associato a una delle pagine piu` tragiche della storia recente dell`India, i massacri tra indu` e musulmani nella primavera del 2002. Esattamente il 23 febbraio del 2002, quindi quasi 16 anni fa, un treno con a bordo decine di militanti dell`estrema destra indu` e` stato dato alle fiamme mentre sostava in questa stazione. Da li` e` esplosa la violenza in tutto il Gujarat e i pogrom contro la comunita` islamica che hanno causato oltre mille morti .
   E` un tristissimo capitolo su cui e` stata messa una pietra sopra dopo che il primo ministro Narendra Modi, all`epoca leader del  Gujarat, e` salito al potere nel 2014 con una larga vittoria che ha compreso anche i voti dei musulmani.   
    Mi guardo intorno cercando di immaginare quel tragico episodio sul binario dove e` fermo il mio treno e vedo in fondo alla stazione un paio di vecchi vagoni abbandonati e anneriti dalle fiamme.       Attonita, chiedo ai miei vicini di scompartimento se quello e` il treno di 16 anni fa dove sono morte oltre 50 persone. E` proprio quello, lasciato li` a perenne memoria oppure ancora sotto sequestro, chissa`. Scendo dal treno e scatto alcune foto, i passeggeri sono stupiti che io sappia la storia, non se la aspettano, pensano che io sia una turista, e forse un po` si vergognano.
    Dopo 10 minuti il treno riparte, mi accorgo che i binari sono abbastanza nuovi e che c`e` pochissima gente rispetto all`affollamento delle stazioni indiane. Lo spettro di Godhra e` ancora li` e come un genio cattivo aspetta che qualcuno lo risvegli.

Bla Bla Car e i nostalgici del Duce

Londra, 15 gennaio 2018
   Una volta, per noi giornalisti, per capire l``umore` di un Paese bastava parlare con il primo tassista che ti capitava sottomano, adesso ci sono i driver di Bla Bla Car
   Di recente anche io sono diventata una affezionata utente del popolare servizio del `car pooling`. E` veloce, costa meno di qualsiasi altro trasporto, piu` comodo perche` arriva ovunque, anche sotto casa, e anche piu` divertente (per me che sono una chiacchierona).
   Un paio di giorni fa ho fatto un viaggio fino da Torino a Malpensa con un simpatico lombardo sulla cinquantina insieme ad altri due passeggeri. Dopo i primi convenevoli, il discorso e` finito immancabilmente sulla politica. In Italia non si parla di altro che del voto del 4 marzo. Franco (nome fittizio) e` uno dei tanti disillusi dai partiti, convinti che non cambiera` nulla perche` e` il sistema che e` marcio fino alle ossa. Anche se c`e` qualche mela buona, secondo lui, immancabilmente finira` per corrompersi perche` questo e` il prezzo della carriera politica. ”Se vuoi arrivare a certi livelli, devi rubare anche tu” e` la sua convinzione. Ho pensato che Franco fosse quindi un potenziale elettore del M5S o della Lega, invece no, anche loro, ”sono come tutti gli altri”. Insomma e` pessimismo cosmico alla Leopardi.
   “Ma ci deve essere una via di uscita, non basta dire che tutto va male” sbotto io mentre usciamo dal casello della To-Mi. Franco mi elenca altre ragioni del suo negativismo per qualche decina di chilometri, poi in prossimita` di Malpensa trova il coraggio e mi dice quello che pensa: “Ci vorrebbe un dittatore, uno che sia in grado di rimettere in sesto le cose, magari solo per un po` di anni...”. Gli ricordo che i regimi autoritari difficilmente se ne vanno, anzi c`e` il rischio che peggiorino con conseguenze disastrose per la liberta`.
   Purtroppo la conversazione finisce li` perche` siamo arrivati. Entro in aeroporto rimuginando sulle sue parole, il fascismo e` nato sul qualunquismo, su una sfiducia totale nelle istituzioni simili a quella di Franco, se ben ricordo. E se la prossima volta che torno in Italia mi trovo un nuovo Duce?

Firenze e la fiaba di Andersen

Firenze, 5 gennaio 2018


Ho festeggiato il mio compleanno a Firenze, quella descritta da Hans Christian Andersen nella sua fiaba Il Porcellino di Bronzo (che in realta` e` un cinghiale...)




Eccola:

Nella città di Firenze, non lontano daPiazza del granduca , si trova una traversa che credo si chiamLPorto rossa; qui, davanti a una specie di bancarella di verdura, sta un porcellino di bronzo, di bella fattura; fresca e limpida acqua scorre dalla bocca di quell'animale, che a causa dell'età è tutto verde scuro solo il grugno brilla, come fosse stato tirato a lucido, e questo si deve alle molte centinaia di bambini e di poveretti che vi si afferrano per avvicinare la bocca a quella dell'animale e bere. È come un quadretto vedere quel bel porcellino di bronzo abbracciato da un grazioso fanciullo mezzo nudo, che accosta la fresca boccuccia al suo grugno.