CANARIE/ Hierro, la "fine del mondo" è diventata l'America per migliaia di migranti africani

    L'isola di Hierro, la più piccola delle Canarie, è rossa come una miniera di ferro, da cui deriva il suo nome spagnolo. È il confine occidentale dell'Europa e prima delle conquiste coloniali era la "fine del mondo", almeno quello conosciuto dall'Occidente. Punta de la Orchilla (qui sotto nella foto) è l'ultimo lembo di terra che i naviganti vedevano e ancora oggi vedono prima di attraversare l'Atlantico. Da li nell'antichità passava anche il Meridiano Zero prima che gli inglesi lo spostassero sulla collina di Greenwich a Londra. 
El Hierro/Punta de la Orchilla - Il monumento al Meridiano Zero. @mariagraziacoggiola

   Hierro è un'isola bizzarra. I ginepri sabina sono piegati fino a toccare terra per gli alisei. L'aria è impregnata dell'aroma di artemisia e di altre piante medicinali.  E' stato un inverno particolarmente piovoso e ora i sentieri sono ricoperti di papaveri, fiordalisi, margheritine, tarassaco e altri fiori selvatici di cui non conosco il nome. Una esplosione di colori e di profumi che si levano dal suolo ora di nuovo arso e in parte ricoperto di lava vulcanica, a cui fa da contrasto l'azzurro scuro dell'oceano Atlantico. Era da tempo che non vedevo i papaveri. Si intonano perfettamente con la terra rossastra. Forse sono cosí belli perché si nutrono del ferro di cui é fatta questa isola.

   E' la meno conosciuta dell'arcipelago spagnolo e come ho gia scritto è la più piccola per estensione dopo l'isolotto de La graciosa dove non ci sono strade asfaltate. Ma di recente è salita alla ribalta della cronaca perché è diventata la porta di ingresso in Europa di migliaia di migranti dalla Mauritania e Africa subsahariana. Nel 2024 oltre 23 mila disperati sono arrivati nell'isola, un numero che è tre volte la sua popolazione. Il porto meridionale de La Restinga è stato trasformato in un centro di accoglienza. Mentre i barconi rimangono accastati uno sull'altro, i migranti adulti sono trasferiti in Spagna. I minori invece sono ricollocati in centri di accoglienza su altre isole. 

   Come spiegavo prima in passato era l'ultima terra spagnola che i naviganti lasciavano in cerca di fortuna e ricchezze, adesso è la 'America' per le masse di disperati che vengono da quello stesso 'nuovo mondo' depredato dall'Occidente. Che ironia riserva la Storia. O meglio che contrappasso. Prima volevamo aprire i nostri confini per arricchirci, ora li vogliamo chiudere per proteggere quella ricchezza che abbiamo accumulato grazie alle conquiste coloniali.

ARTE E DEGRADO/Sicilia, il garage per dirigibili di Augusta

 Augusta (Siracusa), 22 dicembre 2024

   Andando a zonzo sulla costa sud orientale della Sicilia, mi sono ritrovata davanti a un incredibile retaggio storico-militare: un hangar per dirigibili. Si trova nella rada di Augusta, città strategica della marina militare e uno dei porti di sbarco degli Alleati nel luglio 1949.

L'hangar visto dal retro (Foto di Maria Grazia Coggiola)

   In realtà ero andata a visitare il borgo marinaro di Brucoli, meta iper turistica, poi sono stata attirata dal profilo della raffineria, che domina il paesaggio di Augusta. L'impianto, ex Esso ora algerino, è un pezzo importante dell'economia siciliana e anche potenzialmente una bomba ecologica. Penso che bisognerebbe praticare un turismo dell'economia reale, oltre che quello delle bellezze del Balpaese, tanto per far capire alla gente da dove arriva la benzina oppure la bistecca che compra al supermercato. Ma non voglio divagare. 

Foto tratta dal libro Più leggero dell’aria - Breve storia del Dirigibile di Raffaele Migneco Omodei

   Tra le ciminiere della raffineria e le petroliere abbandonate nella rada spicca un edificio curioso, il cui uso è veramente difficile da immaginare nella nostra era. E' appunto un garage per dirigibili costruito nel 1917 quando si pensava che questi "palloni volanti" potessero essere dei validi mezzi di trasporto aereo. E' uno dei pochi in Italia sopravissuto ai bombardamenti e, nella sua specificità, è anche un'opera architettonica di valore. Da lontano somiglia a un tempio greco e sfido molti a capire a che cosa serviva. Oggi l'hangar e l'intero parco che lo circonda sono abbandonati, una scandalosa incuria, imputabile al fatto che l'area nel 2012 è diventata zona militare. Prima di allora, leggo nelle cronache locali, la zona era stato bonificata e trasformata in un parco pubblico.

   La storia dell'hangar è ben documentata da ricerche storiche (L'Hangar per dirigibili di Augusta di Ilario Saccomanno) e anche un documentario (La Casa dei Dirigibili, regia di Lorenzo Daniele con la regione Sicilia). La costruzione in cemento armato fu affidato all'architetto Antonio Garboli di Brindisi ed è in linea con lo stile del tempo che ha in nello svizzero-francese Le Corbusier il suo massimo esponente.

   Fu voluto dalla Marina Regia per contrastare i sommergibili tedeschi che imperversavano lungo le coste orientali siciliane. I dirigibili erano più efficaci degli idrovolanti a individuare e colpire gli U-boot tedeschi, per la loro autonomia di volo e per essere in grado di volare a bassa velocità sull'obiettivo. La posizione di Augusta è strategica per il controllo dello stretto di Messina. L'hangar fu progettato per ospitare dirigibili di 12 mila metri cubici, di media grandezza, che dovevano appunto pattugliare le rotte a sud della Sicilia. 

   Realizzato dalla Società Anonima Cementi Armati e Costruzioni Ing Antonio Garboli in cemento armato, materiale "innovativo", l'hangar era una assoluta novità per l'epoca. Però, come spesso accade, i lavori si trascinarono più del previsto, nonostante l'impiego di prigionieri austriaci, e fu ultimato solo nel 1920 quando la guerra era terminata. Quindi l'hangar di Augusta non svolse mai la sua funzione originale. Poi dopo il famoso incidente dello Zeppellin Hinderburg nel 1937, il più grande oggetto volante mai costruito, i dirigibili caddero in disuso. Erano in effetti delle bombe volanti e l'atterraggio era decisamente complicato. Però hanno fatto un pezzo di storia delle esplorazioni soprattutto durante il Ventennio, con le famosa trasvolate di Umberto Nobile sul Polo Nord, l'ultima finita in tragedia.

   Ho fotografato l'hangar dal malandato cancello di ingresso. Peccato vedere così tanta incuria e indifferenza. Non solo perché la storia di un luogo, per quanto controversa, merita un po' di rispetto, ma anche per le potenzialità di uso di un edificio che è sopravissuto a due guerre e a un terremoto. E che è anche un mirabile esempio di architettura.


MEDIA/Guerra, quando la pubblicità è indecente

Sappiamo tutti che senza pubblicità i giornali non possono sopravvivere. E' già un miracolo se la carta stampata riesca a campare con paginate di inserzioni. Però ci dovrebbe essere un limite, non al contenuto, ma al posizionamento.Per esempio, trovo indecente che sotto un articolo di cronaca sui bombardamenti a Beirut compaia una pubblicità che celebra il confort domestico. E' quello che ieri succedeva sul Corriere della Sera. Titolo: Raid nel cuore di Beirut: nove morti. Israele espande le operazioni a Sud. Sotto l'articolo campeggia lo slogan Joyful Living (Vivere felici, sarebbe più o meno) e una gioiosa ragazza in minigonna tranquillamente seduta in salotto.


Un accostamento decisamente di cattivo gusto che la dice lunga di quanto siamo assuefatti alle notizie di massacri, bombardamenti, morti, ecc.  Sono convinta che nel "cuore" di Beirut, non siamo a Gaza, probabilmente esistono salotti simili con prodotti disegnati dalla marca italiana in questione. E anche gli occupanti di questi salotti potevano forse praticare il joyful living prima delle "operazioni" di Israele (da notare il linguaggio rispettoso del Corsera).    

VIA FRANCIGENA/ Il Priapo ermafrodita di Formello

Formello (Lazio),  12 settembre 2014

   La penultima tappa della Via Francigena, per la precisione la quarantaquattresima, passa da Formello, comune nel parco archeologico etrusco di Veio. È una sosta obbligatoria per i pellegrini diretti a Roma, che dista solo una trentina di chilometri. Anche io mi sono fermata in questo incantevole borgo quando ho percorso il tratto della Francigena da Siena a Roma.


   Pare che l’intera zona fosse una immensa necropoli estrusca saccheggiata nei decenni dai cosiddetti ‘tombaroli’. Tra i ritrovamenti più importanti c’è un’anfora del VI secolo AC con l’alfabetario etrusco che ora si trova nel museo di Villa Giulia a Roma.
   Ma non sono gli etruschi che hanno attirato la mia curiosità a Formello, ma una statua di Priapo ‘femminiello’ che si trova nel palazzo del municipio.
   La scultura, databile tra il 150 e il 175 DC e probabilmente proveniente da una villa romana, raffigura il dio Priapo in vesti femminili nell’atto di mostrare le pudenda. Un transessuale esibizionista ante litteram. Mi ha ricordato quella volta che su un treno diretto a Mumbai un gruppo di eunuchi (gli hijra) avevano alzato il sari davanti al viso dei passeggeri dello scompartimento minacciandoli di chissà cosa se non davano loro delle rupie.
   La statua del Maripara, cosi è chiamata, è stata pesantemente vandalizzata nei secoli. L'ermafrodita Priapo è stato decapitato ed evirato. Fino a un secolo fa l’esuberante dio, che è protettore degli orti, greggi e api, era sulla piazza di Formello. Poi venne rimosso perché ‘privo di pudore’ e chiuso in uno scantinato. È riapparso dopo la seconda guerra mondiale nel giardino comunale e li ha perso la testa. Infine ha trovato la sua attuale sistemazione al primo piano di palazzo Chigi e lo si può ammirare quando si esce dal museo dell’Agro Veientano.
   Non ho trovato molte spiegazioni sul significato di questo travestimento che lascia intendere una bisessualità della divinità simbolo della potenza sessuale maschile. Nella mitologia greca e romana Priapo è raffigurato con un organo genitale deforme, è associato ai riti dionisiaci e alla fertilità agricola. Perché il Priapo di Formello abbia le sottane per me rimane un mistero. Pero è estremamente moderno in un epoca in cui l’identità non binaria non sconcertava nessuno.

Manzoni/ L'epitaffio per la figlia Matilde privata delle virtù del sesso

 Siena,  2 settembre 2024

   Ma cosa intendeva Alessandro Manzoni quando ha scritto sulla tomba della figlia Matilde che "lasciava desiderio di sè per una vita bella di tutte le virtù che sublimano il sesso". Ho riletto i versi dell'epigrafe almeno tre volte, confusa e un po' scioccata. Sublimazione del sesso? Ma che voleva dire? Che la figlia Matilde, morta di tisi "nell'ultimo anno del quinto lustro" (quindi a 25 anni), nubile e ancora vergine, anelava a una vita da cortigiana?  Penso che Manzoni intendeva il sesso femminile, ovviamente, però il verso non è di quelli migliori usciti dall'illustre autore dei Promessi Sposi.  

La tomba di Matilde Manzoni nel convento della basilica di Santa Maria dei Servi a Siena 

   Ho scoperto la tomba di Matilde Manzoni, ultima dei nove figli del grande scrittore lombardo, totalmente per caso a Siena, nel chiostro della basilica di Santa Maria dei Servi, che sorge appunto in piazza Manzoni.  I frati mi hanno dato ospitalità per una notte nella foresteria dopo aver presentato le "credenziali" di pellegrina sulla via Francigena. Nel fantastico convento medioevale, mentre aspettavo di essere accompagnata nel dormitorio, mi sono imbattuta in questa lapide con questa bizzarra iscrizione attribuita a Alessandro Manzoni. 

   La tomba mi ha intrigato e ho fatto un po' di ricerca. La povera Matilde fu praticamente abbandonata dal padre, lo si conosce dai suoi diari (pubblicati nel 1992 da Adelphi con il titolo Journal, a cura di Cesare Garboli). Orfana di madre ad appena tre anni, chiusa in un convento di clausura fino a 16 anni e poi portata da una sorella in Toscana, la povera Matilde è morta il 30 marzo 1856 senza vedere il padre che manco rispondeva alle sue lettere. Era malata da ben quattro anni e Manzoni lo sapeva. L'ha fatta tumulare nel convento insieme a una sua nipotina morta prematuramente. 

  Nel febbraio 1855, un anno prima di morire tra le braccia della sorella Vittoria,  scriveva nel suo diario:  "Ho avuto gran momenti di malinconia, te lo confesso, m’ero proprio scoraggiata, […] Pensavo tante volte: quando starò peggio, scriverò a papà che per carità venga, non posso proprio morire senza rivederlo e senza che mi conforti colle sue parole e la sua benedizione!...Vero, caro papà che se dovessi star male tu verresti?» (febbraio 1855).


FILM/ Guarapo, quando i migranti clandestini partivano dalle Canarie

Santa Cruz de Tenerife (Canarie Occidentali), 23 marzo 2024

    Coltivo un piacere quasi perverso per i cinema d'essay. Stanno scomparendo come ghiaccio al sole, ma quando ne trovo uno mi ci fiondo come se non ci fosse un domani.  Ieri ero appena arrivata con la mia barca a vela Maneki alla marina di Radazul, nel nord di Tenerife, a dieci chilometri dalla sua capitale Santa Cruz. Nella mia isola preferita, La Gomera, non ci sono cinema, quindi ogni volta mi trovo in una grande città la prima cosa che faccio è cercare una sala cinematografica. A Santa Cruz di Tenerife ho trovato il "Price Prime", sulla rambla, in pieno centro, sopravissuto miracolosamente alle multisale degli shopping mall. Un tizio che gentilmente mi ha caricato mentre facevo autostop (il bus non passava e non volevo perdermi la proiezione) pensava fosse chiuso da tempo e non si ricordava manco dove fosse. Il che non ha fatto che aumentare il mio godimento. 

   Il Price Prime è in calle Salamanca, ha una facciata Anni Settanta e trasuda quell'aria retrò che promette davvero bene per un cinema di qualità. Per un colpo incredibile di fortuna in cartellone c'era una pellicola del 1989, "Guarapo", che racconta una storia ambientata proprio a La Gomera. Un segno del destino, un film sulla mia isola preferita e che film! Non ho alcuna idea perchè nella programmazione del Price Prime vi è  un film di ben 25 anni fa. Forse è rimasto in cartellone dall'inaugurazione della sala oppure è sponsorizzato dall'ufficio turistico, visto che fa vedere La Gomera in tutto il suo splendore. 

La locandina del film
  Ancora incredula compro immediatamente il biglietto (8 euro), non si sa mai che vadano esauriti, mi armo di pop corn e entro nella sala di proiezione. Sola, ero sola, praticamente una proiezione privata. Questa è la realtà dei cinema d'essay, quello di Las Palmas, a Gran Canaria, ha chiuso per il Covid e non ha mai riaperto, e questo ha i mesi contati, penso tra me e me sgranocciando il pop corn.  

   "Guarapo" è un film che non esiterei a definire neorealista. E' dei fratelli Teodoro e Santiago Rio, "padri del cinema canario", sconosciuti fuori dell'arcipelago, che all'epoca avevano realizzato una trilogia sulla storia delle isole, in particolare sui problemi sociali. Una cosa di super nicchia, da vecchi intellettuali di sinistra, impensabile ai giorni nostri. La storia racconta di come si viveva a La Gomera sotto il franchismo e in particolare quando la vita sociale e economica era dominata dai latifondisti in combutta con il potere militare e la Chiesa. Per i poveri braccianti, come Benito, detto Guarapo perché era particolarmente abile a estrarre la linfa delle palme canarie che serve per fare uno sciroppo dolce e anche un liquore, non c'erano speranze di migliorare la propria esistenza se non quella di emigrare clandestinamente in America Latina. E' il destino di molti giovani che nel Dopoguerra attraversarono l'Atlantico in  cerca di fortuna, in Venezuela soprattutto, e che non sono mai più tornati. Il film è dedicato a questi migranti che furono costretti ad abbandonare le loro famiglie per fuggire alla miseria e a una vita di angherie e sopraffazioni. Descrive una povertà e disagio sociale simile a quello del mezzogiorno italiano. In "Guarapo" c'è una famiglia ricca, quella di don Luis Ventura, che ha un potere assoluto sui contadini che lavorano nelle piantagioni di banane (e anche sulle loro mogli), un parroco corrotto, un commissario di polizia alcolizzato e la repressione franchista che eliminava i dissidenti e proibiva l'immigrazione. Le scene sono ambietate nei luoghi più suggestivi della isola, come erano tre decenni fa prima dell'arrivo del turismo. Bellezze da brivido che ancora oggi esistono come alcuni sentieri che ho riconosciuto della foresta del Cedro e dei dirupi intorno al Roque de Agando. Il "silbo", il fischio che i gomeri usano (ancora oggi) per comunicare da una valle all'altra, è onnipresente ed è usato come linguaggio criptato per aiutare il ribelle Guarapo a fuggire alla polizia e a imbarcarsi su una goletta diretta in Venezuela.

   Non è ovviamente un film da Oscar, ma per chi conosce La Gomera, i suoi paesaggi e le sue tradizioni, è assolutamente da vedere. Non ci sono i sottotitoli, ma lo spagnolo è abbastanza comprensibile anche se è dialettale. Ma ancor più rilevante è la sua documentazione di un immigrazione che oggi è presente ma in senso contrario. Migliaia di Guarapo africani in questi anni sono approdati sulle coste canarie con dei barconi pagati a caro prezzo, anche loro in fuga da miseria e dittature, lasciando indietro le loro radici, amori, legami familiari. Stessi disperati ma su un'altra sponda dell'Atlantico.   

SLOW TRAVELLING/ Da Londra a Parigi in bicicletta

Torino, 15 dicembre 2023

La scorsa estate ho attraversato mezza Europa in bicicletta in solitaria. Sono partita da Londra a luglio e dopo circa tre settimane e 800 chilometri sono arrivata a Ventimiglia in pieno delirio ferragostano. E' la prima volta che facevo cicloturismo di lunga distanza. Avevo una bici pieghevole Brompton, molto comoda, ma si trattava pur sempre di pedalare per tutto il giorno. Non essendo io per nulla allenata, pensavo peggio, ma le mie gambe hanno retto bene. Nel primo tratto ho seguito la ciclabile Londra-Parigi, chiamata anche Avenue Verte, perchè segue un percorso misto su vecchie ferrovie in disuso, boschi e strade di campagna. Mi è piaciuto cosi tanto che ho deciso di trasfornare il mio diario di viaggio in un ebook. Eccolo! Clicca qui per acquistare il mio Ebook (formato EPUB)

Da Londra a Parigi in bicicletta  - La Avenue Verte - 2022 - Editore Youcanprint (2023)



  

LA FOTO - La cresta de La Gomera avvolta dagli alisei

La Gomera, sabato 11 novembre 

Roque de Agando, La Gomera (Canarie) - Foto di Maria Grazia Coggiola


   Il "roque de Agando" è una formazione vulcanica de La Gomera (arcipelago spagnolo delle Canarie) che è uno dei simboli di pietra dell'isola. E' un monumento naturale che sorge a 1246 metri nella foresta di lauro selvatico del Garajonay. In termini tecnici si tratta di un "collo vulcanico", magma all'interno di un cratere che si è eroso con il tempo. Il suo nome, Agando, appartiene alla cultura dei "guanches", gli abitanti delle Canarie prima della colonizzazione ispanica, che lo ritenevano un luogo sacro. 

La foto è stata scattata con uno Galaxy Samsung nel pomeriggio quando le nubi spinte dall'aliseo, il vento da nord-est, iniziavano ad avvolgere la cima dell'isola. 

 

Canarie/La Madonna della Gomera sale in barca

 San Sebastian de la Gomera, 9 ottobre 2023

   La tradizione vuole che ogni 5 anni a la Gomera, il primo lunedì dopo la prima domenica di ottobre, una statuetta sacra raffigurante una Madonna nera venga portata in una solenne processione per mare dal santuario di Puntallana fino alla città di San Sebastian. Da oggi nella piccola isola dell'arcipelago spagnolo delle Canarie situata a sud di Tenerife, sono iniziati i festeggiamenti ('lustrales') dedicati alla patrona, la Vergine di Guadalupe. La tradizionale "bajada" della Madonna ha attirato sull'isola migliaia di persone che si sono assiepate sulla spiaggia di sabbia nera di San Sebastian per ricevere la reliquia. 

Processione de la Vergine di Guadalupe (foto Maria Grazia Coggiola)

   E' esattamente dal 1871 che ogni lustro la Virgen de Guadalupe "riappare" agli isolani dopo essere stata prelevata dalla chiesetta del promontorio di Puntallana (a circa 2 miglia nautiche) da un peschereccio ornato di foglie di palma e portata con un grande corteo di barche fino al porto di San Sebastian, capoluogo de la Gomera. Da qui l'immagine sacra viene messa su un baldacchino e trasportata a braccia fino alla chiesa dell'Assunzione. Per il prossimo mese la statuetta lignea, che raffigura Maria con in braccio Gesù Bambino,  visiterà tutti i comuni de la Gomera per poi ritornare nella sua cappella.

Processione via terra della Vergin de Guadalupe a San Sebastian de la Gomera (foto Maria Grazia Coggiola)

   La credenza risale al XVI secolo quando un galeone spagnolo diretto alle Americhe scorse un bagliore provenire dalla costa de la Gomera. I marinai scesero a terra e videro che la luce proveniva da una statua della Madonna in una grotta. La prelevarono e la portarono a bordo. Ma non riuscirono a continuare il loro viaggio, la nave si bloccò e uno stormo di gabbiani cominciò a volteggiare intorno alla statua. Gli uomini si presero paura e riportarono la statuetta dove l'avevano trovata. Dopo aver saputo dell'accaduto, il conte de la Gomera fece erigere nel 1542 una chiesa sul luogo e la dedicò alla Madonna di Guadalupe che si venera in Spagna, nella regione di Estremadura. 

   Questa è la leggenda che si narra e che è diventata parte del patrimonio culturale, non solo religioso, de la Gomera. La venerazione della Vergine di Guadalupe ha ispirato canzoni popolari dedicate alla "morenita di Puntallana" ed è molto radicata nella comunità cattolica dell'isola.  

  

  

RIFLESSIONI/Che ne sarà dei milioni di volumi della British Library e Bibliotèque Nationale de France nell'era digitale?

Londra/Parigi, luglio 2023


   La British Library di Londra e la Bibliotèque Nationale de France, due delle più grandi biblioteche del mondo, milioni e milioni di libri stampati, contando anche quelli "sottratti" durante il periodo coloniale. Tonnellate e tonnellate di volumi in chilometri di scaffali. Tutta questa carta che racchiude lo scibile umano oggigiorno è diventata obsoleta. Volendo si può contenere tutto quanto in un hard-disk o sulla cloud, e si libera uno spazio per farci un quartiere in pieno centro di Londra e Parigi. Chi va ancora a consultare dei libri in biblioteca? Manco più gli storici perchè ormai tutto è stato digitalizzato.
   Mentre ammiro i 14 piani di scaffali della British Library, nella la storica sede di St Pancras, mi saltano in mente riflessioni da capogiro.
British Library a Londra (foto Maria Grazia Coggiola)
Vi sono stipati 13 milioni di libri di carta, inclusa la Magna Carta e appunti di Leonardo da Vinci, tesori inestimabili
come quelli del vicino British Museum. Il potere della conoscenza umana è un qualcosa che si vede e si sente tra queste pareti. Penso con nostalgia che le biblioteche sono diventate le preziose custodi di un mezzo comunicativo, la scrittura su carta (o su foglia di banano se si parla dell'Asia), che dopo migliaia di anni è destinato a cadere in disuso. 
   Immagino tra decine di anni, questa non sarà più una biblioteca ma un museo di preistoria. Si andranno a vedere gli scaffali pieni di libri polverosi come oggi si guardano gli scheletri di dinosauri. La stessa biblioteca sparirà, magari diventerà qualcosa altro, magari una serra per preservare gli ultimi ortaggi sopravissuti all'inquinamento globale.
   La Bibliotèque Nationale de France è sparpagliata in più edifici di Parigi, ma la sede storica è nel quadrilatero Richelieu, vicino al Louvre, ed è appena stata restaurata e riaperta al pubblico. Anche questo sito, come la British Library, non è molto frequentato dai turisti, nonostante l'accesso sia gratuito. La 'salle ovale', che in passato era riservata a studenti e studiosi e oggi è aperta a tutti, lascia a bocca aperta per la sua maestosità. Un panteon rivestito di libri. A differenza della British Library, qui non è necessaria la registrazione per accedere e consultare i volumi. Quindi mi faccio avanti e chiedo a una giovanissima bibliotecaria qualcosa sulla valle del Rodano, in particolare sulle vie ciclabili. Mi risponde gentilmente di consultare su internet guide.michelin.fr, facendomi pure lo spelling, nel caso non lo conoscessi. 
   Che dovevo aspettarmi da una nativa digitale? Ringrazio e vado a cercarmi la sezione travel dove trovo arcaiche guide di cicloturismo. Sprofondo su una poltrona del tempio con un paio di volumi che sfoglio con il piacere sottile di appartenere a una esigua avanguardia di contro rivoluzionari della carta stampata.

CANARIE/L'enigmativo zifio e la balena alla deriva

Tenerife, 20 giugno 2023

   A nord di Corralejo, la colonia italiana e paradiso dei surfisti nell’isola di Fuerteventura, c’è un antico porto spagnolo, El Cotillo, risalente al XVII secolo. È stato un avamposto importante per i commerci con l’isola di Madeira, oggi portoghese. Di quel passato è sopravvissuto solo un pezzo di fortificazione, la Torre del Tostòn, da dove si respingevano a cannonate i pirati francesi e inglesi.  

Lo scheletro di zio a El Costillo (Fuerteventura)     (Foto Maria Grazia Coggiola)

  Sono arrivata a El Cotillo in bicicletta da una strada sterrata lungo la costa e che passa tra le più belle spiagge di Fuerteventura. Un bel percorso di circa due ore da Corralejo. El Cotillo oggigiorno è soltanto un attrazione turistica, le case dei pescatori sono ristoranti e lounge bar. Ma davanti alla massiccia torre ho scoperto qualcosa di veramente interessante che ha risvegliato la mia curiosità. Su un piedistallo sorge uno scheletro di ‘zifio’, una balena che somiglia un po’ a un siluro e che risulta essere uno degli animali più enigmatici e meno conosciuti sulla terra. Il cetaceo, leggo su un pannello, è stato ritrovato sulla costa nord di Fuerteventura il 24 luglio del 2004. Si ritiene che il suo spiaggiamento sia stato causato da esercitazioni navali in corso negli stessi giorni davanti alla costa del Marocco. Altre due balene sono state trovate morte a Lanzarote. Nelle manovre militari Nato-Usa, chiamate Majestic Eagle, che coinvolgevano diverse portaerei e sottomarini, sono stati usati i dispositivi sonar, che - come hanno provato studi scientifici - hanno effetti devastanti sui cetacei a causa dell’elevata potenza di decibel. Per fuggire al chiasso assordante dei sonar, usati per intercettare i sottomarini, le balene si immergono o riemergono velocemente andando incontro a danni legati alla decompressione proprio come avviene per i subacquei. In seguito il sonar è stato proibito in un raggio di 50 miglia dalle isole Canarie. Ma cosa sono 50 miglia per una balena?

La Torre del Tostòn a El Cotillo (Fuerteventura)  (Foto di Maria Grazia Coggiola)



   Lo scheletro di zifio che avevo davanti misurava 5.75 metri ed era una femmina adulta. Questa specie, nota anche come 'balena dal becco di Cuvier', è presente in tutti gli oceani, ma è molto raro avvistare gli esemplari nel loro habitat. Si pensa che siano in grado di immergersi a grandi profondità e rimanere diverse ore senza tornare in superficie a respirare. Non si sa se siano numerosi, ma non sono classificati tra le specie in via di estinzione perché di tanto in tanto si ritrovano negli spiaggiamenti anche in Meditarraneo. Mi sono ricordata che nel libro “Le Regine dell’Abisso”, la ricercatrice australiana Rebecca Giggs, scrive che “questi animali, a volte lunghi come autobus, esistono sugli spalti della storia naturale, in uno spazio tra la congettura e il campione. Si sa molto di più dei loro antenati, dai fossili custoditi negli archivi museali , che non delle creature viventi. Sono state chiamate ‘il gruppo meno compreso di animali di grossa taglia sulla Terra’”.

    Dopo Fuerteventura ho continuato la navigazione con la mia barca a vela Maneki verso Tenerife e per caso, di nuovo, ho avuto a che fare con un cetaceo spiaggiato. Per un paio di giorni, il tempo della mia navigazione, la stazione radio di Las Palmas ha lanciato avviso ai naviganti (sul canale VHF 16 che è quello sempre aperto quando si naviga) relativo a una “balena alla deriva” di circa 4 metri di lunghezza e di colore grigio-nero. La carcassa era stata avvistata a sud di Tenerife, più o meno dove sarei dovuta passare io, il che mi ha creato un po’ di apprensione. Un ostacolo di quattro metri è sufficiente ad affondare una barca di nove metri…e di notte è impossibile vederlo. Le allerte radio si sono susseguite ogni due o tre ore e ogni volta sempre con una diversa posizione espressa in coordinate. Sulla mia carta nautica ho tracciato il percorso della povera balena alla deriva che in 24 ore da sud Tenerife è finita a sud di Gran Canaria spinta da venti e correnti. L’ultimo bollettino che ho sentito prima di spegnare la radio dopo aver ancorato nella baia di Las Galletas, a sud est di Tenerife, e andare finalmente a dormire era che si trovava a Maspalomas. Nonostante la stanchezza, mi sono ricordata di un altro passaggio del libro che citavo prima, Le Regine degli Abissi, dedicato alla “whalefall” ovvero alla caduta della balena, che subentra in seguito alla decomposizione del mastodontico corpo. Innanzitutto il cetaceo morto galleggiante è un banchetto per uccelli marini, pesci e tutti coloro che si trovano nei paraggi. L’olezzo di una balena decomposta è terrificante, mi ricordo dell’unica volta che ne ho visto una spiaggiata a Palolem, a sud di Goa, la ex colonia portoghese nell’India meridionale. 

   Pare che un cetaceo morto possa galleggiare per settimane, dipende dalla specie e dalla quantità di olio nella testa. L’autrice Rebecca Giggs descrive minuziosamente gli effetti della caduta nel buio permanente dei freddi abissi oceanici dove va a sfamare un gran numero di creature. “Più di duecento specie diverse possono occupare la cornice di una sola carcassa di balena” una volta che è sul fondo oceanico, terreno ancora inesplorato dall’uomo e probabilmente fonte di molti segreti sulla vita terrestre. È solo dal 1977 che si osservano le “cadute di balene” che portano la vita negli abissi innescando un proliferare di organismi bizzarri e affascinanti. Il “cetaceo alla deriva” si inabisserà forse a 1000 o 2000 metri nell’Atlantico, dove non è mai stato da vivo, e sarà spolpato da creature che probabilmente nessuno ha mai visto o catalogato, proprio come gli zifi.