NAVIGATORI/Gli scopritori italiani delle Canarie, da Maloncello a Torriani

Tenerife, 23 aprile 2026

     Non solo pensionati. L'arcipelago delle Canarie è una meta favorita degli italiani fin dai tempi di Giovanni Boccaccio che ci dedicò un idilliaco diario di viaggio pur non essendoci mai stato. C'è un legame strettissimo con i naviganti e commercianti, soprattutto genovesi, le ex isole Fortunate, come erano conosciute dai latini. Molti degli italiani che tra il XIV e il XV secolo si avventurarono al di là delle colonne d'Ercole erano al servizio delle potenti corone spagnole e portoghesi. Il loro contributo non si limitò solo al bieco commercio di materie prime e di schiavi, ma lasciarono in eredità anche preziose testimonianze sulla vita e costumi dei "guanci", gli aborigeni canari sterminati dai conquistadores.

CRISTOBAL DE PONTE

   Il mio viaggio alla ricerca delle radici italiane delle Canarie, parte dalla Porta della Terra di Garachico, antico porto commerciale di Tenerife distrutto da un'eruzione nel 1706, dove si trova un busto di Cristóbal de Ponte (1447-1532). Un bell'uomo decisamente, o forse solo ritratto da un bravo scultore, che partì da Genova con pacchi di soldi e venne a investire a Tenerife. L'isola era stata appena conquistata, sembra che gli indigeni qui erano degli ossi duri, e quindi gli spagnoli hanno dovuto faticare di più per debellarli...Da buon banchiere genovese, fiutando il business, de Ponte si installa a Garachico nel 1499 e comincia a coltivare canna da zucchero, immagino con il supporto di schiavi. Gli affari con il commercio dello zucchero vanno a gonfie vele, quindi vi si trasferisce e comincia a costruire case e chiese. E' noto per essere stato il primo abitante di Garachico e fondatore della stirpe dei Ponte che dominarono per secoli il ricco e fiorente porto sulla costa occidentale di Tenerife, proprio sotto il vulcano Teide. Secondo me ancora oggi i Ponte sono i boss del paese, soprattutto nelle feste religiose, dato che hanno finanziato enormi chiese e conventi.


Il busto in bronzo di Cristóbal de Ponte a Garachico (opera dello sculture Eladio de la Cruz, 1934-1923)


LEONARDO TORRIANI
    Sempre a Garachico, sul mare, c'è una fortezza, in parte sopravvissuta alla devastante colata di lava che ha seppellito il porto e che ha creato delle bellissime piscine naturali. E' il castello di San Miguel con il suo piccolo museo di storia della città. La più antica (e unica) mappa del porto spagnolo è di un altro ricco italiano, Leonardo Torriani, un ingegnere navale originario di Cremona (1559-1628) che per tutta la vita lavorò al servizio della Corona spagnola per erigere fortificazioni e mappare i territori conquistati. Torriani ha tracciato le cartografie dei principali porti canari e ha progettato diverse fortezze, molte delle quali sono rimaste solo sulla carta. E' di Torriani, per esempio, il vecchio castello e il ponte levatoio nel centro di Arrecife a Lanzarote.
    Torriani è stato architetto, ingegnere, cartografo e storico poliedrico, un Leonardo da Vinci delle Canarie, che non solo ha prodotto mappe dell'arcipelago e dei suoi porti commerciali, ma ha anche scritto dei suoi abitanti prima che venissero sterminati. Nel suo manoscritto Descrittione et Historia del Regno de Isole Canarie, già dette le Fortunate, con il parere delle loro fortificazioni (1592), frutto delle sue esplorazioni, fornisce una descrizione antropologica dei Guances, indicando anche gli insediamenti, cosa che è stata utile agli archeologi moderni per ritrovare preziose testimonianze come l'idolo femminile di Tara, nell'antica capitale di Telde, a Gran Canaria. Torriani ha una visione romantica delle isole. Nel capitolo dedicato alla Felicità nelle Canarie elogia il clima, la fertilità della terra e anche la longevità degli abitanti favorita dalla dieta, in particolare del gofio, farina tostata ancora oggi elemento principale della cucina locale. In un altro capitolo dedicato agli Antichi Gomeri riporta anche una elegia funebre, prezioso frammento, che però è dubbio se appartenesse veramente alla tradizione orale indigena. Non è escluso che il coltissimo Torriani abbia infiorettato un po' il suo manoscritto, non c'è nulla di male, quando ci si avvicina a una cultura completamente diversa dalla nostra, è naturale che si attinge al nostro vissuto per descriverla.

   Nell'opera di circa 400 pagine ci sono 60 illustrazioni, tra cui anche la mappa di una isola inesistente, la leggendaria isola di Borondòn (chiamata anche Antilla) a cui Torriani dedica un capitolo nella parte finale. Da notare che la longitudine nelle mappe di Torriani parte dal meridiano "zero" corrispondente all'isola di Hierro, isola di Ferro, poi rimpiazzato dal meridiano di Greenwich (Londra) nel XIX secolo.


Lotta canaria (illustrazione tratta dal manoscritto di Leonardo Torriani)

    Circa un mese fa il Municipio de La Laguna (Tenerife) ha annunciato di aver creato una copia artigianale di questo importante manoscritto che per fortuna è sopravvissuto fino ai giorni nostri. L'originale è custodito nella Biblioteca dell'Università di Coimbra, in Portogallo, dove Torriani si era trasferito con i figli, anch'essi architetti, fino alla sua morte.

LANZAROTTO MALOCELLO
   Facendo un salto indietro di due secoli incontriamo un altro italiano, Lanzarotto Malocello (1270-1336), che ha dato il nome all'isola di Lanzarote. Esploratore (e mercante) della Repubblica marinara di Genova, questo rampollo di una nobile famiglia di Varazze è noto come "scopritore" delle Canarie, anche se ovviamente le Isole Fortunate erano note fin dai tempi dei Greci e Fenici. Seguendo le orme di una precedente spedizione, sbarcò a Lanzarote nel 1312, un secolo circa prima che ci arrivasse un avventuriero normanno, Jean de Béthencourt, al servizio degli spagnoli. Pare che Maloncello rimase sull'isola per molto tempo "convivendo" con i potenti sovrani guanci. Ma non è ben chiaro perchè dopo 20 anni se ne tornò a Varazze, forse una rivolta degli aborigeni. Del suo viaggio al di là delle colonne d'Ercole rimangono poche tracce: un portolano che gli attribuisce l'isola e delle rovine di un fortino sul bordo del cratere del vulcano di Guanapay, vicino alla città di Teguise. Non ha lasciato testimonianze scritte e non esiste alcun suo ritratto.

Puente de las Bolas (1596), Arrecife (Lanzarote), attribuito a Leonardo Torriani - Foto di Maria Grazia Coggiola 


    Giovanni Boccaccio, l'autore del Decameron, ha invece lasciato un trattato sulle Canarie senza mai esserci stato, De Canaria et Insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis (Sulla Canaria e sulle altre isole da poco scoperte al di là della Spagna). L'opera in latino risale al 1342 e raggruppa diverse testimonianze di navigatori che approdarono nelle isole, tra cui quella del ligure Niccolò da Recco e di altri marinai spagnoli. Con uno stile da cronista Boccaccio descrive il momento dell'incontro con gli indigeni alcuni nudi altri coperti da pelli di capra colorate ovviamente impauriti dagli uomini armati. Fornisce un racconto idilliaco delle abitazioni e della qualità del frumento e della frutta che cresce nel suolo vulcanico. Aggiunge anche che i naviganti, forse delusi da non trovare nessun tesoro, presero "quattro adolescenti di bell'aspetto" in perizoma da portare con sé.
   Mi chiedo se ci sarà mai un giorno in cui la nostra civiltà europea farà i conti con il suo passato. Ma forse non c'è nemmeno più nessuno a cui chiedere perdono.

SLOW TRAVELLING/Il "viaggio lento" è un lusso. Da Torino a Tenerife senza volare

Riflessioni di una viaggiatrice irriducibile

La Gomera (Canarie occidentali), 2 maggio 2026

    Lo slow travelling è una faccenda dannatamente costosa. Dovrebbe essere il contrario in effetti. L'aereo è oggigiorno il mezzo più veloce per spostarsi da A a B sul nostro pianeta ed è anche quello che costa di meno. Più vai veloce e meno spendi. Un paradosso. Una volta c'erano i Flixbus che erano cheap, poi sono arrivati gli Itabus, poi i Blablabus, ma nel frattempo benzina e pedaggi sono aumentati. I treni sono carissimi e i traghetti lo sono ancor di più.  Viaggiare "lenti" è diventato un lusso, e non solo per i costi dei trasporti via terra o mare, ma per il tempo. Chi può passare giornate o addirittura settimane in viaggio staccando completamente da lavoro o famiglia? Pochi fortunati, gente che vive di rendita. E se lo dici che "non ti piace volare" ti guardano come se fossi uno snob. Altri tempi quando lo faceva Tiziano Terzani per paura della profezia di un indovino cinese.

Sul ponte della Ciudad de Valencia - Foto di Maria Grazia Coggiola

    Un tempo si chiamava flight shaming e lo predicavano gli ambientalisti, tipo Greta Thumberg, che attraversava l'oceano su catamarani di lusso. Appunto. Cose da snob, capricci da figli di papà come sono etichettati oggi i difensori dell'ambiente, o peggio fancazzisti. Gente che non ha niente da fare e preferisce guardare da un finestrino il mondo dei poveracci costretti a volare.

   Quando un po' di anni fa ho iniziato ad attraversare l'Europa o l'Italia con i mezzi, in bicicletta o a piedi, come nel caso della via Francigena, suscitavo ammirazione nella mia cerchia di conoscenti. Poi l'atteggiamento è cambiato. "Beata te che hai tempo", "Beata te che hai tutta questa energia", "Beata te che ce la fai ancora a viaggiare" sono i commenti. Nulla è servito sfoderare le varie disgressioni filosofiche sul pellegrinaggio, sui viandanti, sull'uomo viator. Mi sembrano insulsi anche tutti gli aforismi che mi hanno accompagnato da una vita e che ho diligentemente annotato in libricini rilegati di pelle tipo "viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare" (Robert Louis Stevenson). Oppure "una volta all'anno vai in un posto dove non sei mai stato prima" (Dalai Lama). O ancora il classicissimo "Il viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo" (Lao Tzu). Tutte cose superate da vecchia boomer.

   Praticamente nessuno capisce perché per andare da Torino a Tenerife in 4 ore e mezza ci ho messo una settimana invece che quattro ore e mezza. La semplice spiegazione "non mi piace volare" suscita sospetto e diffidenza. Non serve a nulla dire che ho visto posti interessanti, visitato musei, incontrato altre culture, persone e sapori. Che ho vissuto emozioni che in aereo non avrei vissuto. Non affascina più, oggigiorno, questo tipo di viaggio che io chiamo "vagabondare" e che - lo ripeto - costa pure molto anche se dormo in ostelli, compro cibo nei supermercati e se posso vado a piedi. 

    Ho la sensazione che siamo sempre più chini sul nostro particulare come lo chiamava il Guicciardini e che oggi si traduce con smartphone. I viaggiatori, ai nostri tempi, sono i migranti, categoria abbietta e portatrice di guai. Ecco i migranti viaggiano per terra e per mare, ma non per sfizio come faccio io mio, bensì per disperazione. Già.

    Con questa premessa, posso raccontare ora il mio viaggio di lusso con crociera durato una settimana. Ho percorso 3600 chilometri in bus, treno e traghetto (via mare 2000 km), attraversato due Stati, passando 17 paralleli (dal 45esimo al 28esimo) e un fuso orario.  Cose che solo pochi fortunati su questa terra possono permettersi, alla faccia dell'inclusione. 
    Sono partita da Torino il 9 aprile con un bus notturno per Barcellona ed esattamente una settimana dopo sono arrivata con il traghetto a Tenerife. Ed è stato tutta una scoperta. A partire da Torino: mentre aspettavo l'Itabus per caso mi sono imbucata in una serata propal al centro Comala (corso Francesco Ferrucci 65/a). Una ex caserma, che è stata anche l'aula bunker del maxi processo alle BR, trasformata in uno "spazio pubblico" per studiare, lavorare o semplicemente socializzare. C'era un aperitivo benefit per pagare le spese legali a una giovane manifestante fermata in un corteo e la proiezione del documentario Dove bisogna stare di Davide Gaglianone e Stefano Collizzolli, dedicato a quattro storie di marginalità al femminile. Decisamente un buon inizio di viaggio.
    All'alba ero alla Estaciò del Nord di Barcellona. Il bus era completo, e si è fermato più volte nella notte, in particolare per i controlli alla frontiera francese e spagnola. Tutto sommato sono riuscita a dormire, io ci vivrei su un bus, mi rilassa. Barcellona non mi piace, ho fatto un giretto in Plaça de Catalunja, le vie dello shopping. Ovunque cantieri stradali, non solo la Sagrada Familla di Gaudì, sembra che l'intera città sia in costruzione. La stazione ferroviaria di Sants, dove ho preso un treno per Valencia, è nel mezzo di un gigantesco progetto di risistemazione urbana, una cosa tutta green, fontane e aree pedonali. Adesso a malapena si capisce dove entrare.
    A Valencia arrivo nel tardo pomeriggio e prevedo una sosta in un ostello, l'U-Nit Central Park, a mezzora dalla stazione, in un barrio moderno, dove c'è anche l'acquario. Mi sembra che ci siano ancora i segni delle catastrofiche inondazioni del 2024, ma forse è solo una mia impressione. C'è un'atmosfera un po' cupa. Anche i famosi aranceti che adornano le strade hanno perso la loro lucentezza.
   Faccio in tempo a visitare la cattedrale dove è custodito nientepopodimeno che il leggendario sacro Graal, il calice usato da Gesù nell'ultima cena. E io che pensavo che il Graal fosse una invenzione di re Artù e Lancillotto! Vicino alla cattedrale ho un appuntamento per una visita guidata notturna dedicata alla "Valencia macabra", quindi a tutti quei luoghi che sono legati a leggende dark e superstizioni. Che c'è di meglio per conoscere una città? Il tour è condotto da un simpatico ragazzo che recita la parte di Balzebù, con tanto di travestimento raccontando le atrocità commesse nella storia in nome di Dio. Si pensi alla Santa Inquisizione, che proprio a Valencia aveva il suo quartiere generale e che praticava le più atroci torture contro ebrei, musulmani e donne. L'ultima condanna a morte a Valencia risale al 1826 contro un maestro catalano, Cayetano Ripoll, accusato di eresia perché aderente alla filosofia razionalista del deismo. Fu l'ultimo autodafé e la sentenza di condanna a morte fu comminata da un tribunale ecclesiastico che non era riconosciuto dalle autorità civili. La Junta de Fe, che sostituì la Santa Inquisizione abolita dal re Fernando VII, durò solo una decina di anni, dal 1823 al 1833, ma fu spietata. Balzebù ha una cartelletta con i disegni dei supplizi in voga all'epoca, alcuni dei quali mi sono noti perché sono gli stessi usati dal Santo Ufficio, l'inquisizione romana. Però qui siamo nel diciannovesimo secolo non nel Medioevo.
Tour macabro di Valencia. Foto di Maria Grazia Coggiola


   Nel tour macabro rientra anche la prigionia di San Vincenzo martire ai tempi delle persecuzioni dell'imperatore Diocleziano contro i cristiani. Vincenzo era un diacono di Saragozza e fu arrestato a Valencia nel 304 DC. La leggenda narra che nonostante i più atroci supplizi non abiurò mai la la sua fede in Cristo e addirittura fu impossibile seppellirlo. Anche quando buttarono il cadavere in mare legato a un grosso macigno i suoi resti riaffiorarono a riva. Pare che il culto di Vicent Martìr, simbolo di resistenza estrema, sia molto popolare tra i devoti valenciani che lo festeggiano il 22 gennaio.
   E non poteva mancate la calle de las brujas, per l'esattezza la calle Angosta del Almudìn, un vicolo strettissimo, popolato nel Medio Evo da donne che praticavano la magia e che vendevano pozioni e intrugli vari. Venendo alla storia recente, sempre a Valencia si consumò l'ultima condanna a morte di una donna mediante la garrota. Siamo nel 1959 (la pena di morte in Spagna fu abolita solo nel 1975 dopo il franchismo) e la giustiziata fu la domestica 66enne Pilar Prades, conosciuta come la "avvelenatrice di Valencia" perché accusata di aver ucciso con l'arsenico i suoi datori di lavoro (non si è mai capito se fosse innocente o meno). La garrota, pena capitale in uso in Spagna, è forse più brutale della forca perché la morte può essere più lenta.
    Da Valencia riparto con un altro treno, però questo ad alta velocità, diretto a Siviglia. In poco più di quattro ore sono in Andalusia. Non mi fermo a Siviglia che già conosco e dove tutti gli ostelli sono carissimi (è weekend). Scendo ancora a sud, a Cadice, dove la terra finisce e inizia l'oceano Atlantico, de finibus terrae, e dove parte il traghetto per l'arcipelago canario. Già conoscevo Palos de la Frontera, dove è iniziata l'avventura di Cristoforo Colombo, perché un altro ferry parte anche da lì, esattamente dal terminal di Huelva. Però Cadice è stata una vera sorpresa perché ho scoperto una città antichissima, era un centro commerciale dei Fenici (Gadir) e poi dei romani (Gades). Ancora oggi i suoi abitanti si chiamano in spagnolo gaditanos.
    Sono affascinata dalle città border line dove nei secoli si sono alternate diverse civiltà. Si sentono le cicatrici delle guerre, ma anche la grande forza di resilienza degli abitanti. E' qualcosa che sento a fior di pelle quando calpesto il selciato o tocco antiche rovine. In 3000 anni chissà quante cose hanno visto quelle pietre, quante guerre, misere, malattie, ma anche gioie, feste o celebrazioni, quante vite ordinarie o straordinarie si sono consumate in quello stesso posto dove mi trovo ora.
    E' evidente che la posizione di Cadice, che è in realtà un'isola fortificata di 13 km, ha sempre fatto gola a molti a partire dai colonizzatori di Tiro interessati al commercio di oro, rame e argento estratto nelle immense miniere del Rio Tinto. Ma pare che nel sud dell'Andalusia ci fosse già un fiorente civiltà, quella di Tartesso. Nuovi ritrovamenti archeologici fanno pensare che prima dei fenici viveva una popolazione indigena al di là delle Colonne di Ercole, di cui parla anche Erodoto.
   Dopo i marinai fenici è arrivato l'impero cartaginese, poi quello romano (c'è un grande teatro), quindi i visigoti, i musulmani e nel 1262 la monarchia cristiana spagnola. Vespucci è salpato da qui nel 1497 per scoprire e saccheggiare il Mondo Nuovo. In seguito ci hanno provato i francesi a conquistare la fortezza di Cadice, ma non ci sono riusciti, anzi hanno provocato una ribellione di uomini liberali che ha prodotto nel 1812 la prima Costituzione spagnola. La Costituzione di Cadice, chiamata La Pepa quando fu poi soppressa nella Restaurazione, è stata firmata dalle Cortes (assemblee dei nobili), nel bellissimo Oratorio de San Felipe Neri.
Museo di Cadice - Sarcofago fenicio femminile. Foto di Maria Grazia Coggiola


   Sarebbe lungo l'elenco delle cose da vedere, e in tre giorni non ho visitato tutto. Cito soltanto due chicche che mi hanno colpito: due sarcofaghi antropomorfi fenici (V secolo AC) conservati nel bel Museo d Cadice, scolpiti con la figura di un uomo e di una donna. Stranamente in quello maschile è stato trovato un corpo femminile e in quello femminile un corpo maschile. Mistero: come lo è anche il luogo del ritrovamento (del sarcofago femminile) solamente nel 1980 sotto la ex casa dell'archeologo che un secolo prima dedicò la sua vita a cercarlo.
La Visione di San Francesco, El Greco, inizi 1600. Foto di Maria Grazia Coggiola


   La seconda chicca è invece un dipinto di El Greco, La Visione di San Francesco, che si trova nella cappella di un vecchio ospedale, l'Hospital de Mujeres. E' una fortuna trovarlo qui perché per molto tempo è stato in giro per esposizioni e poi per restauri. Anche il complesso barocco, che ora è la sede della diocesi, è straordinario, come lo è anche l'idea nel 1973 di aprire un ospedale dedicato alle donne. San Francesco è colpito da un fascio di luce, mentre Frate Leone compare di spalle e conferisce una tridimensionalità all'insieme.
   Tutti questi tesori dimostrano che Cadice era una fiorente città grazie agli scambi (o meglio dalle depredazioni) con le Americhe. Ne sono una prova anche le statue e decorazioni italiane probabilmente commissionati dai ricchi commercianti genovesi che si stabilirono in questa regione.
    Il 14 aprile alle 14 partiva dal porto di Cadice il traghetto di Naviera Armas Trasmediterrànea (ora passata a Balearia), che una volta alla settimana fa rotta verso le Canarie (circa 30 ore la prima tappa a Lanzarote, 40 ore l'ultima fermata a Tenerife). Per risparmiare ho comprato il posto in poltrona, molto simile a quella di un bus, ma per gran parte del tempo sono stata su un comodo sofà nell'area del bar. Di giorno ero sulle sedie a sdraio esterne a scrutare le onde e a leggere. Per la cronaca avevo con me La Coscienza di Zeno di Italo Svevo.  La nave è la Ciudad de Valencia, battente bandiera italiana e con equipaggio italiano. Per tutto il viaggio ci hanno spinto gli alisei, il traghetto era praticamente immobile. Nonostante il vento, corrente e onde in poppa siamo arrivati a Santa Cruz di Tenerife con cinque ore di ritardo a causa di una avaria ai motori avvenuta davanti a Gran Canaria. Alla deriva per cinque ore, circondati da delfini e globicefali, che lusso. 

LA FOTO/ Berlino, la ferita sanguina ancora

Berlino, 30 agosto 2025

Questo murale dell'artista grafico Marcus Haas campeggia su un edificio della Bernauer Strabe di Berlino, lungo la 'striscia della morte', dove per 28 anni fino all'agosto 1989 c'è stato il doppio muro. 
Guardando l'enorme 'bistecca' si ha quasi la sensazione fisica di lacerazione delle carni. Berlino e l'Europa sono state lacerate dalla guerra e dal nazifascismo. L'opera, realizzata nel 2016 da un collettivo di street art e intitolata If walls could talk, doveva restare tre mesi. Invece è ancora qui, come monito contro i venti di guerra che tornano a spirare sul continente europeo. Evidentemente la ferita non si è mai rimarginata.

RIFLESSIONI/La Sirenetta, un pesce fuor d'acqua che sogna (non il Principe)

Copenaghen, 1 settembre 2025
La Sirenetta, scultura di Edvard Eriksen, 1913, all'ingresso del porto di Copenaghen 



"Le Sirene non hanno lacrime e per questo soffrono di più"

   Sono passati 188 anni da quando lo scrittore danese Hans Christian Andersen scrisse La Sirenetta, ma oggi questa popolare favola conserva la modernità di un testo di avanguardia femminista. La Sirenetta in realtà è un pesce fuor d'acqua. La fiaba originale supera di gran lunga la versione romantica di Disney (1989) dove la sirena Ariel fa tanto la figlia ribelle ma alla fine sposa il Principe e mette "la testa apposto", come è da sempre nelle societá patriarcali.
    A differenza della protagonista disneyana la Den Lille Havfruen (nella favola non ha nome) di Andersen è una sognatrice, una "visionaria" si direbbe oggi, perché cerca l'Immortalitá con la I maiuscola. Altro che Principe azzurro, lei vuole l'Eternitá (le sirene non sono Immortali ma gli uomini sì nel racconto di Andersen) e alla fine la ottiene con il sommo sacrificio di se stessa, si suicida dopo aver deciso di non pugnalare al cuore il Principe. Addirittura bacia la fronte della sua sposa che ha preso il suo posto. La sirenetta pensa di dissolversi nella schiuma del mare ma invece si unisce alle Figlie dell'Aria, fatine buone che portano sollievo a chi è accaldato e spazzano via le epidemie. Dopo 300 anni potrà raggiungere la vita eterna, il nirvana, o l'unione con il Creato, ognuno lo può intendere come vuole. Potrà realizzare il suo sogno a differenza di Andersen, che stava vivendo un amore con un uomo, impossibile nell'Ottocento.
    Dopo aver visto la scultura della Sirenetta su uno scoglio di fronte al molo di Langelinie a Copenaghen, facendomi largo tra la folla degli amanti dei selfie, mi è venuta voglia di leggere la celebre fiaba. Io sono della generazione dei boomer, bambini che hanno vissuto la transizionen dai libri alla televisione. Cresciuta a cartoni animati di Disney, forse più di oggi perché c'erano solo quelli e non l'infinita scelta che ora c'è in Rete per il divertimento infantile.
    La favola di Andersen ha quindi un finale completamente diverso dalla Sirenetta americana e si discosta completamente dalla narrativa disneyana. Ed è tremendamente tragico, tant'è che mi ha fatto piangere, mi ha lasciato una malinconia enorme che è appunto la stessa che ho visto raffigurata nella donna pesce scolpita da Edvard Eriksen e posata nel 1913 su uno scoglio alll'ingresso del porto della capitale danese. Non è una innamorata che languidamente aspetta l'arrivo di qualcuno, mi sembra piuttosto che scruti l'orizzonte dell'oceano alla ricerca di qualcosa che va al di lá della sua condizione di creatura marina. La Sirenetta di Andersen è una deviante, si sente diversa dalle altre sirene, è quindi un pesce fuor d'acqua.

PS Per curiosità ecco il finale della fiaba originale di Andersen:

La sirenetta sollevò le braccia trasparenti verso il sole del Signore e per la prima volta sentì le lacrime agli occhi. Sulla nave era ripresa la vita e il rumore; vide che il principe e la sua bella sposa la cercavano, e guardarono tristemente verso la schiuma del mare, quasi sapessero che si era gettata tra le onde. Invisibile baciò la sposa sulla fronte, sorrise al principe e salì con le altre figlie dell'aria su una nuvola rosa che navigava nel cielo.
"Fra trecento anni entreremo nel regno di Dio!"
"Anche prima potremo arrivarci" sussurrò una di loro. "Senza farci vedere entriamo nelle case degli uomini, dove c'è qualche bambino; ogni volta che troviamo un bambino buono che rende felici i suoi genitori e merita il loro amore, il Signore ci abbrevia il periodo di prova. Il bambino non sa quando entriamo in casa, ma noi gli sorridiamo per la gioia, e così ci viene tolto un anno dei trecento che ci toccano; se invece troviamo un bambino cattivo e capriccioso, allora dobbiamo piangere di dolore e ogni lacrima aumenta di un giorno il nostro tempo di prova!

CANARIE/Il Dìa Canario, l'overtourism e i barconi della morte

"Il modo migliore di realizzare i sogni è di svegliarsi", frase attribuita a Paul Valery


Tenerife (Canarie), 2 Giugno 2025
 

   Il 30 maggio le Canarie celebrano la loro festa, si chiama Dìa de Canarias, e commemora la prima seduta del Parlamento canario a Santa Cruz di Tenerife nel 1983. E' un giorno festivo caratterizzato da balli folkoristici in costumi e canti popolari che celebrano le bellezze e le virtù dell'arcipelago spagnolo. Non è solo un'attrazione turistica, ma penso sia una celebrazione autentica. Ciascuna delle otto isole possiede una forte identità che si riflette nella diversità dei costumi tradizionali, delle danze e nella musica. 

Graffiti in un belvedere di Tenerife (Foto Maria Grazia Coggiola)

   Qualche giorno prima della festa, nell'isola di Hierro, la più piccola e la più remota, si è consumata una tragedia, l'ennesima, relativa ai migranti africani che sfidano la sorte attraversando migliaia di chilometri di oceano per accedere all'Unione Europea. Quattro donne e tre bambine, probabilmente loro figlie, sono morte quando il barcone su cui viaggiavano e che era stato soccorso stava per attraccare al porto de la Restinga, nel sud di Hierro. Erano partiti dalla Guinea insieme ad altre 150 persone su un "cayuco" che forse poteva trasportarne solo la metà o un terzo. 

   L'incidente è stato ripreso da una televisione locale che stava documentando l'arrivo dei migranti. Si vede il barcone affiancato a una motovedetta arancione del soccorso marittimo che sta per attraccare alla banchina dove il personale sanitario è già pronto a ricevere i migranti. Ma invece di aspettare il loro turno per scendere a terra, i disperati si lanciano sulla motovedetta tutti insieme e così facendo il barcone si inclina sul lato e poi si rovescia. Decine di persone finiscono in acqua, alcune sono bloccate sotto l'imbarcazione. I soccorritori si lanciano in mare, tirano dei salvagenti, dopo un po' arrivano dei sommozzatori. Ma i bambini e soprattutto quelli che non sanno nuotare non ce la fanno a resistere. Muoiono a pochi metri dall'Europa dopo aver miracolosamente attraversato l'oceano. Una tragedia paradossale che ricorda quella di Cutro, in Calabria, del febbraio 2023. Morti a pochi metri dalla salvezza.    

    Sempre prima del Giorno Canario, sull'altra sponda dell'oceano, su un atollo delle  Granadine arriva un altro caicco con i resti di 12 migranti in putrefazione. Dai documenti emerge che erano del Mali. Non sono riusciti ad arrivare alle Canarie e si sono persi nell'oceano. La corrente e gli alisei li hanno spinti fino ai Caraibi. A gennaio un altro barcone con cadaveri era stata trovato in un'altra isola caraibica. Sono le vittime della cosiddetta ruta canaria spesso relegate in qualche trafiletto di giornale.
Le morti di Hierro sono state riprese in diretta televisiva e per questo hanno suscitato un po' più di attenzione, Ma al di là delle dichiarazioni dei politici, il presidente canariota Fernando Clavijo ha affermato che "è stato il peggior giorno della sua carriera politica", è business as usual. Si balla e si canta al Dìa Canario. Il governo di Hierro ha decretato due giorni di lutto, un gesto simbolico, che non sono sicura quanto sia condiviso dalla gente. Come di fronte agli orrori di Gaza, siamo anestetizzati di fronte alle tragedie che non ci toccano da vicino. E' paradossale perché la Rete dovrebbe invece al contrario amplificare l'indignazione popolare. Invece ci si chiude nel proprio "orticello", che è chiaramente una autodifesa contro chi minaccia il nostro benessere. L'Occidente sta franando e come biasimare chi vorrebbe salvarlo? E' un atteggiamento ipocrita e tacitamente accettato anche dalle forze progressiste.  
   

    Al porto di San Juan, nel sud di Tenerife, dove mi trovo ora, ho fotografato una graffiti che si vede sempre più spesso, Tourists Go Home, che risuona come quella di Yankee Go Home, contro qualcosa percepito come una occupazione da parte straniera.  In questo caso si tratta del fenomeno dell'overtourism, del turismo di massa, che alle Canarie sta provocando oltre a danni ambientali, anche un caro affitti insostenibile per i lavoratori. Anche quest'anno ci sono state manifestazioni da parte di un movimento che si chiama "Canarias tiene un limite". L'ultima protesta del 18 di maggio ha portato in strada migliaia di persone a Tenerife e Gran Canaria, le due isole più colpite dall'overtourism.  Le richieste sono di avere un modello di turismo più sostenibile, forse anche a scapito della perdita di guadagni. Anche questo significa mettere dei muri intorno all'orticello canario per difendersi dai "barbari", che in questo caso arrivano in aereo e non su un caiucco.
Mi ha colpito molto una frase attribuita al filosofo e poeta Paul Valery: "il modo migliore di realizzare i sogni è di svegliarsi".  Di solito la si concepisce in modo positivo, come sprone a destarsi dalla propria passività per agire e seguire le proprie passioni. Però la si può intendere anche in un altro senso, quello di smettere di inseguire i sogni e aprire gli occhi per vedere la realtà che ci circonda. Il mondo, come lo ha visto la generazione che ora è al potere, i Boomers, è profondamente cambiato. Meglio svegliarsi quanto prima dai sogni.   
 

CANARIE/ Hierro, la "fine del mondo" è diventata l'America per migliaia di migranti africani

    L'isola di Hierro, la più piccola delle Canarie, è rossa come una miniera di ferro, da cui deriva il suo nome spagnolo. È il confine occidentale dell'Europa e prima delle conquiste coloniali era la "fine del mondo", almeno quello conosciuto dall'Occidente. Punta de la Orchilla (qui sotto nella foto) è l'ultimo lembo di terra che i naviganti vedevano e ancora oggi vedono prima di attraversare l'Atlantico. Da li nell'antichità passava anche il Meridiano Zero prima che gli inglesi lo spostassero sulla collina di Greenwich a Londra. 
El Hierro/Punta de la Orchilla - Il monumento al Meridiano Zero. @mariagraziacoggiola

   Hierro è un'isola bizzarra. I ginepri sabina sono piegati fino a toccare terra per gli alisei. L'aria è impregnata dell'aroma di artemisia e di altre piante medicinali.  E' stato un inverno particolarmente piovoso e ora i sentieri sono ricoperti di papaveri, fiordalisi, margheritine, tarassaco e altri fiori selvatici di cui non conosco il nome. Una esplosione di colori e di profumi che si levano dal suolo ora di nuovo arso e in parte ricoperto di lava vulcanica, a cui fa da contrasto l'azzurro scuro dell'oceano Atlantico. Era da tempo che non vedevo i papaveri. Si intonano perfettamente con la terra rossastra. Forse sono cosí belli perché si nutrono del ferro di cui é fatta questa isola.

   E' la meno conosciuta dell'arcipelago spagnolo e come ho gia scritto è la più piccola per estensione dopo l'isolotto de La graciosa dove non ci sono strade asfaltate. Ma di recente è salita alla ribalta della cronaca perché è diventata la porta di ingresso in Europa di migliaia di migranti dalla Mauritania e Africa subsahariana. Nel 2024 oltre 23 mila disperati sono arrivati nell'isola, un numero che è tre volte la sua popolazione. Il porto meridionale de La Restinga è stato trasformato in un centro di accoglienza. Mentre i barconi rimangono accastati uno sull'altro, i migranti adulti sono trasferiti in Spagna. I minori invece sono ricollocati in centri di accoglienza su altre isole. 

   Come spiegavo prima in passato era l'ultima terra spagnola che i naviganti lasciavano in cerca di fortuna e ricchezze, adesso è la 'America' per le masse di disperati che vengono da quello stesso 'nuovo mondo' depredato dall'Occidente. Che ironia riserva la Storia. O meglio che contrappasso. Prima volevamo aprire i nostri confini per arricchirci, ora li vogliamo chiudere per proteggere quella ricchezza che abbiamo accumulato grazie alle conquiste coloniali.

ARTE E DEGRADO/Sicilia, il garage per dirigibili di Augusta

 Augusta (Siracusa), 22 dicembre 2024

   Andando a zonzo sulla costa sud orientale della Sicilia, mi sono ritrovata davanti a un incredibile retaggio storico-militare: un hangar per dirigibili. Si trova nella rada di Augusta, città strategica della marina militare e uno dei porti di sbarco degli Alleati nel luglio 1949.

L'hangar visto dal retro (Foto di Maria Grazia Coggiola)

   In realtà ero andata a visitare il borgo marinaro di Brucoli, meta iper turistica, poi sono stata attirata dal profilo della raffineria, che domina il paesaggio di Augusta. L'impianto, ex Esso ora algerino, è un pezzo importante dell'economia siciliana e anche potenzialmente una bomba ecologica. Penso che bisognerebbe praticare un turismo dell'economia reale, oltre che quello delle bellezze del Balpaese, tanto per far capire alla gente da dove arriva la benzina oppure la bistecca che compra al supermercato. Ma non voglio divagare. 

Foto tratta dal libro Più leggero dell’aria - Breve storia del Dirigibile di Raffaele Migneco Omodei

   Tra le ciminiere della raffineria e le petroliere abbandonate nella rada spicca un edificio curioso, il cui uso è veramente difficile da immaginare nella nostra era. E' appunto un garage per dirigibili costruito nel 1917 quando si pensava che questi "palloni volanti" potessero essere dei validi mezzi di trasporto aereo. E' uno dei pochi in Italia sopravissuto ai bombardamenti e, nella sua specificità, è anche un'opera architettonica di valore. Da lontano somiglia a un tempio greco e sfido molti a capire a che cosa serviva. Oggi l'hangar e l'intero parco che lo circonda sono abbandonati, una scandalosa incuria, imputabile al fatto che l'area nel 2012 è diventata zona militare. Prima di allora, leggo nelle cronache locali, la zona era stato bonificata e trasformata in un parco pubblico.

   La storia dell'hangar è ben documentata da ricerche storiche (L'Hangar per dirigibili di Augusta di Ilario Saccomanno) e anche un documentario (La Casa dei Dirigibili, regia di Lorenzo Daniele con la regione Sicilia). La costruzione in cemento armato fu affidato all'architetto Antonio Garboli di Brindisi ed è in linea con lo stile del tempo che ha in nello svizzero-francese Le Corbusier il suo massimo esponente.

   Fu voluto dalla Marina Regia per contrastare i sommergibili tedeschi che imperversavano lungo le coste orientali siciliane. I dirigibili erano più efficaci degli idrovolanti a individuare e colpire gli U-boot tedeschi, per la loro autonomia di volo e per essere in grado di volare a bassa velocità sull'obiettivo. La posizione di Augusta è strategica per il controllo dello stretto di Messina. L'hangar fu progettato per ospitare dirigibili di 12 mila metri cubici, di media grandezza, che dovevano appunto pattugliare le rotte a sud della Sicilia. 

   Realizzato dalla Società Anonima Cementi Armati e Costruzioni Ing Antonio Garboli in cemento armato, materiale "innovativo", l'hangar era una assoluta novità per l'epoca. Però, come spesso accade, i lavori si trascinarono più del previsto, nonostante l'impiego di prigionieri austriaci, e fu ultimato solo nel 1920 quando la guerra era terminata. Quindi l'hangar di Augusta non svolse mai la sua funzione originale. Poi dopo il famoso incidente dello Zeppellin Hinderburg nel 1937, il più grande oggetto volante mai costruito, i dirigibili caddero in disuso. Erano in effetti delle bombe volanti e l'atterraggio era decisamente complicato. Però hanno fatto un pezzo di storia delle esplorazioni soprattutto durante il Ventennio, con le famosa trasvolate di Umberto Nobile sul Polo Nord, l'ultima finita in tragedia.

   Ho fotografato l'hangar dal malandato cancello di ingresso. Peccato vedere così tanta incuria e indifferenza. Non solo perché la storia di un luogo, per quanto controversa, merita un po' di rispetto, ma anche per le potenzialità di uso di un edificio che è sopravissuto a due guerre e a un terremoto. E che è anche un mirabile esempio di architettura.


MEDIA/Guerra, quando la pubblicità è indecente

Sappiamo tutti che senza pubblicità i giornali non possono sopravvivere. E' già un miracolo se la carta stampata riesca a campare con paginate di inserzioni. Però ci dovrebbe essere un limite, non al contenuto, ma al posizionamento.Per esempio, trovo indecente che sotto un articolo di cronaca sui bombardamenti a Beirut compaia una pubblicità che celebra il confort domestico. E' quello che ieri succedeva sul Corriere della Sera. Titolo: Raid nel cuore di Beirut: nove morti. Israele espande le operazioni a Sud. Sotto l'articolo campeggia lo slogan Joyful Living (Vivere felici, sarebbe più o meno) e una gioiosa ragazza in minigonna tranquillamente seduta in salotto.


Un accostamento decisamente di cattivo gusto che la dice lunga di quanto siamo assuefatti alle notizie di massacri, bombardamenti, morti, ecc.  Sono convinta che nel "cuore" di Beirut, non siamo a Gaza, probabilmente esistono salotti simili con prodotti disegnati dalla marca italiana in questione. E anche gli occupanti di questi salotti potevano forse praticare il joyful living prima delle "operazioni" di Israele (da notare il linguaggio rispettoso del Corsera).    

VIA FRANCIGENA/ Il Priapo ermafrodita di Formello

Formello (Lazio),  12 settembre 2014

   La penultima tappa della Via Francigena, per la precisione la quarantaquattresima, passa da Formello, comune nel parco archeologico etrusco di Veio. È una sosta obbligatoria per i pellegrini diretti a Roma, che dista solo una trentina di chilometri. Anche io mi sono fermata in questo incantevole borgo quando ho percorso il tratto della Francigena da Siena a Roma.


   Pare che l’intera zona fosse una immensa necropoli estrusca saccheggiata nei decenni dai cosiddetti ‘tombaroli’. Tra i ritrovamenti più importanti c’è un’anfora del VI secolo AC con l’alfabetario etrusco che ora si trova nel museo di Villa Giulia a Roma.
   Ma non sono gli etruschi che hanno attirato la mia curiosità a Formello, ma una statua di Priapo ‘femminiello’ che si trova nel palazzo del municipio.
   La scultura, databile tra il 150 e il 175 DC e probabilmente proveniente da una villa romana, raffigura il dio Priapo in vesti femminili nell’atto di mostrare le pudenda. Un transessuale esibizionista ante litteram. Mi ha ricordato quella volta che su un treno diretto a Mumbai un gruppo di eunuchi (gli hijra) avevano alzato il sari davanti al viso dei passeggeri dello scompartimento minacciandoli di chissà cosa se non davano loro delle rupie.
   La statua del Maripara, cosi è chiamata, è stata pesantemente vandalizzata nei secoli. L'ermafrodita Priapo è stato decapitato ed evirato. Fino a un secolo fa l’esuberante dio, che è protettore degli orti, greggi e api, era sulla piazza di Formello. Poi venne rimosso perché ‘privo di pudore’ e chiuso in uno scantinato. È riapparso dopo la seconda guerra mondiale nel giardino comunale e li ha perso la testa. Infine ha trovato la sua attuale sistemazione al primo piano di palazzo Chigi e lo si può ammirare quando si esce dal museo dell’Agro Veientano.
   Non ho trovato molte spiegazioni sul significato di questo travestimento che lascia intendere una bisessualità della divinità simbolo della potenza sessuale maschile. Nella mitologia greca e romana Priapo è raffigurato con un organo genitale deforme, è associato ai riti dionisiaci e alla fertilità agricola. Perché il Priapo di Formello abbia le sottane per me rimane un mistero. Pero è estremamente moderno in un epoca in cui l’identità non binaria non sconcertava nessuno.

Manzoni/ L'epitaffio per la figlia Matilde privata delle virtù del sesso

 Siena,  2 settembre 2024

   Ma cosa intendeva Alessandro Manzoni quando ha scritto sulla tomba della figlia Matilde che "lasciava desiderio di sè per una vita bella di tutte le virtù che sublimano il sesso". Ho riletto i versi dell'epigrafe almeno tre volte, confusa e un po' scioccata. Sublimazione del sesso? Ma che voleva dire? Che la figlia Matilde, morta di tisi "nell'ultimo anno del quinto lustro" (quindi a 25 anni), nubile e ancora vergine, anelava a una vita da cortigiana?  Penso che Manzoni intendeva il sesso femminile, ovviamente, però il verso non è di quelli migliori usciti dall'illustre autore dei Promessi Sposi.  

La tomba di Matilde Manzoni nel convento della basilica di Santa Maria dei Servi a Siena 

   Ho scoperto la tomba di Matilde Manzoni, ultima dei nove figli del grande scrittore lombardo, totalmente per caso a Siena, nel chiostro della basilica di Santa Maria dei Servi, che sorge appunto in piazza Manzoni.  I frati mi hanno dato ospitalità per una notte nella foresteria dopo aver presentato le "credenziali" di pellegrina sulla via Francigena. Nel fantastico convento medioevale, mentre aspettavo di essere accompagnata nel dormitorio, mi sono imbattuta in questa lapide con questa bizzarra iscrizione attribuita a Alessandro Manzoni. 

   La tomba mi ha intrigato e ho fatto un po' di ricerca. La povera Matilde fu praticamente abbandonata dal padre, lo si conosce dai suoi diari (pubblicati nel 1992 da Adelphi con il titolo Journal, a cura di Cesare Garboli). Orfana di madre ad appena tre anni, chiusa in un convento di clausura fino a 16 anni e poi portata da una sorella in Toscana, la povera Matilde è morta il 30 marzo 1856 senza vedere il padre che manco rispondeva alle sue lettere. Era malata da ben quattro anni e Manzoni lo sapeva. L'ha fatta tumulare nel convento insieme a una sua nipotina morta prematuramente. 

  Nel febbraio 1855, un anno prima di morire tra le braccia della sorella Vittoria,  scriveva nel suo diario:  "Ho avuto gran momenti di malinconia, te lo confesso, m’ero proprio scoraggiata, […] Pensavo tante volte: quando starò peggio, scriverò a papà che per carità venga, non posso proprio morire senza rivederlo e senza che mi conforti colle sue parole e la sua benedizione!...Vero, caro papà che se dovessi star male tu verresti?» (febbraio 1855).


FILM/ Guarapo, quando i migranti clandestini partivano dalle Canarie

Santa Cruz de Tenerife (Canarie Occidentali), 23 marzo 2024

    Coltivo un piacere quasi perverso per i cinema d'essay. Stanno scomparendo come ghiaccio al sole, ma quando ne trovo uno mi ci fiondo come se non ci fosse un domani.  Ieri ero appena arrivata con la mia barca a vela Maneki alla marina di Radazul, nel nord di Tenerife, a dieci chilometri dalla sua capitale Santa Cruz. Nella mia isola preferita, La Gomera, non ci sono cinema, quindi ogni volta mi trovo in una grande città la prima cosa che faccio è cercare una sala cinematografica. A Santa Cruz di Tenerife ho trovato il "Price Prime", sulla rambla, in pieno centro, sopravissuto miracolosamente alle multisale degli shopping mall. Un tizio che gentilmente mi ha caricato mentre facevo autostop (il bus non passava e non volevo perdermi la proiezione) pensava fosse chiuso da tempo e non si ricordava manco dove fosse. Il che non ha fatto che aumentare il mio godimento. 

   Il Price Prime è in calle Salamanca, ha una facciata Anni Settanta e trasuda quell'aria retrò che promette davvero bene per un cinema di qualità. Per un colpo incredibile di fortuna in cartellone c'era una pellicola del 1989, "Guarapo", che racconta una storia ambientata proprio a La Gomera. Un segno del destino, un film sulla mia isola preferita e che film! Non ho alcuna idea perchè nella programmazione del Price Prime vi è  un film di ben 25 anni fa. Forse è rimasto in cartellone dall'inaugurazione della sala oppure è sponsorizzato dall'ufficio turistico, visto che fa vedere La Gomera in tutto il suo splendore. 

La locandina del film
  Ancora incredula compro immediatamente il biglietto (8 euro), non si sa mai che vadano esauriti, mi armo di pop corn e entro nella sala di proiezione. Sola, ero sola, praticamente una proiezione privata. Questa è la realtà dei cinema d'essay, quello di Las Palmas, a Gran Canaria, ha chiuso per il Covid e non ha mai riaperto, e questo ha i mesi contati, penso tra me e me sgranocciando il pop corn.  

   "Guarapo" è un film che non esiterei a definire neorealista. E' dei fratelli Teodoro e Santiago Rio, "padri del cinema canario", sconosciuti fuori dell'arcipelago, che all'epoca avevano realizzato una trilogia sulla storia delle isole, in particolare sui problemi sociali. Una cosa di super nicchia, da vecchi intellettuali di sinistra, impensabile ai giorni nostri. La storia racconta di come si viveva a La Gomera sotto il franchismo e in particolare quando la vita sociale e economica era dominata dai latifondisti in combutta con il potere militare e la Chiesa. Per i poveri braccianti, come Benito, detto Guarapo perché era particolarmente abile a estrarre la linfa delle palme canarie che serve per fare uno sciroppo dolce e anche un liquore, non c'erano speranze di migliorare la propria esistenza se non quella di emigrare clandestinamente in America Latina. E' il destino di molti giovani che nel Dopoguerra attraversarono l'Atlantico in  cerca di fortuna, in Venezuela soprattutto, e che non sono mai più tornati. Il film è dedicato a questi migranti che furono costretti ad abbandonare le loro famiglie per fuggire alla miseria e a una vita di angherie e sopraffazioni. Descrive una povertà e disagio sociale simile a quello del mezzogiorno italiano. In "Guarapo" c'è una famiglia ricca, quella di don Luis Ventura, che ha un potere assoluto sui contadini che lavorano nelle piantagioni di banane (e anche sulle loro mogli), un parroco corrotto, un commissario di polizia alcolizzato e la repressione franchista che eliminava i dissidenti e proibiva l'immigrazione. Le scene sono ambietate nei luoghi più suggestivi della isola, come erano tre decenni fa prima dell'arrivo del turismo. Bellezze da brivido che ancora oggi esistono come alcuni sentieri che ho riconosciuto della foresta del Cedro e dei dirupi intorno al Roque de Agando. Il "silbo", il fischio che i gomeri usano (ancora oggi) per comunicare da una valle all'altra, è onnipresente ed è usato come linguaggio criptato per aiutare il ribelle Guarapo a fuggire alla polizia e a imbarcarsi su una goletta diretta in Venezuela.

   Non è ovviamente un film da Oscar, ma per chi conosce La Gomera, i suoi paesaggi e le sue tradizioni, è assolutamente da vedere. Non ci sono i sottotitoli, ma lo spagnolo è abbastanza comprensibile anche se è dialettale. Ma ancor più rilevante è la sua documentazione di un immigrazione che oggi è presente ma in senso contrario. Migliaia di Guarapo africani in questi anni sono approdati sulle coste canarie con dei barconi pagati a caro prezzo, anche loro in fuga da miseria e dittature, lasciando indietro le loro radici, amori, legami familiari. Stessi disperati ma su un'altra sponda dell'Atlantico.