COVID19/ Diario di una quarantena in barca 15 - L'inversore e i misteri della meccanica

Gran Canaria, 20 maggio 2020 

   Se c'e' una cosa che vorrei fare se rinasco e' il meccanico di motori nautici. Non so quanti giorni o addirittura settimane ho passato cercando un meccanico o aspettando che si liberasse da altri lavori che immancabilmente erano sempre più urgenti del mio. I meccanici non hanno mai tempo e quando decidono finalmente - bontà loro - di dedicarti un po' di tempo, puntuale arriva l'imprevisto. Metti che tu riesci a fissare finalmente un appuntamento per il giorno dopo con uno di questi "guru" e poi quando ti presenti scopri che "e' dovuto andare a Tenerife per una urgenza su un trimarano" o "stara' a Las Palmas per una settimana per un lavoro su un traghetto". E ti chiedi se in tutte le Canarie non ci siano altri meccanici disponibili oppure se proprio il tuo e'  il migliore, tanto che gli pagano aerei e trasferte pur di averlo.
Leonardo Da Vinci - Ingranaggi 
   Puo' sembrare bizzarro ma il motore in una barca a vela da crociera e' essenziale per le manovre in porto, quando non c'e' vento o anche l'ancoraggio se ci sono scogli.
   Ho imparato a cavarmela con le riparazioni di routine e la manutenzione del mio vecchio motore diesel, tre cilindri, di marca Vetus da 20 cavalli, posso dire che dopo due anni di coabitazione lo conosco bene. Conosco il suo suono, quando sta bene e quando e' un po' affaticato, e quando c'e' qualcosa di anomalo.
   Da un paio di mesi quando ingranavo la marcia, notavo che la non c'era propulsione, come se l'elica girasse a vuoto. Pero', dopo un po' di secondi, sentivo una sorta di "clack" e la barca avanzava. Ho avvertito il meccanico di questo strano comportamento e lui ha controllato la leva dell'acceleratore e i cavi quando ho alato Maneki all'inizio di marzo, prima del lockdown. "Tutto apposto, ma devo provarla in acqua", mi disse. Poi come sempre non ha avuto più tempo e il problema e' continuato, anzi peggiorato. Purtroppo il motore non e' come il corpo umano, quando ci sono sintomi di una malattia non ci sono speranze di una guarigione, a meno che non si interviene.
    E cosi' l'altro ieri quando ho lasciato il gavitello non sono riuscita a far avanzare la barca, acceleravo ma non andavo avanti, la mia elica girava ma non aveva forza. Pero' in retromarcia andavo normalmente. I "vicini" di ancoraggio sono intervenuti e hanno cercato di capire il problema. Ma dopo diverse ispezioni all'elica e al motore e' venuto fuori che il problema era forse nell'inversore riduttore, la "scatola del cambio" dei motori intrabordo nautici che non hanno la frizione,  Il che significava un lavoro enorme e dispendioso, senza contare che nel lockdown e' difficile far arrivare parti di ricambio.
   Dopo un notte insonne e' arrivato l'aiuto dal cielo grazie al tam tam della comunità dei velisti. Sapendo del mio problema, un solitario francese che si trovava all'ancora a Punta Cementero, circa a tre miglia a ovest, parlando con uno dei miei "vicini", disse di aver avuto lo stesso problema con il suo Volvo e di averlo risolto con un semplice "lavaggio" dell'inversore a base di diesel. Un rimedio infallibile, secondo lui. L'idea di levare l'olio e far funzionare gli ingranaggi (per mezzora secondo lui) con del gasolio mi terrorizzava. Pero' su sua insistenza e assistenza ho provato. Ho rimosso l'olio del cambio (di colore rosso, ancora in buono stato perché lo avevo cambiato meno di un anno fa) con una pompetta e ci ho messo del diesel. Un po' di avanti-indietro per una mezzoretta e poi di nuovo un secondo "lavaggio", la marcia ha cominciato a ingranare sempre con più' frequenza. fino a entrare al primo colpo. Ho rimesso l'olio e da allora non ho avuto più il problema.
    Qualche ingranaggio bloccato da sporcizia? Olio del cambio non idoneo? Eppure mi sono attenuta alle istruzioni del manuale quando l'ho cambiato. Non si sa...misteri della meccanica. 

COVID19/Diario di una quarantena in barca 14 - Il Grande Fratello mi guarda

Gran Canaria, 18 maggio 2020

"Secrets are lies, sharing is caring, privacy is theft" ,  The Circle, Dave Eggers 

   Ho scoperto che sul muro esterno del porticciolo di Pasito Blanco, (Sud di Gran Canaria) dove sono ancorata in quarantena con la mia barca a vela Maneki c'e' una webcam:  https://beachcams.bitservice.es/dev/pasitoblanco2.html.  Non e' certo un fenomeno nuovo la ripresa in diretta di luoghi pubblici, come piazze, monumenti famoso o spiagge . Chissa' da quanti anni esiste questa telecamera puntata sulle barche alla fonda, Per me e' stato uno shock.  In questi due mesi di quarantena, la mia vita, almeno quella diurna che si svolge in coperta, e' stata esposta a un pubblico mondiale.
   Milioni di persone, dalle loro rispettive quarantene, possono sbirciare quando mi alzo al mattino, a che ora spengo le luci per andare a dormire, i miei tuffi, se sono in barca o se sono a terra (se il kayak e' attaccato a poppa o meno), quando mangio un pozzetto e quando mi rilasso sull'amaca a prua, quando lavo i piatti, pesco o riassetto le cime, Come un reality show o come nel film The Truman Show. Per un esibizionista e' il massimo. Da quando ho scoperto di essere sotto la telecamera, faccio piu' attenzione all'abbigliamento. Posso poi spiare i miei vicini di barca senza farmi vedere. Se penso pero' alla mia privacy mi vengono i brividi. 

COVID19/ Diario di una quarantena in barca 13 - Si puo' navigare!

Gran Canaria, 16 maggio 2020 


   Da lunedi' le Canarie sono entrate nella "Fase 1" con alcune misure di apertura anticipate rispetto al resto della Spagna. E' il "premio" per la buona condotta dell'arcipelago nel controllare la pandemia. Ma secondo me e' anche la preoccupazione del governo canario di far ripartire il turismo.      La situazione e' disperata, il lockdown ha messo in ginocchio hotel, ristoranti e attivita' nautiche. Le previsioni sono che saranno necessari almeno due anni per ritornare alla situazione anti Covid.  Ma ci sono anche dei piani di rilancio, le Canarie potrebbero servire da test per la ripartenza del turismo attraverso alcune misure di sicurezza anti contagio, tra cui una sorta di "patente sanitaria" del viaggiatore per garantire una vacanza a rischio zero.
   Tra le novita' della Fase 1 c'e' la riapertura delle "terrazas", di ristoranti e bar che hanno un patio esterno. A Pasito Blanco dove mi trovo all'ancora con Maneki ha riaperto l'unico ristorante La Punta, che si trova al fondo della diga foranea. I primi tre giorni con orario ridotto dalle 12 alle 20, e poi fino alle 22.
    Sono andata per una 'cana" (birra alla spina piccola) e una "tabla del queso". I camerieri indossavano una mascherina con la scritta del ristorante. Mi hanno portato un grande pannello davanti al tavolo con il menu' e quando me ne sono andata hanno disinfettato le sedie.
    L'altra grande novita' e' stata il via libera della navigazione da diporto ma solo nei limiti della propria municipalita' e non oltre le 14 miglia nautiche. In pratica le barche possono uscire per un giorno dai porti di appartenenza per la giornata con l'obbligo di tornare nello stesso posto alla sera.
   Per chi come me e' all'ancora non e' chiaro, come sempre, pare che ci sia consentito muoverci ma solo nei limiti della municipalita' di Pasito Blanco (cioe' Maspalomas).
    Il mio vicino di ancoraggio, il francese Alan, si e' fatto dare dall'ufficio della marina una cartina con la delimitazione delle acque "municipali". Il  limite occidentale e' il capo Cementero di El Pajar.
    Ed e' proprio in quella baia che ci siamo radunati mercoledi' per festeggiare la libera uscita.
Visto il successo della prima navigazione, ho deciso di avventurarmi un poco oltre, a Puerto Mogan, approfittando del fatto che ho la residenza nel porto (quindi in teoria mi trovo dentro il 'mio' municipio se mi ferma la guardia costiera). 
    Sono quindi ancorata vicino al porticciolo di Mogan, uno dei piu' belli e romantici, di Gran Canaria, tanto da meritare il nome di Piccola Venezia (ne avevo scritto la storia qui). Non posso entrare nella marina, ma posso scendere a terra con il kayak passando dalla spiaggia. L'ancoraggio e' profondo (9 metri) e al pomeriggio c'e' molta onda, ma sono da sola e la vista e' incantevole.     

COVID19/Diario di una quarantena in barca 12 - Da oggi si puo' camminare anche senza cani e senza bambini

Gran Canaria, 2 maggio 2020


   Oggi grande giorno di liberta'. Via libera allo sport all'aria aperta in due fasce orarie diverse (dalle 6 alle 10 del mattino e dalle 20 alle 23 della sera) con la limitazione di distanza, un chilometro per chi cammina e quattro chilometri per chi va in bici. Inoltre secondo la direttiva del governo, non e' possibile "sostare" durante l'esercizio sportivo (a meno che non si stramazzi a terra per  la fatica, mi verrebbe da ironizzare). La corsa deve essere individuale, mentre - se ho ben capito - si puo' camminare con una persona con cui si abita. Per gli anziani ("mayores", non si specifica l'eta') sono previste invece altre fasce orarie.
   Come in tutta la Spagna, anche qui nel porticciolo di Pasito Blanco (sud di Gran Canaria) dove mi trovo all'ancora con la mia barca Maneki, moltissima gente ne ha approfittato di questa prima fase di "desconfinamiento". (dalla fase zero alla fase quattro a fine giugno). Joggers, ciclisti, camminatori (senza cani e senza bambini) e anche surfisti sono usciti dagli "arresti domiciliari" come mi va di chiamare questo isolamento obbligatorio.
   Con mia figlia sono andata a fare una sessione di yoga a circa un chilometro dalla marina privata, in una piazzola di una strada in costruzione che dovrebbe servire un futuro residence ancora da costruire con vista sul paese di Arguineguin e punta "cementero". In barca lo yoga e' decisamente difficile.
   Al termine dell'ora d'aria, puntuale, e' arrivata una pattuglia della polizia che ha richiamato all'ordine e disperso gli sportivi ritardari. La spiaggia di Pasito Blanco per ora rimane chiusa, anzi i poliziotti hanno messo un ulteriore nastro di limitazione all'ingresso dell'arenile, ma ho visto qualche temerario entrare per fare una veloce  nuotata.

  

COVID19/Diario di una quarantena in barca 11 - Yoga in barca

Gran Canaria, 1 maggio 2020

  L'isolamento forzato non stimola solo la fantasia, ma anche la capacita' di adattamento. In mancanza di uno spazio "fermo" dove poter praticare lo yoga, ho dovuto modificare gli "asana" per renderi praticabili su una superficie ristretta e in movimento. Ho scoperto che le gallocce e soprattutto le scotte del fiocco possono essere usate per mantenersi in equilibrio, come mostro in questo video.
Qui pratico l'head-stand, il re degli asana, "sirsaana", in sanscrito, "posizione della testa". Si tratta di una posizione dell'Hatha Yoga che ha benefici per il cervello, perche' vi affluisce piu' sangue, ma anche per il resto del corpo, perche' nei tre minuti in cui di solito si sta a testa in giu', i liquidi defluiscono da gambe e ventre. 

COVID19/Diario di una quarantena in barca 10 - Stessi diritti (o quasi) a bambini e cani

Gran Canaria, 26 aprile 2020

    Dopo 44 giorni la Spagna ha dato ai bambini gli stessi diritti dei cani, cioe' di poter passeggiare all'aria aperta. In realta' non sono proprio gli stessi, perche' mentre i cani possono uscire con i padroni quando vogliono nell'arco delle 24 ore, i bambini possono lasciare le loro case accompagnati da un adulto solo una ora al giorno dalle 9 alle 19. E a differenza dei loro animali  possono passeggiare solamente in un numero massino di tre (e ovviamente non possono pisciare dove pare a loro).
Sofonisba Anguissola, Tre Bambini con cane. 1570
    Il governo di Madrid ha cosi' avviato la fase del "desconfinamiento" partendo dai bambini che poveretti non ne potevano piu' di stare in casa. I minori di 14 anni possono quindi uscire in strada, ma non al parco gioco (perche' rimangono chiusi) e usare la bicicletta o il monopattino sempre in una distanza limitata ripetto alla loro abitazione. Non si capisce perche' non sono stati citati altri mezzi, tipo i pattini o il monociclo, ma questo non e' il punto.
    Non ho fatto una ricerca comparata, ma mi sembra che il via libera spagnolo ai bambini sia una misura unica tra gli altri Paesi europei. In Italia si pensa che i bambini siano quelli piu' vulnerabili al contagio. Qui invece no, non e' stata manco imposta loro la mascherina.
E cosi' da oggi anche qui nel porticciolo di Pasito Blanco (sud di Gran Canaria) dove mi trovo all'ancora si sono visti i bambini andare in bici o correre sulle aiule. Qualcuno e' entrato anche in spiaggia, che rimane "sigillata", ma solo per qualche minuto. Ovviamente anche gli adulti sono stati felici di poter passeggiare, soprattutto quelli senza cane, e ne hanno approfittato. Ho visto adulti correre a fianco dei bambini, liberi quindi di fare un po' di sport all'aperto, che qui e' vietato (a differenza dell'Italia).
   Da oggi sono riprese anche diverse attivita' al cantiere navale di Pasito Blanco, dove sono tornati meccanici e pittori. A pieno regime anche l'industria delle costruzioni. Ci sono lavori in corso un po' ovunque. Forse ne approfittano del momento per ristrutturare. Quando sono andata a piedi nella cittadina di Arguineguin, a circa 10 km, per comprare un cavetto di ricarica dello smartphone, ho visto la "fattoria del cemento", che sorge su un promontorio, in piena attivita'. A fianco, lungo un tratto di costa che era ancora intatta, con palme e casuarine, stanno tirando su un complesso residenziale e commerciale. 
   Decine di operai sono assembrati con l'elmetto ma senza mascherine. Forse il coronavirus li' non c'e'? Mentre di sicuro esiste un focolaio sulla scogliera che vedo di fronte dove la polizia blocca i bagnanti indisciplinati.
   Mentre si continua a morire negli ospedali e negli ospizi, dove ci sono i focolai del Covid, il governo spagnolo (ma anche quello italiano) concentra i suoi sforzi contro i cosidetti "furbetti" della passeggiata. 

COVID19/Diario di una quarantena in barca 9 - Quando la reclusione stimola la fantasia

Gran Canaria, 23 aprile 2020

    Il confino forzato, o meglio l'arresto domiciliare di massa come preferisco chiamarlo, ha il potere di stimolare nuove idee o anche ispirazioni artistiche. Ci sono innumerevoli casi di capolavori scritti in isolamento. Anna Frank scrive il suo celebre diario in un rifugio segreto dei magazzini Frank. Lo statista indiano Jawaharlal Nehru si dedico' nelle carceri britanniche dal 1942 al 1946 a una opera storica, "The Discovery of India" che e' ancora oggi studiata a scuola. Il pacifista Bertrand Russel scrive "Introduzione alla Filosofia matematica" (1918) durante la sua prigionia. Poi ci sono i casi di illustri carcerati, come Antonio Gramsci e Nelson Mandela fino al Silvio Pellico de "Le mie prigioni". Ho gia' citato in questo blog la "Novella degli Scacchi" di Stefen Zweig, dove c'e' un esempio mirabolante di come allenare la mente quando si e' prigionieri in una stanza e non si hanno carta e penna. {ADDENDUM: un mio caro amico e compagno velista mi ha suggerito di aggiungere anche il Mein Kampf  di Adolf Hitler come esempio di ispirazione carceraria...in questo caso funesta per l'intera umanita'}.
Anche il confino non obbligatorio, come per esempio una lunga degenza all'ospedale, puo' far nascere grandi ispirazioni. Penso a "Addio alle Armi" di Ernst Hemingway (scritto dopo la sua degenza in Italia).  Nel romanzo classico de Il Piacere, (che sto leggendo in questi giorni) Andrea Sperelli,  alter ego di Gabriele D'Annunzio, ritrova la vena poetica in un periodo forzato di convalescenza tra i roseti della villa al mare di sua cugina dopo essere stato ferito in un duello.
Come recita una frase attribuita a Winston Churchill, "Never let a good crisis go to waste". Puo' essere letta come un cinico suggerimento, ma anche come un invito a cogliere un opportunita'. "Facis de Necessitate Virtutem", fai di necessita' virtu', diceva San Girolamo. Piu' o meno la stessa cosa, anche se si riferisce forse piu' a a una disposizione mentale nell'affrontare obblighi o situazioni non piacevoli.
   Non so perche' mi e' uscita questa lunga e "dotta" premessa per raccontare come la permanenza obbligatoria in luoghi ristretti, sia una barca che un mini alloggio, stimola l'intelletto e la fantasia. Ovviamento questo e' valido in condizioni statiche della barca, non in navigazione dove si e' impegnati nelle manovre e nella rotta. Risparmio per ora le mie intuizioni artistiche e poetiche, vorrei condividere piuttosto lavori manuali o di bricolage in barca. Attivita' che hanno in comune l'utilizzo di materiali riciclati, non essendoci altra alternativa, quindi con ulteriore sforzo "creativo" e di immaginazione. Sono sicura che molte persone si sono dedicate al fai-da-te in questa quarantena riscoprendo magari vecchie passioni o hobby e anche, perche' no, talenti nascosti.
La scacchiera

E' stata ricavata su un tavolino da campeggio con nastro isolante. I pezzi sono in parte riciclati e in parte presi dalla cassetta degli attrezzi. I pedoni sono bulloni dipinti con lo smalto viola (per distinguere i bianchi dai neri). La regina dei neri/viola e' il flacone dello stesso smalto, mentre la regina dei bianchi e' una Madonnina di plastica. Le torri bianchi sono spinotti USB, bruciati quando li ho inseriti in una presa accendisigari montata con la polarita' invertita. Le torri nere/viola invece sono due pulegge ossidate per le drizze in testa d'albero che ho sostituito quando ho disalberato lo scorso anno a Tenerife. I cavalli neri/viola sono viti e bulloni arruginite che ho trovato sotto un guard rail durante una passeggiata clandestina sulla statale 500.

La rete porta frutta

Questa e' stata realizzata seguendo un video su YouTube con del cordino di cotone, pero' i due "dischetti" che servono a legarlo sono pezzi dello scafo di Maneki, trapanato in diverse occasioni.





















Porta Sapone


Ho usato due piccole staffe, che avevo a bordo, le ho fissate alla parete con viti da legno e ci ho appoggiato sopra la confezione del Filadelfia. Volendo si puo' anche chiudere il portasapone con il coperchio dello stesso formaggio








Fermaglio per porte tambuccio

Purtroppo Maneki non ha un posto dove fissare le porte del tambuccio quando il boccaporto e' aperto, che e' durante il giorno (di notte dormo con il tambuccio chiuso). Quindi le due tavole erano sempre d'impiccio lungo la battagliola o sui divani. Ho pensato di usare una cerniera, una corda elastica e un gancetto per fissarli lungo la sponda della cambusa usando la maniglia di una delle porte. Facile da agganciare e sganciare.    

COVID19/Diario di una quarantena in barca 8 - Scatta la solidarieta'

Gran Canaria, 16 Aprile 2020

    Una delle più famose massime della mitologia indiana e' "Vasuddhaiva Kutumbakan" , dal sanscrito "Il mondo e' una unica famiglia" (Maha Uspanishad). Mi e' venuta in mente stamane a proposito della diffusione mondiale della pandemia e delle sue conseguenze sociali. Pero' potrebbe essere letta anche come una considerazione sulla solidarietà degli esseri umani che scatta nei momenti di crisi.
   Non e' solo retorica, ne ho avuto qualche esempio diretto nella piccola comunità' di 'velisti' in confino obbligatorio stabilito dallo stato di emergenza decretato dalla Spagna il 14 marzo. Insieme a me, alla rada difronte al porticciolo privato di Pasito Blanco (sud di Gran Canaria) ci sono altre cinque barche "abitate".  Una coppia di norvegesi, una di svedesi, una famiglia di tedeschi composta da genitori e tre figli adolescenti, un solitario francese e il mio duo italiano di madre figlia.  A circa 200 metri dalla baia, nel cantiere navale annesso alla marina, ci sono poi una coppia di californiani  e un altro duo sempre americano padre figlio. Vivono nelle loro barche in secca in attesa di riparazioni al motore.
    E' uno spaccato di mondo, che comunica in inglese, che condivide la quarantena e i problemi di un isolamento forzato all'ancora, come quelli del rifornimento di acqua dolce, la spesa, le bombole del gas per cucinare e, non da ultimo la tenuta dell'ancoraggio quando c'e' mareggiata.
    Dalla barca più' vicina, la norvegese Black Pearl ho ricevuto l'offerta di ormeggiare a un gavitello "privato" ma momentaneamente libero. E' successo dopo che la mia ancora si era spedata in una giornata di vento forte.  Twain, il californiano nel cantiere navale,  mi ha prestato un cavetto per caricare lo smarthphone e un giorno anche una bici per andare in farmacia a circa mezzora da Pasito Blanco. Siccome ha un auto a noleggio so che fa anche commissioni per chi ne ha bisogno.
    Da parte mia ho condiviso il mio wifi con i ragazzi tedeschi del catamarano, abbastanza vicino da prendere il segnale, che fanno lezione on line. Con Alain, il velista francese solitario, ci siamo scambiati dei libri.
    L'altro ieri, sempre Twain che e' il più' "dinamico", ha messo a disposizione la canna dell'acqua facendola passare attraverso il muro di recinzione che divide il cantiere navale dalla scogliera. Io e gli altri ci siamo quindi avvicinati con i dinghy per riempire taniche e bottiglioni. La processione e' andata avanti per un po' finché non e' comparso sul molo antistante un guardiano della marina che ha scatenato il fuggi fuggi. Anche le ronde della polizia in spiaggia suscitano un sentimento di solidarietà' tra di noi costretti a trovare mille sotterfugi per scendere a terra senza dare troppo nell'occhio.  La nostra situazione e' vista infatti come quella di "privilegiati", uniche barche che sono al di fuori del porto e uniche persone che hanno la possibilità' di nuotare, pescare e in genere usufruire del mare, in questo momento "vietato" a tutto il resto della popolazione.
   

COVID19/Diario di una quarantena in barca 7 - Tre letture mirate

Gran Canaria, 11 Aprile 2020

In questo periodo circolano molti consigli di letture. Anche io contribuisco nel mio piccolo. Si tratta di libri non legati alla vela, ma al momento particolare che stiamo vivendo di limitazione delle libertà individuali, di grande paura per il futuro e di claustrofobia quotidiana.
Paul Furst, Il dottor Schnabel (medico della peste nel XVII secolo a Roma).
La Peste di Albert Camus (1947), che ho scoperto e' tra i più letti, e' un must, perché ci ricorda che le epidemie hanno generato in passato sentimenti e inquietudini molto simili a quelle che stiamo vivendo ora. Quante similitudini ci sono con la pestilenza che sconvolge la cittadina algerina di Oran, le restrizioni ai movimenti, l'affollamento degli ospedali, il dramma dei cimiteri pieni e le fosse comuni...       
"Molti speravano sempre che l’epidemia si sarebbe fermata e che loro, con la famiglia,
sarebbero stati risparmiati. Di conseguenza, non si sentivano ancora obbligati a nulla. Per essi la peste non era che una spiacevole visitatrice, che doveva andarsene un giorno, com’era venuta. Spaventati, ma non disperati, non era ancor giunto il momento in cui la peste gli sarebbe apparsa come la forma stessa della loro vita e in cui avrebbero dimenticato l’esistenza che avevano potuto condurre prima del morbo".

   La seconda lettura e' il famoso Racconto dell'Ancella della canadese Margaret Atwood (1985), diventato il simbolo dell'oppressione (in quel caso maschilista) e di una umanità controllata e messa al servizio della classe dirigente.     
“Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell'anarchia, c'era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.”

    Ultimo suggerimento e' un grande classico che ho scoperto solo ora, La novella degli Scacchi del dissidente austriaco antinazista Stefan Zweig (1941), illuminante per le profonde riflessioni del Dr B. nella sua cella di isolamento prima di sfidare il campione di scacchi sul piroscafo da New York a Buenos Aires.   
“Ma persino i pensieri, per quanto possano essere privi di sostanza, necessitano di un punto d’appoggio, altrimenti cominciano a roteare e a girare senza senso su se stessi; anch’essi non riescono a sopportare il nulla. Aspettavi che accadesse qualcosa, da mattina a sera, e non accadeva niente. Continuavi ad aspettare, ancora e ancora. Non succedeva niente. Aspettavi, aspettavi, aspettavi, pensavi, pensavi, pensavi finché le tempie non ti facevano male. Non succedeva niente. Rimanevi solo. Solo. Solo."

COVID19/Diario di una quarantena in barca 6 - Otto facili esercizi per mantenersi in forma

Gran Canaria, 6 Aprile 2020

    "Impara l'arte e mettila da parte" si dice. Mi sto rendendo conto che i 25 giorni di traversata a vela dell'Atlantico mi stanno venendo utili ora per sopravvivere all'isolamento imposto dallo stato di allerta della Spagna, che - per dovere della cronaca - e' stato esteso ieri di altri 15 giorni fino al 26 aprile.  La durata del confino ha superato abbondantemente la durata media di una rotta dalle Canarie ai Caraibi. Se continua ancora dovrò forse chiedere suggerimenti ai velisti che fanno il giro del mondo senza scalo...
La premessa e' che mantenersi in forma e' essenziale per la salute psico fisica. Ci sono molte idee in Rete su come fare ginnastica negli spazi ristretti della casa. La barca e' un po' simile a un monolocale con la differenza pero' che non e' immobile e quindi richiede un po' più' di equilibrio, e che invece di ringhiere o travi sul soffitto ci sono sartie, scotte e boma. Ecco qui otto esercizi ginnici che mi sono inventata:
1 - Corsa sul posto per 20 minuti. La si può fare facilmente sul ponte a prua tenendosi con le mani alle scotte del genoa, meglio se tese. Non dimenticavi di cazzare il paterazzo per compensare la tensione sullo strallo. Non fattibile se qualcuno sta facendo la siesta nella cabina di prua.

2 - Squat. L'ideale e' tra la sartia laterale bassa e quella alta. Quattro serie da 10 alternate, cioè due a dritta e due a sinistra.










3 - Push-up. sempre sul ponte di prua, con la testa rivolta al piede d'albero, dove c'e' più spazio e la superficie e' più in piano. Venti intramezzati da riposo di 10 secondi


4 - Slanci gamba tesa (tonificazione glutei). Salire sulla tuga e tenersi al boma o al sacco della randa. Slanciare indietro la gamba tesa perpendicolari al boma. A ogni slancio guardare in alto. Serie da 10 prima destra e poi sinistra, per 4 volte (totale 80 slanci).










5 - Addominali
. Sedersi sul pulpito con la faccia rivolta all'albero, cercando di incastrare i piedi dove e' più comodo, per assicurare una buona presa. Con le mani dietro la testa fare 30 flessioni, tre serie da 10 con pausa di 10 secondi. Non consigliabile quando c'e' troppa onda perché si rischia di cadere in acqua.





6  - Torsioni del busto. Sedersi a cavalcioni del winch più grande o sul bordo del pozzetto dove si riesce meglio a bloccare le gambe. Con i gomiti all'altezza delle orecchie fare  due serie da 50 torsioni veloci accompagnandosi con il ritmo del respiro. Se e' a portata di mano meglio usare una pagaia o un remo (o il manico di una scopa).


7 - Step. Stando nel pozzetto salire e scendere sulle panche alternando destra e sinistra, tenendosi alla scotta della randa. Dieci volte a dritta e dieci a sinistra.

8 - Stretching gambe. Sempre nel pozzetto con la faccia rivolta verso prua poggiare una gamba per volta sul tambuccio (dopo averlo chiuso) e fare almeno 5 minuti di stiramenti alla fine di tutta la serie di esercizi.   

COVID19/Diario di una quarantena in barca 6 - Quando anche la plastica diventerà una pandemia?

Gran Canaria, 1 Aprile 2020

    Sono andata al Mercadona, un megastore molto popolare che si trova lungo la statale GC500 a un paio di chilometri circa da dove mi trovo all'ancoraggio con la mia barca Maneki. In teoria per fare la spesa ci sarebbe il piccolo Spar, nella marina di Pasito Blanco, che e' più vicino, pero' la varietà e' molto limitata ed e' molto costoso, soprattutto per i prodotti freschi.  Non so quindi se ho rischiato una multa. Di sicuro ho aumentato il mio rischio di contagio dato che il supermercato e' molto più affollato.
Dettaglio da Trittico delle Tentazioni di Sant'Antonio, Hieronymus Bosh   
    Per raggiungere il Mercadona ho percorso un tratto di mare con il kayak fino alla spiaggia di Meloneras e da qui circa 500 metri a piedi tra un campo da golf e un complesso residenziale turistico. Mentre camminavo ho incrociato un furgone della Guardia Civil, parcheggiato senza nessuno a bordo davanti alla spiaggia, penso per semplice dissuasione, e poi una pattuglia di poliziotti con cui ci siamo scambiati un veloce saluto. Avevo un paio di buste della spesa vuote ed era quindi abbastanza chiara la ragione della mia uscita.  La camminata, nelle strade deserte e sotto il sole ormai estivo, mi e' servita per un paio di riflessioni.
    La prima e' sul terrore di essere fermata o addirittura caricata su un furgone, come quello che avevo visto,  e portata in una localita' segreta, tipo Guantanamo del coronavirus.  Mi e' venuto in mente il romanzo distopico di Margaret Atwood, "Il racconto dell'ancella", dove la protagonista tentava di sfuggire alle telecamere nascoste per strada dal regime teocratico. Ma potrebbero essere anche le sensazioni degli ebrei durante l'Olocausto, oppure in tempi più recenti, degli abitanti di Mosul o di Aleppo quando uscivano di casa per cercare cibo sotto il tiro dei cecchini o sotto i bombardamenti. Le guerre non si sono fermate con il Covid19 (o forse si', nessuno lo sa perché i media sono concentrati sull'epidemia).
   La seconda sensazione e' di rabbia perché l'emergenza sanitaria ha provocato una reazione immediata a livello globale, una mobilitazione planetaria senza precedenti, praticamente simultanea. Altre emergenze, molto più gravi perché destinate a durare di più e con conseguenze devastanti per il pianeta, invece non hanno ricevuto nemmeno una minima percentuale di tutta l'attenzione dedicata alla lotta contro la pandemia. Certo il virus mette a rischio le nostre vite, il bene più' prezioso, ma anche le misure per combatterlo sono devastanti per la nostra sopravvivenza. Leggo oggi un rapporto di Human Right Watch sugli operai tessili in Bangladesh, Cambogia e negli altri Paesi asiatici dove si produce la moda low cost per le grandi catene di abbigliamento occidentali. Gli ordini sono stati cancellati, i pagamenti bloccati e milioni di persone rischiano la fame.
   Nel parcheggio del Mercadona c'era la coda perché gli ingressi erano limitati. C'era un poliziotto per dirigere gli accessi e controllare che tutti si mettessero i guanti di plastica. Quasi tutti avevano una mascherina o una sciarpa davanti alla bocca e stavano a quattro o più metri di distanza l'uno dall'altro. Una signora dietro di me si lamentava ad alta voce, "Es una locura" , e' una follia, non so se riferendosi alla situazione o al virus.
     A un certo punto mi sono trovata a un metro di distanza dal tubo di scappamento di un auto con il bagagliaio strapieno di rotoli di carta igienica. Quando si e' messa in moto mi e' arrivata una zaffata di gas che e' finita direttamente nei miei polmoni. Decenni di smog nelle nostre città  trasformate in camere a gas non ci hanno mai preoccupato seriamente, a parte qualche misura sporadica di blocco del traffico. Non c'e' stata nessuna allerta generale nonostante i malati per tumori, infezioni respiratorie e allergie causate dall'inquinamento. Nessun allarme per la contaminazione dell'acqua e suolo. Nessuna quarantena per la plastica che sta contagiando l'intero pianeta.

COVID19/Diario di una quarantena in barca 5 - Rivalutiamo i Borboni

Gran Canaria, 24 marzo 2020

   La burocrazia spagnola e' molto complessa ma quando e' necessario può' essere veloce e efficacie. Forse dovremmo rivalutare l'amministrazione borbonica, spesso citata come esempio di inefficienza e diventata sinonimo di un regime oppressivo nei confronti dei cittadini. Tra l'altro ho scoperto che il re Felipe e' un discendente della casata dei Borboni che tanta influenza ebbe in tutta Europa nel XIV e XVII secolo. Questa crisi ci porta a ri-scoprire molte cose, perché' non anche i Borboni?
   E' grazie alla burocrazia borbonica che oggi sono potuta in via eccezionale entrare in porto con la mia barca a vela Maneki per fare rifornimento di acqua.

   Come ho già' scritto, dal 19 Marzo, a causa dello stato di emergenza, sono stati chiusi tutti i porti in Spagna. Io mi trovo alla fonda in una baia di fronte al porto di Pasito Blanco. Evidentemente nelle misure restrittive nessuno si e' accorto che ci potevano essere barche anche fuori dai porti e quindi non e' stato specificato nulla sulle loro limitazioni o deroghe. L'unica cosa certa e' che non si può entrare in porto, cosa comprensibile perché c'e' il rischio di importare contagi dall'esterno.
Pero' ci sono delle eccezioni, come il maltempo o il rifornimento di benzina e acqua che facciano parte di una sorta di regolamento universale dei marinai. Sono appunto le "clausole"  invocate nella "resolucion" che il governo spagnolo (borbonico) mi ha inviato per email rispondendo prontamente a una mia richiesta scritta di entrare in porto e dopo aver ricevuto una mia dichiarazione in cui certificavo il mio stato di salute e quello del mio equipaggio. Oltre ai miei dati ho anche indicato i porti di attracco degli ultimi 15 giorni . 
   Il permesso,  in totale due pagine, che riproduco qui, in parte mi e' arrivato in appena 24 ore dalla mia prima email. Vista la lunghezza e la quantità di leggi e regolamenti che sono invocati, immagino che sia anche costato un po' di lavoro alla burocrazia di Madrid.
   Con questa "resolucion", che ho subito inviato alla marina di Pasito Blanco, sono potuta entrare nel porticciolo e accostare alla banchina della pompa di benzina per riempire i serbatoi.

Covid19/Diario di una quarantena in barca 4 - Il virus mi fa paura ma la repressione di più

Gran Canaria, 26 Marzo 2020

    Forse mi sbaglierò ma secondo me questa emergenza globale potrebbe rivelarsi un'occasione storica per mettere a tacere le frange dissidenti o ribelli della società e, in generale, per eliminare una volta per tutte le rivendicazioni in materia di diritti dei lavoratori, di tutela dell'ambiente, della privacy e in generale delle libertà civili. Non so se mi fa più paura il virus o la repressione per combatterlo. Le "leggi di emergenza" per il contenimento del Covid19, come quelle approvate in tutto il mondo, conferiscono poteri speciali alle forze dell'ordine, polizia e militari. Sono norme approvate dall'esecutivo, non sanzionate dai Parlamenti, ne' tanto meno sottoposte a un dibattito pubblico. Non c'e' tempo, bisogna agire in fretta, e quanto più duramente possibile per arginare la pestilenza. La sfilza di decreti firmati in maggioranza in ore notturne dal capo del governo Italiano lo dimostra.

    Ho la sensazione che molte forze di polizia vadano al di la' del semplice controllo per far rispettare la legge.  Una situazione di assoluta emergenza del genere -  come quella che si presento' all'indomani, degli attentati terroristici islamici - e' il 'sogno' di ogni autoritarismo. Ogni potere, anche quello più democratico, cela nel suo profondo, il desiderio di un controllo sociale totale e pervasivo. Più che il 'Grande Fratello' ci può riuscire il Covid19.  Temevamo un futuro orwelliano di una umanità spiata e impaurita, mentre ora ci sono state imposte restrizioni alle nostre libertà di una tale portata che prima era inimmaginabile anche nei regimi più totalitari. E' una situazione che non ha  precedenti perché ci mette di fronte alla scelta tra salute e rispetto della privacy.   
   A Taiwan, Corea del Sud e Singapore hanno violato ogni "diritto del malato" rendendo pubblici i nomi dei contagiati e seguendo i loro spostamenti con sistemi di sorveglianza. La strategia sarebbe stata vincente nel ridurre i contagi a tal punto che tutto il mondo vorrebbe ora imitare questi governi.
   In Spagna, come ho già scritto, lo "stato di allerta" e' stato imposto con misure severissime data la gravita' della pandemia. In questi giorni la Guardia Civil sta multando e arrestando persone a tappeto. Fioccano denunce anche per chi viene sorpreso fuori casa (qui non c'e' alcuna "autocertificazione"). Leggo oggi sul quotidiano  Canaria7 di un uomo portato in tribunale perché era scappato alla quarantena per andare dalla fidanzata. (leggi qui). Gli "untori" sono esposti al pubblico ludibrio, mi meraviglio che non vengano frustati in pubblico o lapidati allo stadio come ai tempi dei talebani a Kabul.
   In India, la più grande democrazia del mondo, i poliziotti picchiano in strada i venditori ambulanti, e ci si chiede cosa sia peggio tra le bastonate e il coronavirus (leggi qui). In tutta l'Asia del Sud, ci sono milioni di senzatetto, non sono mendicanti, ma gente che lavora e vive per strada. Chissà che fine faranno.   

Covid19/Diario di una quarantena in barca 3 – Jogging clandestino

Gran Canaria, 19 marzo 2020
    A differenza dell’Italia, la Spagna ha bloccato tutti gli sport all'aperto. Quindi niente jogging, trekking, attività acquatiche e anche lo yoga, a meno che non lo si pratichi a casa. Secondo me è un po’ eccessivo, però qui non si scherza con le leggi, la polizia spagnola è inflessibile e poi noi Italiani, purtroppo, non abbiamo in questo momento una buona reputazione.
   La mia quarantena forzata all'ancora sulla mia barca Maneki davanti al porticciolo di Pasito Blanco, nel sud di Gran Canaria, è di sicuro molto meno gravosa che l'isolamento in un appartamento a Milano. Non ci sono paragoni, però non avendo nessun cane da portare a passeggio, mi manca un po’ una camminata o una corsa sulla terraferma.
   Di fianco al porto c’è un grande campo da golf che scende a picco sulla scogliera. C’è una strada sterrata che sale dal fondo di un vallone e che di collega con un’altra strada, questa asfaltata, che porta all'ingresso del complesso. Sono 300 metri circa, tutti in salita, ottimi per una sgambata. 
     L’unico rischio è che per arrivare a questa strada, abbastanza nascosta, occorre camminare per un po’ sulla scogliera. Ci si può arrivare a nuoto dal mio ancoraggio oppure con il kayak, però in questo secondo caso lo devo “parcheggiare’; tra gli scogli e per via del suo colore arancione non è molto mimetizzabile. Ho pensato che se continua la crisi potrei ridipingerlo come i mezzi anfibi dell’esercito.... 
   Non avrei mai pensato di sentirmi “in colpa” per fare jogging e invece mi sono sentita come una ladra pur essendo completamente sola e quindi senza alcun rischio di essere esposta al contagio o di contagiare io stessa.
   Mi hanno vista da molto lontano alcuni giardinieri del golf che io ho salutato come nulla fosse. Sono andata su e giù per 4 o 5 volte ansimando perché era molto in salita e poi me ne sono andata ritornando giù' alla scogliera dove avevo "nascosto" il kayak. Scampato pericolo almeno per oggi. Non so se mi fa più paura il virus o la polizia.

Covid19 /Diario di una quarantena in barca 2 - Porti chiusi

Gran Canaria, 19 marzo 2020 

    Oggi con il mio veliero Maneki sono tornata dalla baia Arguineguin al porto privato di Pasito Blanco, dove ho gettato l’ancora. Come ieri non c’era nessuno per mare a parte due pescherecci. E sempre come ieri ho percorso le due miglia marine di distanza con il fiato in gola. Non so, forse anche la navigazione in mare è proibita?
L"ingresso del porto di Pasito Blanco al tramonto con gli altri velieri alla fonda 

   La novità è che dalla mezzanotte di oggi scatta la chiusura dei porti alle imbarcazioni sportive e ai charter. Non si potrà più entrare e non si potrà più uscire (vedi “Orden TMA/246/2020, de 17 de marzo, por la que se establecen las medidas de transporte a aplicar a las conexiones entre la península y la Comunidad Autónoma de Canarias”). Il divieto è stato anche comunicato attraverso la radio VHF sotto forma di un messaggio di “securite’”.
   In teoria avrei avuto quindi la possibilità di entrare nel porto di Mogan, ma ho preferito “la libertà” fuori, sperando che domani la Guardia Costiera spagnola non mi fermi perché “non sono entrata in un porto pur essendo stata informata che li chiudevano”.
   La questione è controversa. Tecnicamente l’ordine di Madrid si limita a chiudere porti (e aeroporti), il che ha senso in quanto rientra nella prevenzione della diffusione del virus da parte di passeggeri che vengono da fuori (non importa da dove). Quindi non interessa la libera circolazione dei velisti che se ne stanno in mare purché non abbiano contatti a terra.
   Ma i contatti giocoforza si devono avere se non altro per procurarsi cibo e acqua. Vedremo domani se impediranno anche al mio dinghy di entrare nel porto di Pasito Blanco per andare al supermercato.

Covid19 /Diario di una quarantena in barca 1 – Spiagge chiuse

Gran Canaria, 15 marzo 2020
   La Spagna, come l’Italia, ha varato da un giorno all'altro misure draconiane di emergenza per combattere il flagello del coronavirus e i nuovi ordini hanno interessato anche il lontano arcipelago delle Canarie, seppur meno colpito dall'infezione rispetto alla ‘peninsula’. Tra le drastiche restrizioni adottate per l’isolamento della popolazione c’è la chiusura totale di tutte le spiagge, la maggiore attrazione turistica delle isole spagnole. Non ci sono eccezioni, ne’ per fare sport, ne’ per passeggiare i cani. La Guardia Civil ha recintato gli accessi agli arenili e pattugliato le strade. Non sono scattate ancora le multe, forse perché sono i primi giorni, ma dal tono degli agenti si capisce che non scherzano.
   Mi hanno fermato ieri pomeriggio sulla spiaggia di Pasito Blanco dove ero approdata con il mio kayak (mi trovo all'ancora sulla mia barca Maneki) per andare al piccolo supermercato Spar che sorge all'interno del porticciolo privato. Me la sono cavata dicendo che non violavo nessun divieto perché il kayak in spiaggia era il mio “medio de transporte” per andare dal mio domicilio (barca) al negozio dove comprare cibo.
   Non è stato lo stesso oggi però ad Arguineguin, una cittadina del sud di Gran Canaria, dove svernano molti turisti del Nord Europa costretti a stare casa. Anche qui mi ero messa alla fonda. Appena sbarcata sulla spiaggia con il motivo di andare in farmacia e al bancomat’, un paio di agenti della Guardia Civil, con le loro uniformi nere, mi hanno severamente redarguita dicendomi che le spiagge sono chiuse e facendomi ascoltare sul telefonino un audio messaggio in Italiano riguardante lo stato di allerta. Non importa se dovevo andare a fare la spesa, non potevo entrare in una zona che era recintata e off-limits. Mi hanno fatto capire che sarebbe stato difficile spiegare ai turisti che non potevano usare la spiaggia mentre io sguazzavo sul bagnasciuga con la mia canoa.
   Sono quindi tornata indietro e ho pagaiato verso il porticciolo dei pescatori dove sono finalmente riuscita a scendere a terra grazie alla benevolenza del guardiano.
   Arguineguin è una città’ fantasma, è un effetto surreale camminare tra le strade deserte sentendo il suono dei miei passi e gli stridi dei gabbiani, unici esseri viventi. Nel supermercato Spar, sulla strada principale, l’ingresso era limitato a poche persone e solo dopo aver disinfettato le mani e indossato dei guanti. Dopo le razzie dei giorni scorsi, quando è entrato in vigore lo stato di allerta, gli scaffali erano tornati pieni, non mancava nulla, manco le bottiglie di alcol che uso per il mio fornello e che credevo ormai esaurite dato che si tratta di un prodotto per disinfettare in casa.
    I pattugliamenti e i controlli della Guardia Civil mi hanno ricordato che questo Paese è soltanto da poco uscito dal regime franchista e che forse qualcosa è rimasto nel DNA. Il controllo della popolazione, come in questi giorni, è il sogno di ogni autoritarismo. Il virus si presenta come una ghiotta opportunità per coloro che vogliono avere più potere ed esercitarlo a piacere senza il fastidio del consenso sociale.

LIBRI/ L'"altro lato" del Pakistan che non fa paura agli indiani

Gran Canaria, 13 marzo 2020
    Ho ricevuto una richiesta dalla sede di Penguin Random House di New Delhi di recensire un libro del giornalista indiano Sameer Arshad Khatlani, “The Other Side of Divide. A journey Into The Hearth of Pakistan” (Eburi Press by Penguin Random House India 2020, 264 pagine).
   Il saggio contiene un ricco excursus nella storia, cultura e tradizioni dei due eterni rivali, India e Pakistan, “separati” in casa dopo la sanguinosa divisione del subcontinente indiano alla fine del colonialismo britannico nel 1947. La “partition” ha generato finora quattro conflitti armati e un fronte costante di guerra nel Kashmir, la regione himalayana a maggioranza mussulmana contesa dalle due potenze nucleari.
    Khatlani - che ha lavorato per i più prestigiosi quotidiani indiani in lingua inglese, dal Times of India all’Hindustan Times dove si trova ora – arriva proprio dalla valle del Kashmir e conosce bene il fardello di vessazioni quotidiane e restrizioni a cui è sottoposta la popolazione kashmira. “Kashmir have been the proverbial grass that has suffered in the elephants fight” scrive nel secondo capitolo dove ricorda anche un episodio della sua gioventù, quando a 19 anni fu fermato dalla polizia davanti a un famoso stadio di cricket di Jaipur, in Rajasthan, soltanto perché voleva scattare una foto della leggendaria arena sportiva.
    Il saggio ruota attorno a un suo viaggio a Lahore, nel dicembre 2013, per partecipare al “World Punjab Congress”. Dopo aver ottenuto l’agognato visto pachistano (della durata di una settimana e ristretto solo a Lahore) e scampato alla nebbia che d’inverno spesso blocca l’aeroporto di Delhi, il giornalista si trova ad attraversare con una certa trepidazione il valico di frontiera Wagah, a pochi chilometri dalla città sacra ai sikh di Amritsar per andare, dall’”altro lato” .
   Tuttavia “l’altro lato” del confine esiste solo nell'immaginario dei pachistani, ma non in quello degli indiani abituati a vedere i loro cugini separati con la lente del terrorismo e dell’estremismo islamico purtroppo dominante nel “Paese dei Puri”: “There is no other side to Pakistan. It is different to the other way around. India “soft power”, the reach and impact of Bollywood, helps offset anti-India sentiments in Pakistan. It humanizes India among Pakistani masses”. (pagina 2).
La tradizionale cerimonia al valico di frontiera di Wagah (Maria Grazia Coggiola) 

    Il tentativo dell’autore è appunto di trovare un “altro lato" del Pakistan, oltre gli stereotipi dominanti in India, spulciando meticolosamente ogni episodio storico, aneddoto, leggenda o personaggi le cui vite sono sospese tra i due lati della frontiera. Il tutto densamente farcito con un continuo richiamo ai giorni del massacro e dell’esodo di proporzioni bibliche che seguì la Partition. Un quarto della popolazione di Delhi, ben 3.3 milioni di mussulmani, furono costretti a fuggire a causa delle violenze etniche e religiose. Ma furono molti anche quelli che scelsero di rimanere in India, come il padre dello suocero di Khatlani, Sadiq, che si ritrovò come sfollato ad occupare gli immensi i campi profughi montati davanti al Forte Rosso.
   Per i mussulmani indiani, la colpa di tutto ciò è di Mohammed Ali Jinnah, il raffinato e sempre elegante leader musulmano che volle una nazione separata per i musulmani.”Jinnah, however, continues to remain a convenient punching bag; the main villain” (pagina 6)”.
   Centrale nell’intero libro è la città di Lahore, ex capitale dell’impero Mughal (prima di Agra e Delhi) e polo culturale (e laico) del Pakistan. Lahore è la gemella di New Delhi. I suoi monumenti, come la moschea Badshahi o il Forte Rosso, i bazar e ora anche i nuovi shopping mall frequentati dalla erudita ‘middle-class’ del Punjab, hanno una loro ‘copia’ a Delhi.
   Le conoscenze di Khatlani, basate su una ricchissima bibliografia di saggi e articoli, conducono il lettore alla scoperta di Lahore, dei suoi simboli e dei suoi tesori nascosti. Come un bravissimo cicerone, snocciola una serie impressionanti di aneddoti curiosi e anche divertenti come quelli su Cyril Radcliffe, il giurista britannico che tracciò la linea di separazione tra i due nascenti Stati chiuso per cinque settimane in un bungalow di Delhi “struggling with heat and humidity”.
    Nel capitolo 5 “Beyond The Walls” dedica alcune pagine a una disquisizione sui raffinati bordelli di Heera Mandi e dalla generalessa Rani, amante e musa del dittatore Yahya Khan (1969-1971). Non può mancare una tappa alla terrazza del ristorante Cooco’s Den, di cui traccia la storia del suo proprietario Iqbal Hussain, figlio di una prostituta e ora artista affermato.
   L’appartenenza comune alla regione del Punjab, il sincretismo tra la religione sikh e quella sufi, la ricca eredità dei mughal, il cinema di Bollywood e i suoi idoli, il cricket… la lista delle connessioni e parentele con l’India è lunghissima. Alcuni statisti come l’ex premier Atal Bihari Vajpayee, del partito della destra del Bjp oggi al potere, e anche lo stesso generale Pervez Musharraf hanno sperimentato in diverse occasioni la diplomazia del “people to people” e sono anche riusciti a generare momenti di reciproca simpatia. Ma puntualmente i loro tentativi sono stati vanificati dagli attacchi terroristici dei talebani e dei gruppi estremisti islamici come quello agli hotel di Mumbai del novembre 2008.
    Durante il suo soggiorno a Lahore , l’autore è quasi spiazzato dall'ospitalità e dalle attenzioni che gli vengono riservate. Così come è meravigliato di trovare nella libreria Liberty una ampia scelta di scrittori indiani, tra cui l’attivista Arundhati Roi.
   Nel capitolo 8, “Down Memory Lane” racconta del nonno, Abbaji, che studiò medicina tradizionale a Lahore negli anni 1930 e che conobbe il famoso poeta Iqbal. I ricordi sono intrecciate a lunghe divagazioni sul carattere cosmopolita della città. Prima dell’esodo degli hindu e dei sikh durante la Partition, Lahore era una vibrante città multiculturale e multireligiosa: “ The markers of Lahore’s multi religious past are strewn all over the place” . E tra questi ci sono anche i luoghi frequentati da Rudyard Kipling, il cannone Zam Zammah (ruggito del leone), all'ingresso del museo, citato in “Kim” e il Panorama Shopping Center, dove aveva il suo ufficio.
   Grazie ai suoi contatti, molti dei quali coltivati negli anni a Delhi, Khatlani riesce anche farsi invitare a un fastoso party natalizio a casa di una famosa attrice e star di Youtube, Juggan, dove può osservare da vicino l’alta società di Lahore. È un’occasione per affrontare un argomento delicato, quello dell’alcol, a cui dedica diverse pagine piene di divertenti aneddoti su dittatori e statisti abituati ad alzare il gomito. In Pakistan ufficialmente vige il proibizionismo, ma solo per i mussulmani. Ma c’è un ricco mercato nero e anche una fiorente distilleria, la Murree, appartenente a una famiglia parsi, che produce whisky di grande qualità. Da Jinnah a Zulfikar Ali Bhutto, sembra che molti fossero stati dei forti bevitori. Il divieto fu introdotto nel 1971 su pressione dei partiti conservatori che poi appoggiarono il dittatore Zia al Haq.
   Soltanto nell’ultimo capitolo, the Last Day, c’è un accenno alla stagione del terrore culminata con l’attacco al bus dei giocatori di cricket dello Sri Lanka nel marzo 2009, che ha colpito al cuore lo sport più amato in Pakistan (e anche India). I sanguinosi attentati sono soltanto tratteggiati marginalmente nel libro, così come non compare nulla sull’arsenale nucleare segreto che tanto preoccupa gli Stati Uniti.
   Il libro di di Khatlani si distingue proprio perché tratteggia un’immagine del Pakistan diversa dalla comune narrativa di Paese che ha dato rifugio ai talebani e a Osama Bin Laden. È un tentativo di raccontare la gente, in particolare l’intellighenzia di Lahore e quel cordone ombelicale con “l’altro lato” del Punjab che non si può e mai si potrà mai recidere.

ECONOMIA CIRCOLARE / Il free shop di Mogan

Mogan (Gran Canaria), 24 febbraio 2020



    Questo e' il "free shop" di Mogan, (Sud di Gran Canaria),  un luogo dove e' esposta in una vetrina naturale diversa merce usata, da vestiario a giocattolini di plastica. Si possono prendere e se si vuole lasciare una donazione in una apposita ciotola. Non so chi sia a gestire il 'business', penso uno degli hippies che ogni tanto vedo fare capolino da qualche grotta li' intorno.
    Il "free shop' sorge su una strada costiera chiusa (per frana) che collega il puerto de Mogan con quello di Taurito. E' una strada panoramica frequentata da joggers e camminatori, nonostante le recinzioni di sicurezza costantemente scardinate. Un bell'esempio di economia circolare. Ogni tanto ci porto anche io qualche indumento o altri oggetti ancora in buono stato che trovo vicino ai cassonetti o in mare. E poi prendo quello che mi serve. Ieri ho trovato delle flip flop del mio numero, buone per rimpiazzare le mie che si erano lacerate.
    Siamo circondati da cosi' tante "cose" che ormai non serve piu' produrre nulla, basta riciclare quello che abbiamo. Se vogliamo fare qualcosa per il pianeta partiamo da qui.

Mostre/ La bellezza della biodiversita'

Miami (Florida), 7 gennaio 2010
   In un'epoca in cui si parla con sempre piu’ enfasi della distruzione della biodiversita’ da parte dell’Homo Sapiens mi ha colpito particolarmente una mostra allestita al Frost Museum od Science di Miami. L’esibizione si chiama “Opulent Oceans: Extraordinary Scientific Illustrations” e comprende 55 ingrandimenti di illustrazioni scientifiche in maggior parte dell’Ottocento riguardanti la classificazione della fauna ittica. Sono disegni ad acquarello o carboncino (non esisteva ancora la fotografia...) di creature marine “scoperte’” durante le esplorazioni del pianeta. Le esplorazioni geografiche erano infatti accompagnate anche dall'avvistamento di nuove specie di pesci, molluschi, alghe e altri esseri ‘esotici’. A catalogare questo patrimonio, che oggigiorno viene definito biodiversita’, sono stati soprattutto biologi, zoologi e naturalisti europei, in particolare tedeschi, francesi e inglesi. Le prime collezioni risalgono a circa 4 secoli fa. In alcuni casi erano gli stessi studiosi ad illustrare i “campioni” raccolti nelle spedizioni, in altri casi si affidavano a degli artisti. 
   Ed è questo che mi ha affascinato, che molte illustrazioni sono delle vere e proprie opere d’arte, dei capolavori che mi ricordano le opere dei monaci amanuensi. È straordinario questo sforzo di riprodurre la biodiversita’ marina e mi incuriosisce molto anche l’aspetto della pubblicazione, che non è trattato dalla mostra. Molti dei volumi da cui sono tratte le illustrazioni sono conservati nei musei americani. Mi chiedo se all’epoca questi trattati di ittiologia o i resoconti delle esplorazioni oceaniche come quella di Charles Darwin erano stampati in piu’ copie e a disposizione del largo pubblico o circolavano soltanto nella ristretta cerchia degli studiosi.
    Ecco alcuni esempi di disegni, quelli che mi hanno colpito di piu’, con una breve descrizione dell’autore. Sopra:  Ippolito Salviani (1514-1572), italiano, medico di tanti Papi, e’ uno dei padri dell’ittiologia. La sua opera è l'Aquatilium Animalium Histioria, da cui è tratto questo squalo martello.
Qui sotto: il divertente polpo vampiro (Vampyroteuthis infernalis) qui sotto e’ invece presente in uno studio del francese Louis Joubin (1861-1935), “Cefalopodi dalle spedizioni scientifiche del principe Alberto I di Monaco”.
   Il biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), esperto di protozoi e plankton, e’ invece autore di fantastici disegni che sono dei capolavori non solo dal punto scientifico.
Un altro tedesco, Johannes Muller, documento’ 214 specie di squalo nella sua “Systematische Beschreibung der Plagiostomen” .
   E poi c’e’ Charles Darwin (1809-1882), il padre dell’evoluzionismo, che - ho scoperto - colleziono’ una quantita’ impressionante di cirripedi, le conchiglie parassite che si attaccano alla carena delle barche (A Monograph on the Sub-class Cirripedia, 1851-54). Ne fu cosi’ affascinato che ci dedico’ alcuni anni della sua vita.
Questo pesce remo (regaleco), un rarissimo esemplare che abita gli abissi oceanici, che è diventato lo screensaver del mio laptop, è dell’artista svizzero Karl Joseph Brodtmann (1787-1862).
      
   Franc Mace MacFarland (1869-1951), esperto di nudibranchi, ha documentato questa splendida lumachina di mare.

   Dagli studi sui fossili marini di Alcide Dessalines d'Orbigny - (1802-1857) è nata la micropaleontologia.



Henri de Lakaze-Duthier (1821-1901), francese, si è invece dedicato ai coralli.



Questo verme marino è uno dei disegni di “A monograph of the British marine Annelids “ dello scozzese William Carmichael M'intosh (1838-1931)










George Henry Ford (1808-1876 ) è l’illustratore di questo drago marino.


Questa creatura degli abissi (che sembra prodotto di fantasia) è una delle specie documentate da August Bernhard Brauer, ittiologo (illustrazione di Fritz Winter) che fece parte della spedizione Valdivia (1898-1899) guidata da Karl Chun e dedicata allo studio abissi oceanici. 




Infine di Marc Catesby (1683-1749), naturalista, è il famoso cancer terrestri, granchio di terra.

Colombo e gli sponsor francescani della Rabida

Palos de la Frontiera, 11 aprile 2019
 
Nella mia smania di non prendere gli aerei, ancora prima del flight shame lanciato da Greta Thunberg, mi sono ritrovata a Huelva, una sonnolenta citta’ dell’Andalusia, conosciuta solo per essere uno dei due punti di arrivo del traghetto che collega le isole Canarie con la madrepatria. L’altra destinazione dei ferries è Cadice.
    Lo sbarco a Huelva è stato pero’ propizio perché mi ha permesso di scoprire una piccola chicca su Cristoforo Colombo. A 15 km infatti sorge la famosa Palos de la Frontiera, dove l’ammiraglio genovese salpo’ con le tre caravelle il 3 agosto 1492 alla volta del Nuovo Mondo. Nei dintorni ci sono molti luoghi storici “colombini”, cioe’ legati alla sua vita e alla sua impresa.
   Uno di questi luoghi, che fu determinante per la spedizione e che penso non sia molto noto, è il monastero francescano di Santa Maria della Rabida. Un bellissimo edificio in stile gotico-mudejar del XIII secolo che sorge su una collinetta vicino all’estuario del rio Tinto. Rimasto vedovo dopo la morte della sua moglie portoghese, Colombo aveva affidato il figlio Diego ai religiosi della Rabida e qui veniva regolarmente.

   Probabilmente non si sarebbe aspettato di trovare proprio tra i francescani gli sponsor determinanti della sua impresa. Nell’anno 1490 arrivo’ infatti alla Rabida deluso e probabilmente anche senza un soldo dopo che il re Fernando e la regina Isabella di Castiglia avevano bocciato il suo progetto. Forse anche le sue convinzioni geografiche stavano cominciando a vacillare. E invece nel monastero inaspettatamente trovo’ degli alleati che gli ridettero fiducia e che lo raccomandarono ai sovrani.
    Il priore della Rabida, Juan Perez, che era confessore della regina, lo presento’ a un medico appassionato di astronomia e ad una cerchia di cosmologhi. Per farla breve, tutti insieme, frati e non, come si vede in un dipinto della collezione de El Prado, ristudiarono le mappe e si convinsero che oltre l’Oceano c’erano le agognate terre orientali.
   Il priore inoltre lo mise in contatto anche con la famiglia Pinzon, i boss di Palos, che affittarono le caravelle e che furono comandanti della Nina e Pinta.
   Non è chiaro quali interessi avessero gli umili francescani nello sponsorizzare una cosi’ temeraria impresa. Pare che ci fosse anche l’interesse del Papato che ovviamente coincideva con quello dei Re Cattolici e anche con il desiderio di conquistare nuove terre e nuove anime da convertire. Esattamente come è avvenuto in seguito.

LA FOTO/ La super scopa e l'economia circolare

Gran Canaria, 14 febbraio 2020


    Mettendo in opera il concetto di economia circolare, gli operatori ecologici nel sud di Gran Canaria ormai da anni usano le foglie delle palme per spazzare le strade: efficace, ecologico ed economico. Come i loro colleghi in India (loro pero' lo fanno per mancanza di scope!)

Addio giornalismo- L'articolo e' servito

Gran Canaria, 6 Febbraio 2020

   Secondo una esperta citata in una ricerca di NiemanLab, un centro di ricerca di Harvard che studia i nuovi trend nel mondo dell'informazione, nel 2020 "spariranno gli articoli" perche' sono diventati  inadatti a veicolare le notizie. Da tempo ho abbandonato il giornalismo attivo per dedicarmi alla vela, ma non posso non indignarmi di fronte a tali assurdita' riportate purtroppo -  o meglio copiate di peso - dai media italiani.
Dettaglio da Aquatilium Animalium Historia - Ippolito Saviani (1514-1572) 
   Ecco l'antefatto: NiemanLab ha intervistato "the smartest people" nel giornalismo chiedendo loro previsioni sul futuro dell'informazione. Tra questi c'e' tale Emily Withrow,  direttrice R&D di Quartz, un website di info economiche, famoso soprattutto in Asia, che anni fa ha saputo capire che aria tirava sul web diventato oggigiorno un gigante del settore. L'opinione della Withrow e' stata rilanciata, copiata e tradotta, da La Stampa ed e' li' che ne sono venuta a conoscenza.
   Sembra che l'articolo giornalistico, "news article", sia uno strumento obsoleto, che abbia fatto il suo tempo e che non sia piu' adeguato alla nostra epoca digitale ne' per chi lo deve scrivere e pubblicare, ne' per chi lo legge. E' una struttura rigida, che richiede troppa attenzione da parte del lettore, troppo tempo per capirlo, insomma non funziona piu'.
   Quindi? Quindi la Withrow sostiene che i media da quest'anno opteranno per "format" piu' dinamici che "pongono l'individuo al centro della storia e della notizia" (definita come "prodotto"). Queste le sue parole: "This year, we’ll continue to see forward-thinking outlets discard the news article in favor of more dynamic formats that place the individual at the center of the story and news product".
   Come si fa? Se ho ben capito si tratta di "plasmare l'articolo a seconda dei gusti del lettore" e dei suoi bisogni "nel corso della giornata". Come dire che la notizia viene servita zuccherata a colazione, poi con un po' di vinaigrette a pranzo, arrostita la sera. Oppure aggiustata su misura come un abito di buona sartoria o una scarpa fatta a mano. "We’ll better understand a person’s shifting needs throughout the day and mold our stories and story selection to those moments".
   Come non ci si puo' indignare nel vedere cosi' maltrattato il giornalismo? Non solo lo si vuole azzerare con l'informazione fai-da-te che imperversa - vera e falsa - sulla Rete. Ma anche si arriva a negare la sua stessa natura. La notizia non e' piu' un fatto da raccontare obiettivamente (dopo averlo possibilmente verificato) e divulgata sottoforma di articolo da leggere, ma una storia personalizzata, che ci sta comoda, che ci piace e soprattutto che non ci fa pensare. 

LA FOTO/ Non e' il lago di Como ma sono le Canarie

Gran Canaria, 4 Febbraio 2020


   Non e' il lago di Como in una uggiosa giornata di fine inverno, ma l'isola spagnola di Gran Canaria, il buen retiro di tanti europei in cerca dell'eterna estate. A volte anche in paradiso c'e' smog come in Val Padana e questo fenomeno si chiama Calima. Avviene quando tira vento da Est, cioe' dall'Africa.
   Questo vento di scirocco porta con se' sabbia del deserto e umidita' creando quindi questa foschia che copre il cielo e che si infila dappertutto sottoforma di pulviscolo giallo. Non sono sicura, ma penso l'etimologia della parola spagnola "calima" o "calina" abbia una parentela con 'caligine". E per i polmoni e' dannosa quanto l'aria di Milano nei giorni di alta pressione. E' un fenomeno unico delle Canarie e potrebbe essere all'origine delle famose dune di sabbia sahariana che si sono formate a Maspalomas, il promontorio nel sud di Gran Canaria.
   Secondo le leggende popolari, il Calima e' causato dai nomadi africani che sbattono i loro tappeti  quando tira vento verso l'arcipelago dell'Oceano Atlantico.
   Il fenomeno e' pero' tipicamente estivo, ma in questi giorni come nel resto d'Europa anche qui e' arrivata una eccezionale ondata di aria calda proveniente appunto dalle coste africane.

SLOW TRAVELLING/ La mia traversata Atlantica

Gran Canaria, 31 gennaio 2020


   "Perché si decide di affrontare una traversata atlantica a vela, impiegandoci mesi, quando in poche ore di aereo si possono raggiungere gli stessi posti?
Perché è il viaggio che conta, la meta serve solo a ricordarci che anche l’oceano, quell’oceano che ci sembra infinito e indomabile nelle notti di navigazione, finisce.
Perché si vuole affinare la nostra capacità di andare a vela, si vuole diventare marinai migliori, persone più forti, mettersi alla prova, imparare a prendere decisioni velocemente e sotto pressione. Non importa quale sia il motivo che vi spinge, sarà un’esperienza che non dimenticherete mai.” – 

Omero Moretti, 39 traversate atlantiche

   Ho letto che la traversata dell’Atlantico è il punto d’arrivo, l’esperienza culminante e anche il sogno più grande di ogni velista. Io ci sono arrivata all’inizio della mia “carriera marinara”, un po’ tirata per i capelli, consapevole di non essere all’altezza, ma sicura di compierla con un capitano di grande esperienza, il mio maestro di vela Keith Riley e su una barca, la sua, il Kinetic, che per mesi ha meticolosamente preparato per la navigazione oceanica.
L'arrivo a Sint Maarten (Antille Olandesi) il 24 dicembre 2020

   Detto ciò ci vuole ovviamente una piccola dose di incoscienza e la consapevolezza di accettare imprevisti e rischi che una navigazione di oltre 3 mila miglia comporta inevitabilmente. La preparazione è essenziale, ma ovviamente non serve a garantire un successo assoluto. Alla fine ci si improvvisa, ci si arrangia, ci si inventa per sopravvivere al meglio. Ed è qui che l’esperienza di un bravo marinaio entra in gioco.
   Prima di partire ho consultato un po’ di letteratura sull’argomento, tra cui Your First Atlantic Crossing di un certo Les Weatheriff, un manuale della traversata, che però è servito più che altro ad aumentare la mia paura. Non ho vergogna ad ammetterlo, ma quando siamo salpati dal porticciolo di Mogan, nel sud di Gran Canaria, mi sono chiesta onestamente se mai un giorno sarei ritornata a terra a a rivedere la mia amata barca che ho lasciato li' ormeggiata. E invece eccomi qui a scrivere dell’avventura, ancora incredula che abbia avuto il coraggio di fare una simile impresa.